Ahi serva Italia, di dolore ostello

6^ canto del Purgatorio.

Le invettive dantesche.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta, dopo che insieme a Virgilio ha incontrato Sordello da Goito, il più importante trovatore italiano, discosto dai negligenti “morti per forza”, e aver descritto l’incontro tra Virgilio e costui, suo conterraneo, in questi termini: “… e mentre la cara guida iniziava a dire «Mantova…», l’ombra, tutta raccolta in sé e sola, si levò in piedi verso di lui dal luogo in cui stava in precedenza, dicendo: «O Mantovano, io sono Sordello della tua patria!»; e l’uno abbracciava l’altro”, parte con la lancia in resta, inveendo contro l’Italia, la Chiesa di Roma, l’imperatore dell’epoca e la sua città natale, in particolare contro i suoi avversari Guelfi di parte Nera.

La prima di tali invettive, famosissima, che reca questo inizio: “Ahi serva Italia, ricettacolo di sofferenza, nave senza timoniere durante una grande tempesta, non più signora di popoli, ma postribolo!”, è quindi diretta contro l’Italia dilaniata dalle lotte intestine, nido di corruzione e di decadenza, mentre viene paragonata a una bestia selvaggia contraria a ogni disciplina e a ogni legge.

Segue quella contro la Chiesa di Roma, che attraverso i suoi alti prelati, invece di dedicarsi esclusivamente a Dio, si occupa degli affari civili, così confondendo malamente potere spirituale e temporale, di competenza dell’imperatore. A proposito del quale, gli si rivolge in tal modo (e siamo alla terza invettiva): “O Alberto tedesco che abbandoni costei che è diventata indomabile e irrequieta, mentre dovresti guidarla, una giusta vendetta scenda dai cieli sopra la tua discendenza, e sia straordinaria e manifesta, tale che il tuo successore ne abbia paura! Dal momento che tu e tuo padre avete tollerato, trattenuti di là delle Alpi dalla brama di governare la Germania, che il giardino dell’impero sia reso come un deserto”.

Da ultimo, a completare il doloroso sfogo, inveisce contro la sua amata patria, verso la quale si rivolge con amara ironia: “Firenze mia, puoi essere davvero felice di questa divagazione che non ti riguarda, in grazia del tuo popolo che si dà da fare” (n.d.r., il ‘popolo’, come detto sopra, è rappresentato dai suoi avversari della fazione guelfa dei Neri, che lo hanno costretto a un infamante esilio).

E a tutto ciò, cioè alla rappresentazione di una società in cui i sono banditi i supremi ideali dell’ordinato vivere civile, si aggiunge l’invocazione disperata per un soccorso divino, nella fattispecie rappresentato da Cristo: “E se mi è permesso, o sommo Cristo che fosti crocifisso per noi in Terra, i tuoi giusti occhi sono rivolti verso un altro luogo? O prepari nella profondità imperscrutabile della tua mente provvidenziale qualche bene completamente separato dalla nostra capacità d’intendere o di giudicare?”, che possa mettere fine al postribolo italico.

@ AHI SERVA ITALIA, DI DOLORE OSTELLO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Sola soletta, inverso noi riguarda

6^ canto del Purgatorio.

Sordello da Goito.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Virgilio a Dante: «Noi avanzeremo con questo giorno, quanto più potremo senz’altro indugio; ma le cose stanno in altro modo di quanto pensi. Prima che tu giunga in cima, vedrai risorgere colui che ormai è coperto dal pendio, così che non interromperai i suoi raggi. Ma vedi là un’anima che, seduta tutta sola, guarda verso di noi: quella c’indicherà il cammino più breve».

Sordello, posto dal poeta nell’Antipurgatorio discosto dai negligenti “morti per forza”, nacque a Goito nei pressi di Mantova tra la fine del XII^ secolo e l’inizio del XIII^, da una famiglia della piccola nobiltà locale, e trascorse la sua gioventù presso le corti di Ferrara, Verona e Treviso. A Verona diventò ‘familiare’ del conte Rizzardo di San Bonifacio, signore della città, e qui rapì e riportò a casa Cunizza, moglie del conte, nonché sorella di Ezzelino III da Romano, al fine di compiacere i fratelli di lei (il fatto ebbe grande risonanza e gli diede fama).

Trasferitosi a Treviso, presso il suddetto Ezzelino, sposò in segreto Otta di Strasso, evento che gli procurò l’avversione della famiglia di lei, per cui dové abbandonare l’Italia per approdare in Provenza, poi in Spagna presso la corte di Ferdinando III, re di León e di Castiglia, e ancora in Provenza, dove visse alla corte di Raimondo Berengario IV, collaborando con Romeo di Villanova. Alla morte di Berengario passò al servizio di Carlo d’Angiò, conte di Provenza. Con questi scese in Italia nel 1265 in veste di consigliere nella spedizione contro Manfredi, e da costui fu successivamente ricompensato con un feudo nel Cuneese e altri in Abruzzo. Morì in Italia, di vecchiaia o di malattia non si sa, nel 1269, forse nel reame angioino.

Sordello fu il più importante trovatore italiano e di lui ci sono state tramandate, tutte in lingua provenzale, molte opere: canzoni d’amore, sirventesi a sfondo politico e moraleggiante, un poemetto didattico sulle virtù cavalleresche, e la composizione più famosa di tutte, il Planher de Blacatz, sul genere del planh o compianto, in cui viene deplorata la viltà dei signori europei, passati in rassegna con aspre parole di rimprovero. Una nota da non sottovalutare sul suo conto è che egli ha nel contesto dell’Antipurgatorio un particolare rilievo: non fa parte dei negligenti “morti per forza”, sebbene qualche commentatore moderno (il Barbi e il Torraca, per esempio) abbia dissentito su ciò, né dei principi negligenti della valletta, i protagonisti del 7^ canto.

Infatti, se tra lui e gli appartenenti alla schiera degli uccisi ingiustamente c’è una netta linea di demarcazione, oltre che per la distanza che li separa, soprattutto a causa della sua sdegnosa solitudine e della completa assenza in lui della brama di preghiere che questi spiriti manifestano, ce n’è altrettanta con i ‘principi della valletta’, non fosse altro perché, non accomunandosi ad essi come lascia intendere a Virgilio e Dante, ne parla con distacco e di costoro appare censore e giudice più che loro sodale. In sostanza, siamo di fronte a una vera e propria guida dei due pellegrini relativamente a questo tratto dell’Antipurgatorio.

@ SOLA SOLETTA, INVERSO NOI RIGUARDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

6^ canto del Purgatorio.

Gli altri negligenti “morti per forza”.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta narra: “Tale ero io tra quella moltitudine numerosa, volgendo loro la faccia, sia qua sia là, e mi liberavo da essa impegnandomi a pregare a loro favore. Lì c’era l’Aretino chefu ucciso dalle braccia feroci di Ghino di Tacco, e l’altro che morì affogato inseguendo i nemici. Lì pregavacon le mani protese Federico Novello, e quello di Pisa che fece sembrare forte il valente Marzucco.

“Vidi il conte Orso e l’anima separata dal suo corpo per rancore e per invidia, come lei diceva, non per mancanza perpetrata; parlo di Pier dalla Broccia; e a questo proposito si penta, finché è viva, la donna di Brabante, sicché per questo peccato commesso non sia di una schiera peggiore”.

Benincasa da Laterina, Ghino di Tacco, Guccio de’ Tarlati, Federico Novello, Gano degli Scornigiani (quel da Pisa, per Dante), Orso degli Alberti, Pier de la Brosse, collocati da Dante nell’Antipurgatorio, sono gli altri negligenti “morti per forza”, che egli e Virgilio incontrano nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, dopo Iacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei. Ma andiamo con ordine.

Benincasa da Laterina fu un noto giurista del XIII^ secolo. Avendo, come assessore del podestà di Siena, condannato a morte due familiari di Ghino di Tacco, perché insieme a lui avevano sottratto al comune di Siena un castello in Maremma, “e quive stavano e rubavano chiunque passava per la strada”, secondo il Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, fu ucciso per vendetta da Ghino, tramite decapitazione, a Roma, dove esercitava la sua funzione di giudice. Ghino di Tacco fu signore di Torrita e della Fratta, della stirpe dei Cacciaconti, una delle più influenti famiglie senesi. Secondo il Boccaccio, divenne “per la sua fierezza e per le sue ruberie uomo assai famoso; essendo di Siena cacciato e nimico de’ conti di Santafiora, ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma, e in quel dimorando, chiunque per le circostanti parti passava, rubare faceva a’ suoi masnadieri”. Riconciliatosi in tarda età con Bonifacio VIII, ottenne il perdono del comune di Siena. Morì assassinato ad Asinalonga, nelle campagne senesi. Il ritratto che se ne fece dopo la sua morte fu quello di un uomo dall’indole sì fiera e bizzarra, ma cavalleresca e intrisa di magnanimità.

Guccio de’ Tarlati fu il capo dei ghibellini aretini. Per Pietro di Dante e Benvenuto da Imola, anch’essi tra i primi commentatori della Commedia, annegò nell’Arno mentre inseguiva i fuoriusciti guelfi di Arezzo della famiglia Bostoli (mentre secondo il Buti, il Lana e l’Ottimo commento, sarebbe morto annegato mentre tentava la fuga dagli inseguitori durante la battaglia di Campaldino). Federico Novello, figlio di Guido dei conti Guidi del Casentino, fu ucciso nel 1289 (o nel 1291) nei pressi di Bibbiena da un avversario politico, identificato da alcuni in Fumo o Fumaiolo di Alberto Bostoli.

Gano degli Scornigiani, figlio di Marzucco, fu fatto uccidere nel 1288 dal conte Ugolino, nel corso della dura contesa tra costui e Nino Visconti per il dominio di Pisa. Questo assassinio fu l’inizio degli eventi che portarono successivamente Ugolino alla sua tragica fine, raccontata dal poeta nel 33^ canto dell’Inferno. Orso degli Alberti, figlio del conte Napoleone, venne ucciso dal cugino Alberto, figlio del conte Alessandro, nel 1286. “La sua morte si inserisce in quella orrenda cronaca familiare, che si pare con l’odio implacabile fra i genitori del morto e dell’uccisore, i due fratricidi della Caina (Inf., XXXII, 55-60) e si continuerà con la morte violenta dello stesso Alberto, nel 1325, per mano del nipote Spinello”, chiosava il Sapegno.

Da ultimo, Pierre de la Brosse. “Gentiluomo della Turenna, fu ciambellano di Filippo III l’Ardito. Fu impiccato nel 1278 a seguito dell’accusa di tradimento mossagli dalla regina Maria di Brabante, seconda moglie del re; due anni prima, egli l’aveva accusata di aver avvelenato l’erede al trono, Luigi, figlio della prima regina morto misteriosamente, perché il regno potesse spettare al proprio figlio, il futuro Filippo il Bello. Di qui l’odio della regina, la quale, appoggiata dagli invidiosi cortigiani, portò alla rovina di questo personaggio. Dante lo considerò innocente e lo accostò a un altro Piero, Pier della Vigna, il favorito di Federico II, anch’egli vittima dell’invidia, morte comune e delle corti vizio (Inferno, XIII, 66)”, annota la Chiavacci Leonardi su questo personaggio.

@ QUIV’ERA L’ARETIN CHE DA LE BRACCIA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

5^ canto del Purgatorio.

(Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cioè di coloro che per cagione di vendicarsi d’alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere sé esser peccatori e sodisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo da Fano, e Bonconte di Montefeltro.)

Io era già da quell’ombre partito,

e seguitava l’orme del mio duca,

quando di retro a me, drizzando ‘l dito,

una gridò: «Ve’ che non par che luca

lo raggio da sinistra a quel di sotto,

e come vivo par che si conduca!».

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

e vidile guardar per meraviglia

pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,

disse ‘l maestro, «che l’andare allenti?

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla

sovra pensier, da sé dilunga il segno,

perché la foga l’un de l’altro insolla».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?

Dissilo, alquanto del color consperso

che fa l’uom di perdon talvolta degno.

E ‘ntanto per la costa di traverso

venivan genti innanzi a noi un poco,

cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco

per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,

mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,

corsero incontr’a noi e dimandarne:

«Di vostra condizione fatene saggi».

E il mio maestro: «Voi potete andarne

e ritrarre a color che vi mandaro

che ‘l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,

com’io avviso, assai è lor risposto:

fàccianli onore, ed esser può lor caro».

Vapori accesi non vid’io sì tosto

di prima notte mai fender sereno,

né, sol calando, nuvole d’agosto,

che color non tornasser suso in meno;

e, giunti là, con li altri a noi dier volta,

come schiera che scorre sanza freno.

«Questa gente che preme a noi è molta,

e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta:

«però pur va, e in andando ascolta».

«O anima che vai per esser lieta

con quelle membra con le quai nascesti»,

venian gridando, «un poco il passo queta.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,

sì che di lui di là novella porti:

deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,

e peccatori fino a l’ultima ora;

quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora

di vita uscimmo a Dio pacificati,

che del desio di sé veder n’accora».

E io: «Perché ne’ vostri visi guati,

non riconosco alcun; ma s’a voi piace

cosa ch’io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io farò per quella pace

che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,

di mondo in mondo cercar mi si face».

E uno incominciò: «Ciascun si fida

del beneficio tuo sanza giurarlo,

pur che ‘l voler nonpossa non ricida.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,

ti priego, se mai vedi quel paese

che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese

in Fano, sì che ben per me s’adori

pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri

ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov’io più sicuro esser credea:

quel da Esti il fé far, che m’avea in ira

assai più là che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,

quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,

ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco

m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io

de le mie vene farsi in terra laco».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio

si compia che ti tragge a l’alto monte,

con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

Giovanna o altri non ha di me cura;

per ch’io vo tra costor con bassa fronte».

E io a lui: «Qual forza o qual ventura

ti travïò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai la tua sepultura?».

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino

traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,

arriva’ io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini’, e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ‘l ridì tra ‘ vivi:

l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno

gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno

per una lagrimetta che ‘l mi toglie;

ma io farò de l’altro altro governo!”.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie

quell’umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento

per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come il dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse».

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via»,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Siena mi fé, disfecemi Maremma

5^ canto del Purgatorio.

Pia de’ Tolomei.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Pia de’ Tolomei: «Deh, quando tu sarai ritornato in Terra e ristorato dal lungo viaggio, ti sovvenga di me, che sono la Pia; nacqui a Siena, morii in Maremma: lo sa bene colui che prima mi aveva donato l’anello con la sua pietra preziosa dichiarandosi pronto a prendermi in sposa».

Pia de’ Tolomei, posta da Dante nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu identificata da alcuni antichi commentatori della Commedia (Pietro di Dante, Benvenuto da Imola e l’Anonimo) con una donna recante tali generalità, moglie di Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, signore del castello della Pietra, nei pressi di Massa Marittima, nonché capitano della Taglia guelfa nel 1284 e ancora vivo nel 1322.

Questi l’avrebbe fatta uccidere, inducendo qualcuno dei suoi accoliti a sospingerla giù da una finestra del proprio castello, per potersi poi sposare con Margherita Aldobrandeschi, quando, nel 1297, fu dichiarato sciolto il matrimonio di costei con Loffredo Caetani, nipote di Bonifacio VIII; tutto ciò per alcuni, mentre, secondo altri, l’evento sarebbe accaduto per gelosia.

Nondimeno si rileva che, al di fuori della citazione che ne fa il poeta nella parte finale di questo canto, nessun documento ufficiale è giunto fino a noi a dimostrare l’esistenza di questo personaggio. E da come Dante presenta Pia, è possibile ritenere che la vicenda di una contessa morta in Maremma in circostanze comunque avvolte nel mistero, fosse ben nota in Toscana e avesse suscitato viva compassione nel popolo.

“La brevità della storia – che il suo alto significato richiede – sarà propria di altre chiusure di canto, dove altre persone, tutte strettamente legate alla vita e all’esperienza di Dante, appariranno in modo rapido e intenso (Provenzan Salvani nell’XI, Arnaut Daniel nel XXVI, Romeo di Villanova in Par.VI), secondo un procedimento tipico dell’arte dantesca. Questa tuttavia è fra tutte la storia più breve, di appena due terzine. Forse il grande maestro sapeva che una certa qualità di incanto non poteva durare oltre senza spezzarsi”, secondo la Chiavacci Leonardi.

@ SIENA MI FÉ, DISFECEMI MAREMMA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte

5^ canto del Purgatorio.

Bonconte da Montefeltro.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Bonconte da Montefeltro a Dante: «Deh, così quel desiderio che ti conduce verso la sommità del monte possa realizzarsi, soccorri il mio con una valida compassione! Io fui di Montefeltro, io sono Bonconte; Giovanna o altri non si curano di me; per cui io cammino tra costoro a capo chino».

Bonconte da Montefeltro, collocato dal poeta nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu figlio del conte Guido da Montefeltro (il famoso condottiero ghibellino incontrato dal poeta tra i consiglieri fraudolenti, Inferno, 27^ canto), e nacque intorno alla seconda metà del Duecento. Distintosi particolarmente nel 1287 nelle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini aretini, fu tra i protagonisti principali della cacciata dei primi dalla città.

L’anno successivo fu uno dei comandanti che portarono allo scontro vittorioso con Siena alla Pieve del Toppo. Nel 1289 guidò i Ghibellini aretini nella guerra contro Firenze, comportandosi con valore nella battaglia di Campaldino (l’11 Giugno), dove morì. Non venne mai ritrovato il suo cadavere, e probabilmente fin dal giorno dopo nacque qualche leggenda per spiegare la misteriosa sparizione dello stesso; quindi, il racconto che ne fa il poeta, per bocca dello stesso Bonconte, nel prosieguo di quanto riportato in apertura nel momento in cui i due s’incontrano, si ritiene essere frutto della fantasia dantesca.

Aveva sposato una tale Giovanna, la quale, stando sempre a Dante, doveva essere ancora viva nel 1300. Ne ebbe una figlia, Manentessa. Quanto egli dice al poeta “Giovanna o altri non ha di me cura”, sembra riferirsi ad altre persone della sua casata (il fratello Federico o il conte Galasso di Montefeltro, che, avendolo dimenticato, non pregavano per lui in modo tale da affrettare la sua purificazione per poter ascendere in Paradiso.

Chiosa la Chiavacci Leonardi: “Dante, che partecipò alla battaglia (di Campaldino, ndr) nella schiera opposta, ne fa qui una figura mesta ed elegiaca, condotta in controcanto a quella cupa e tragica di Guido: le lacrime del figlio, che nella morte chiude le braccia facendo croce di se stesso, danno forte risalto al chiuso ed impenitente rancore del padre, e allo stesso tempo questa salvezza vuol essere, forse, un conforto a quella perdizione”.

@ IO FUI DI MONTEFELTRO, IO SON BONCONTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Venivan genti a noi innanzi un poco

5^ canto del Purgatorio.

I negligenti “morti per forza”.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta narra: “E intanto in direzione trasversale al pendio venivano spiriti un poco davanti a noi, cantando il ‘Miserere‘ a versetti alternati. Quando si avvidero che non davo agio al passare dei raggi di sole per il mio corpo, cambiarono il loro canto in un «oh!» lungo e rauco; e due di loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci domandarono: «Informateci sul vostro modo di essere» ”.

I negligenti “morti per forza”, posti da Dante nell’Antipurgatorio, rappresentano la terza schiera dei negligenti. “Continuando a salire nell’Antipurgatorio, i poeti s’imbattono in un’altra schiera di anime, che anche più di quelle finora incontrate si mostrano, nei gesti che han qualcosa di violento e nelle parole affannose, ansiose di avvicinarsi, di parlare, di invocare una promessa di buoni suffragi. Sono anime di persone che morirono di morte violenta e fecero appena in tempo a invocare nell’estremo sospiro il perdono divino. Qui nell’Antipurgatorio le trattiene dunque la legge che incombe su tutti gli spiriti che tardarono fino all’ultimo la cura della propria salvezza”. Così il Sapegno.

La particolarità di queste anime è quella che esse palesano la voglia di essere ricordate fra i vivi, al contempo coltivando la speranza di poter accorciare il tempo del loro esilio, sentimenti del resto comuni a tutti coloro che si trovano nell’Antipurgatorio, con una più vivace trepidazione, che non si riscontra né tra gli scomunicati, né tra i pigri a pentirsi (vedi Belacqua).

Il poeta, per bocca di tre personaggi che lui incontra (Iacopo del Cassero, Bonconte di Montefeltro e Pia de’ Tolomei: degli ultimi due se ne parlerà a parte) rievoca le loro tristi sorti: il primo fu fatto uccidere dal tiranno di Ferrara, Azzo VIII d’Este nel Padovano; il secondo, morto nella battaglia di Campaldino, il cadavere del quale sparì nelle acque dell’Arno in piena; la gentildonna senese Pia de’ Tolomei, fatta morire in un castello della Maremma ad opera del marito Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, perché voleva passare a nuove nozze, che poi fece, o forse per gelosia.

@ VENIVAN GENTI INNANZI A NOI UN POCO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

4^ canto del Purgatorio.

(Canto IV, dove si tratta de la soprascritta seconda qualitade, dove si purga chi per negligenza di qui a la morte si tardò a confessare; tra i quali si nomina il Belacqua, uomo di corte.)

Quando per dilettanze o ver per doglie,

che alcuna virtù nostra comprenda,

l’anima bene ad essa si raccoglie,

par ch’a nulla potenza più intenda;

e questo è contra quello error che crede

ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.

E però, quando s’ode cosa o vede

che tegna forte a sé l’anima volta,

vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;

ch’altra potenza è quella che l’ascolta,

e altra è quella c’ha l’anima intera:

questa è quasi legata e quella è sciolta.

Di ciò ebb’io esperïenza vera,

udendo quello spirto e ammirando;

ché ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m’era accorto, quando

venimmo ove quell’anime ad una

gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Maggiore aperta molte volte impruna

con una forcatella di sue spine

l’uom de la villa quando l’uva imbruna,

che non era la calla onde salìne

lo duca mio, e io appresso, soli,

come da noi la schiera si partìne.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova e ‘n Cacume

con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;

dico con l’ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro ‘l sasso rotto,

e d’ogne lato ne stringea lo stremo,

e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che fummo in su l’orlo suppremo

de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,

«Maestro mio», diss’io, «che via faremo?».

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;

pur su al monte dietro a me acquista,

fin che n’appaia alcuna scorta saggia».

Lo sommo er’ alto che vincea la vista,

e la costa superba più assai

che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:

«O dolce padre, volgiti, e rimira

com’io rimango sol, se non restai».

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,

additandomi un balzo poco in sùe

che da quel lato il poggio tutto gira.

Sì mi spronaron le parole sue,

ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,

tanto che ‘l cinghio sotto i piè mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui

vòlti a levante ond’eravam saliti,

che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi lidi;

poscia li alzai al sole, e ammirava

che da sinistra n’eravam feriti.

Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava

stupido tutto al carro de la luce,

ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce

fossero in compagnia di quello specchio

che sù e giù del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodïaco rubecchio

ancora a l’Orse più stretto rotare,

se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come ciò sia, se ‘l vuoi poter pensare,

dentro raccolto, imagina Sïòn

con questo monte in su la terra stare

sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn

e diversi emisperi; onde la strada

che mal non seppe carreggiar Fetòn,

vedrai come a costui convien che vada

da l’un, quando a colui da l’altro fianco,

se lo ‘ntelletto tuo ben chiaro bada».

«Certo, maestro mio», diss’io, «unquanco

non vid’io chiaro sì com’io discerno

là dove mio ingegno parea manco,

che ‘l mezzo cerchio del moto superno,

che si chiama Equatore in alcun’arte,

e che sempre riman tra ‘l sole e ‘l verno,

per la ragion che di’, quinci si parte

verso settentrïon, quanto li Ebrei

vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei

quanto avemo ad andar; ché ‘l poggio sale

più che salir non posson li occhi miei».

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,

che sempre al cominciar di sotto è grave;

e quant’om più va sù, e men fa male.

Però, quand’ella ti parrà soave

tanto, che sù andar ti fia leggero

com’a seconda giù andar per nave,

allor sarai al fin d’esto sentiero;

quivi di riposar l’affanno aspetta.

Più non rispondo, e questo so per vero».

E com’elli ebbe la sua parola detta,

una voce di presso sonò: «Forse

che di sedere in pria avrai distretta!».

Al suon di lei ciascun di noi si torse,

e vedemmo a mancina un gran petrone,

del qual né io né ei prima s’accorse.

Là ci traemmo; e ivi eran persone

che si stavano a l’ombra dietro al sasso

come l’uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,

sedeva e abbracciava le ginocchia,

tenendo ‘l viso giù tra esse basso.

«O dolce segnor mio» diss’io, «adocchia

colui che mostra sé più negligente

che se pigrizia fosse sua serocchia».

Allor si volse a noi e puose mente,

movendo ‘l viso pur su per la coscia,

e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che m’avacciava un poco ancor la lena,

non m’impedì l’andare a lui; e poscia

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,

dicendo: «Hai ben veduto come ‘l sole

da l’omero sinistro il carro mena?».

Li atti suoi pigri e le corte parole

mosser le labbra mie un poco a riso;

poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perché assiso

quiritto se’? attendi tu iscorta,

o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?

ché non mi lascerebbe ire a’ martìri

l’angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri

di fuor da essa, quanto fece in vita,

perch’io ‘ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazïone in prima non m’aita

che surga sù di cuor che in grazia viva;

l’altra che val, che ‘n ciel non è udita?».

E già il poeta innanzi mi saliva,

e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco

meridïan dal sole, e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri

4^ canto del Purgatorio.

Belacqua.

Nell’Antipurgatorio. Primo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Belacqua: «O fratello, a che cosa giova salire? perché non mi lascerebbe andare ai tormenti l’angelo di Dio che sta seduto presso la porta del Purgatorio. Prima avverrà che l’ottavo cielo giri intorno a me fuori di essa, per tanto tempo quanto fece durante la mia vita, perché io rimandai all’ultima parte della mia vita i sospiri efficaci, a meno che non mi soccorra prima una preghiera che nasca su da un cuore che sia in grazia di Dio; l’altra a che cosa giova, che non è esaudita in Paradiso?».

Belacqua, collocato da Dante nell’Antipurgatorio tra i pigri a pentirsi, fu suo amico e vicino di casa. A proposito di questo personaggio, l’Anonimo Fiorentino, uno dei primi commentatori della Commedia, a suo tempo scrisse: “Questo Belacqua fu un cittadino da Firenze, artefice, e facea cotai colli di liuti e di chitarre, et era il più pigro uomo che fosse mai; et si dice di lui ch’egli veniva la mattina a bottega, et ponevasi a sedere, et mai non si levava se non quando egli voleva ire a desinare et a dormire. Ora l’Auttore fu forte suo dimestico: molto il riprendea di questa sua negligenzia; onde un dì, riprendendolo, Belacqua rispose con le parole d’Aristotele: Sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens; di che l’Auttore gli rispose: Per certo, se per sedere si diventa savio, niuno fu mai più savio di te”.

Di lui si sono trovate tracce negli archivi fiorentini, riferite a tale Duccio di Bonavia, detto Belacqua, ancora vivo nel 1299, ma morto prima del 1302, abitante nel quartiere di San Procolo, limitrofo alla residenza degli Alighieri, che era situata nel quartiere di San Martino. La Chiavacci Leonardi, a commento di costui nel canto in questione, ha precisato: “L’identificazione appare molto probabile, se non certa. La vicinanza di casa, e la professione di liutaio riferita dai commentatori, rendono ragione della «dimestichezza» di Dante con lui di cui parla l’Anonimo… Come Casella, anche questo amico è morto da poco, e la consuetudine appena interrotta sembra riprendere, al di là della morte, con modi uguali e insieme diversi, per quel velo che la soglia oltrepassata pone ora tra i due”.

@ PRIMA CONVIEN CHE TANTO IL CIEL M’AGGIRI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Là ci traemmo; e ivi eran persone

4^ canto del Purgatorio.

I negligenti pigri a pentirsi.

Nell’Antipurgatorio. Primo balzo. Pendici del Purgatorio. Dante narra: “Ci accostammo là; e lì c’erano alcuni che se ne stavano all’ombra dietro il masso come uno che se ne sta seduto per trascuratezza”.

I negligenti pigri a pentirsi, posti dal poeta nell’Antipurgatorio, rappresentano la seconda schiera dei negligenti, e lui e Virgilio li incontrano nel primo balzo di questo luogo. Costoro, per mera pigrizia, nella loro vita terrena trascurarono l’esercizio delle virtù e aspettarono gli ultimi istanti di vita per pentirsi dei loro peccati. Le loro anime sono sedute all’ombra di un grande masso, in atteggiamento e posa che attestano il carattere che li contraddistingueva in vita. Dante viene a sapere da una di loro (Belacqua, un suo vecchio amico), come se volesse giustificarsi della sua indolenza e di quella altrui, che devono rimanere nell’Antipurgatorio tanto tempo quanto vissero, a meno che non siano aiutati ad accorciare il tempo da una preghiera che nasca su da un cuore in grazia di Dio.

Secondo il Busnelli, che fece propria la l’ordinazione dell’Antipurgatorio in base alla classificazione operata dal poeta per il 7^ cerchio dell’Inferno, queste anime, insieme a quelle che seguiranno (i negligenti morti per violenza) sono i rappresentanti della negligenza usata verso sé stessi. A tale criterio si uniformò il Santi, il quale, però, cercando di aderire di più al pensiero di Dante, considerò i pigri a pentirsi più colpevoli di negligenza di quelli sopra citati.

Da parte sua, il Pietrobono, rifacendosi ad un’interpretazione più meramente allegorica, dopo aver notato che il poeta ha rappresentato l’accidia sempre sulle cd. piagge, ha visto nei pigri a pentirsi, nei morti per violenza e nei principi negligenti (l’ultima categoria di negligenti che i due poeti incontreranno nell’Antipurgatorio) un puntuale riferimento alle tre fiere di cui al 1^ canto dell’Inferno.

@ LÀ CI TRAEMMO; E IVI ERAN PERSONE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970