Certo non si scoteo sì forte Delo

20^ canto del Purgatorio.

Il tremar del monte.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Noi ci eravamo già allontanati da lui, e ci affrettavamo di superare la strada tanto quanto ci era consentito dalla difficoltà del cammino, quando io sentii tremare il monte, come una cosa che cada; cosicché mi vinse un gelo come è solito vincere colui che è condotto al supplizio. Certo Delo non si agitò con violenza, prima che Latona costruisse in essa la dimora per generare le due luci del cielo.

“Poi ebbe inizio da ogni punto un grido tale, che il maestro si mosse verso di me, dicendo: «Non temere, fino a quando io ti guido». Tutti dicevano ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli’, per quello che io capii dalla voce degli spiriti più vicini, da cui si potevano distinguere le parole del grido. Noi stavamo fermi e intenti per timore come i pastori che udirono quel canto per la prima volta, fino a che il terremoto cessò e il canto giunse alla fine”.

Dunque un terremoto scuote il monte e il Gloria lo accompagna, per celebrare l’ascesa in cielo di un’anima che ha finito il periodo di purgazione. Chiosa la Chiavacci Leonardi a tal proposito: “I due poeti ascoltano sospesi, come i pastori che per primi udirono quel canto a Betlemme (là dove Maria depose il bambino nella sua povertà, come il primo esempio ricorda). Con arte profonda Dante descrive questo momento, misto di paura e di dolcezza – tra lo scuotersi del monte e la bellezza del coro che si leva da ogni sua parte – e pieno di incerta aspettativa.

“Egli ne rimanda la spiegazione al canto successivo. Ma non si può non pensare, come altri critici di fatto hanno pensato, che quel terremoto e quel canto – segni di un glorioso evento soprannaturale, di cui il richiamo alla nascita di Cristo illumina all’improvviso il senso – siano come una risposta all’appassionata supplica prima rivolta al cielo. Il corso storico avrà i suoi tempi, i principi del mondo saranno giudicati alla fine. Ma ogni giorno, ogni ora, in ogni singola anima umana che sale al cielo, si compie il giudizio e la liberazione che quella nascita rese possibile”.

© CERTO NON SI SCOTEO SÌ FORTE DELO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi

20^ canto del Purgatorio.

Ugo Capeto.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Ugo Capeto a Dante: «In Terra fui chiamato Ugo Capeto; da me sono discesi i Filippo e i Luigi dai quali è governata la Francia negli ultimi tempi. Io fui figlio di un commerciante di carni di Parigi: quando si estinsero tutti i re antichi, eccetto che uno solo fattosi frate, mi trovai salde nelle mani le redini della guida politica del regno, e tanta potenza di nuove ricchezze, e così con molti amici, che alla dignità della corona regia vacante fu elevata la testa di mio figlio, dal quale iniziarono a essere solennemente consacrate le persone dei re Capetingi».

Ugo Capeto, collocato da Dante in questa cornice tra gli avari e i prodighi, fu re dei Franchi dal 987 fino alla morte nel 996. Nacque intorno al 940 dalla sorella di Ottone I, Edvige, e da Ugo I il Grande, uno dei grandi vassalli dell’Impero, duca dei Franchi e di Borgogna, conte di Parigi, di Orléans e di Tours, il quale tenne di fatto il governo per conto di Ludovico IV e del quattordicenne Lotario.

Il figlio di Ugo I il Grande, dunque, non fu storicamente il fondatore della sua dinastia, quella dei Capetingi, come dice al poeta, bensì fu il primo a detenere la carica di re di Francia con l’incoronazione a Reims il 3 Luglio del 987, quindi dopo l’estinzione dei Carolingi avvenuta con la morte di Ludovico V, succeduto a Lotario.

Dante, pertanto, confuse in un’unica persona i due Ughi, padre e figlio, attingendo a fonti in massima parte leggendarie. Errore non solo di Dante, in verità, poiché nel suo tempo le conoscenze intorno alle origini dei Capetingi e, in generale, sui fatti di Francia erano quasi inesistenti.

Chiosava il Sapegno, nel suo commento al 20^ canto a proposito della radice della mala pianta: “ … è fatto giudice e interprete e profeta dell’imminente giudizio divino, a colpire, nella sua persona, e in quella dei suoi discendenti, gli effetti di quella cupidigia onde si genera primamente il disordine delle istituzioni e quindi la corruzione del costume in tutto il mondo cristiano”.

© FIGLIUOL FU’ IO D’UN BECCAIO DI PARIGI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Noi andavam con passi lenti e scarsi

20^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di povertà e di liberalità.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Contro una volontà meglio indirizzata al bene combatte senza successo un’altra volontà; per cui contro il mio piacere, per compiacerlo, estrassi dall’acqua la spugna non del tutto imbevuta. Mi avviai; e la mia guida si avviò per lo spazio libero proprio lungo la parete rocciosa, come si cammina sugli spalti di un castello rasente ai merli; perché gli spiriti che sciolgono in lacrime versate goccia a goccia dagli occhi il peccato che invade possedendo tutti, si avvicinano troppo fuori dell’altro lato.

“Tu sia maledetta, antica lupa, che rendi schiavi gli uomini più che tutti gli altri vizi a causa della tua fame eternamente insaziabile! O sfere celesti, dal cui ruotare si crede che dipendano i mutamenti delle condizioni umane, quando verrà colui per opera del quale questa se ne vada?

“Noi camminavamo con passi lenti e brevi, e io ero attento alle ombre, che udivo piangere e dolersi in modo angosciato; e per caso udii uno spirito davanti a noi invocare «Amata Maria!» così nel pianto come fa la donna che stia per partorire; e continuare: «Fosti tanto povera, quanto si può vedere da quel luogo che ti ospitò in cui deponesti il santo feto portato nel tuo ventre». Successivamente udii: «O valente Fabrizio, preferisti possedere virtù con povertà anziché grandi ricchezze con disonestà».

“Queste parole mi erano così gradite, che io mi feci avanti per avere conoscenza di quello spirito da cui sembravano pronunciate. Egli trattava anche della generosa donazione che Nicola fece alle fanciulle, per indurre la loro giovinezza alla rispettabile condizione morale di spose e di madri”.

© NOI ANDAVAM CON PASSI LENTI E SCARSI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

19^ canto del Purgatorio.

(Canto XIX, ove tratta de la essenza del quinto girone e qui si purga la colpa de l’avarizia; dove nomina papa Adriano nato di Genova de’ conti da Lavagna.)

Ne l’ora che non può ‘l calor dïurno

intepidar più ‘l freddo de la luna,

vinto da terra, e talor da Saturno

– quando i geomanti lor Maggior Fortuna

veggiono in orïente, innanzi a l’alba,

surger per via che poco le sta bruna -,

mi venne in sogno una femmina balba,

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,

con le man monche, e di colore scialba.

Io la mirava; e come ‘l sol conforta

le fredde membra che la notte aggrava,

così lo sguardo mio le facea scorta

la lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d’ora, e lo smarrito volto,

com’amor vuol, così le colorava.

Poi ch’ell’avea ‘l parlar così disciolto,

cominciava a cantar sì, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.

«Io son», cantava, «io son dolce serena»,

che ‘ marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s’ausa,

rado sen parte; sì tutto l’appago!».

Ancor non era sua bocca richiusa,

quand’una donna apparve santa e presta

lunghesso me per far colei confusa.

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,

fieramente dicea; ed el venìa

con li occhi fitti pur in quella onesta.

L’altra prendea,e dinanzi l’apria

fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre;

quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.

Io mossi li occhi, e ‘l buon maestro: «Almen tre

voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;

troviam l’aperta per la qual tu entre».

Sù mi levai, e tutti eran già pieni

de l’alto dì i giron del sacro monte,

e andavam col sol novo a le reni.

Seguendo lui, portava la mia fronte

come colui che l’ha di pensier carca,

che fa di sé un mezzo arco di ponte;

quand’io udi’ «Venite: qui si varca»

parlare in modo soave e benigno,

qual non si sente in questa mortal marca.

Con l’ali aperte, che parean di cigno,

volseci in sù colui che sì parlonne

tra due pareti del duro macigno.

Mosse le penne poi e ventilonne,

Qui lugent‘ affermando esser beati,

ch’avran di consolar l’anime donne.

«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,

la guida mia incominciò a dirmi,

poco amendue da l’angel sormontati.

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi

novella visïon ch’a sé mi piega,

sì ch’io non posso dal pensar partirmi».

«Vedesti», disse, «quell’antica strega

che sola sovr’ a noi omai si piagne;

vedesti come l’uom da lei si slega.

Bastiti, e batti a terra le calcagne;

li occhi rivolgi al logoro che gira

lo rege etterno con le rote magne».

Quale ‘l falcon, che prima a’ piè si mira,

indi si volge al grido e si protende

per lo disio del pasto che là il tira,

tal mi fec’io; e tal, quanto si fende

la roccia per dar via a chi va suso,

n’andai infin dove ‘l cerchiar si prende.

Com’io nel quinto giro fui dischiuso,

vidi gente per esso che piangea,

giacendo a terra tutta volta in giuso.

Adhaesit pavimento anima mea

sentia dir lor con sì alti sospiri,

che la parola a pena s’intendea.

«O eletti di Dio, li cui soffriri

e giustizia e speranza fa men duri,

drizzate noi verso li alti saliri».

«Se voi venite dal giacer sicuri,

e volete trovar la via più tosto,

le vostre destre sien sempre di fori».

Così pregò ‘l poeta, e sì risposto

poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io

nel parlare avvisai l’altro nascosto,

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:

ond’elli m’assentì con lieto cenno

ciò che chiedea la vista del disio.

Poi ch’io potei di me fare a mio senno,

trassimi sovra quella creatura

le cui parole pria notar mi fenno,

dicendo: «Spirto in cui pianger matura

quel sanza ‘l quale a Dio tornar non pòssi,

sosta un poco per me tua maggior cura.

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi

al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri

cosa di là ond’io vivendo mossi».

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri

rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima

scias quod ego fui successor Petri.

Intra Sïestri e Chiaveri s’adima

una fiumana bella, e del suo nome

lo titol del mio sangue fa sua cima.

Un mese e poco più prova’ io come

pesa il gran manto chi dal fango il guarda,

che piuma sembran tutte l’altre some.

La mia conversione, omè!, fu tarda;

ma, come fatto fui roman pastore,

così scopersi la vita bugiarda.

Vidi che lì non s’acquetava il core,

né più salir potiesi in quella vita;

per che di questa in me s’accese amore.

Fino a quel punto misera e partita

da Dio anima fui, del tutto avara;

or, come vedi, qui ne son punita.

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara

in purgazion de l’anime converse;

e nulla pena il monte ha più amara.

Sì come l’occhio nostro non s’aderse

in alto, fisso a le cose terrene,

così giustizia qui a terra il merse.

Come avarizia spense a ciascun bene

lo nostro amore, onde operar perdési,

così giustizia qui stretti ne tene,

ne’ piedi e ne le man legati e presi;

e quanto fia piacer del giusto Sire,

tanto staremo immobili e distesi».

Io m’era inginocchiato e volea dire;

ma com’io cominciai ed el s’accorse,

solo ascoltando, del mio reverire,

«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».

E io a lui: «Per vostra dignitate

mia coscïenza dritto mi rimorse».

«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,

rispuose: «non errar: conservo sono

teco e con li altri ad una podestate.

Se mai quel santo evangelico suono

che dice ‘Neque nubent‘ intendesti,

ben puoi veder perch’io così ragiono.

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;

ché la tua stanza mio pianger disagia,

col qual maturo ciò che tu dicesti.

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,

buona da sé, pur che la nostra casa

non faccia lei per essempro malvagia;

e questa sola di là m’è rimasa».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67



Intra Sïestri e Chiaveri s’adima

19^ canto del Purgatorio.

Adriano V.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Adriano V: «Apprenderai perché il cielo faccia volgere a sé i nostri dorsi; ma prima sappi che io fui successore di Pietro. Tra Sestri Levante e Chiavari scende a valle un bel fiume, e il titolo nobiliare della mia famiglia trae origine dal suo nome. Io sperimentai per poco più di un mese come pesa il manto papale a chi lo difende dal fango, che tutti gli altri pesi sembrano leggeri».

Adriano V, al secolo Ottobono Fieschi, posto da Dante in questa cornice tra gli avari e i prodighi, nacque nel periodo compreso tra il 1210 e il 1215 dalla grande famiglia genovese, che possedeva ampi feudi tra Sestri e Chiavari col titolo di conti di Lavagna. Nominato cardinale dallo zio Innocenzo IV, della stessa famiglia Fieschi, prima di assurgere al sacro soglio, pur se per un brevissimo lasso di tempo (11 Luglio-18 Agosto 1276), ebbe molti importanti incarichi e restò sempre fedele alla politica curiale di Innocenzo IV e dei suoi successori.

A onor del vero, nessuna fonte storica ha mai confermato la sua ‘avarizia’, nel senso etimologico del termine, ma, come viene citato nei vv. 109-111 del XIX^ canto (Vidi che lì non s’acquetava il core, né più salir potiesi in quella vita; per che di questa in me s’accese amore) e dalla sua stessa attività episcopale, “egli è qui posto”, chiosa la Chiavacci Leonardi, “per la sua avidità di potenza e grandezza terrena, il vero peccato che Dante rimprovera ai papi del suo tempo, dei quali Adriano V Fieschi è nel Purgatorio il rappresentante”.

La figura di questo papa ha rilievo esclusivamente personale, e per nulla politico, in coerenza con l’ispirazione etica che il poeta ha conferito a tutto il canto. Infatti, nell’uomo disteso per terra che narra a Dante la sua vicenda in tono appassionato si palesa, al di là del pontefice che ne rappresenta l’ufficialità, “una singolare personalità con una sua interna e drammatica storia morale, simile per taglio e intensità a quelle di altri personaggi della cantica, come Manfredi o Sapia, ai quali egli appare tuttavia superiore per l’alta consapevolezza della sua coscienza”, ancora la Chiavacci Leonardi.

© INTRA SÏESTRI E CHIAVERI S’ADIMA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Com’io nel quinto giro fui dischiuso

19^ canto del Purgatorio.

Gli avari e i prodighi.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Dante narra: “Quando io uscii all’aperto della quinta cornice, vidi sul ripiano di essa spiriti che piangevano, giacendo a terra tutti volti in basso. ‘La mia anima è attaccata alla terra’ udivo dire loro con sospiri così profondi, che a stento s’intendeva il discorso.

“«O spiriti destinati al Paradiso, le cui sofferenze sono rese meno penose dalla speranza di giustizia, indirizzateci verso gli alti gradini».

“«Se voi venite esenti dalla pena del giacere, e volete trovare più presto la strada, le vostre destre stiano continuamente dalla parte di fuori».

“Così pregò il poeta, e così ci fu risposto un poco davanti a noi; per cui io per mezzo delle sue parole scoprii il resto che rimaneva celato, e volsi gli occhi agli occhi del mio signore: ed egli acconsentì con un cenno compiacente a ciò che chiedevano gli occhi attraverso i quali si affaccia il desiderio.

“Dopo che io potei disporre di me a mio piacere, mi accostai e mi piegai sopra quell’anima le cui parole prima attrassero la mia attenzione, dicendo: «O spirito in cui il pianto fa maturare quello senza il quale non si può tornare a Dio, interrompi un poco per me la tua occupazione più intensa. Dimmi chi fosti e perché tenete le spalle volte in alto, e se vuoi che io ottenga qualcosa per te con preghiere da dove venni ancora vivo».

© COM’IO NEL QUINTO GIRO FUI DISCHIUSO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Mi venne in sogno una femmina balba

19^ canto del Purgatorio.

Il sogno di Dante: la femmina balba.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Nell’ora in cui il calore del giorno non riesce più a mitigare il freddo diffuso dalla Luna, spento da quello della Terra, e talvolta dalla presenza di Saturno – quando gli indovini vedono nel cielo a oriente, prima dell’alba, la figura della Fortuna Maggiore sorgere in una plaga del cielo che per essa sta oscura poco tempo -, mi apparve in sogno una femmina balbuziente, con gli occhi storti, e storpia nel camminare, con le mani tagliate, e pallida nel colorito.

“Io la contemplavo; e come il sole rianima il corpo che il freddo della notte rende greve, così il mio sguardo le rendeva disciolta la lingua, e in seguito la raddrizzava tutta in poco tempo, e al pallido volto, come l’amore esige, così le dava la tinta propria di questo. Dopo che lei aveva reso il parlare così libero da impaccio, iniziava a cantare così, che a stento avrei distolto la mia attenzione da lei.

“Cantava: «Io sono, io sono la cara sirena, che incanta i marinai in mezzo al mare; sono tanto piacevole ad ascoltarsi! Io feci deviare Ulisse col mio canto dal suo avventuroso viaggio, e chi si abitua alla mia compagnia, raramente se ne allontana; così lo soddisfo tutto!». La sua bocca ancora non si era chiusa nuovamente, quando una donna santa e sollecita apparve al mio fianco per svergognarla.

“«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», diceva sdegnosamente; ed egli si avvicinava con gli occhi fissi soltanto su quella casta. Afferrava l’altra, e la scopriva sul davanti stracciandole le vesti, e mi mostrava il ventre; quello mi svegliò col fetore che ne proveniva. Io volsi gli occhi, e il buon maestro diceva: «Ti ho fatto almeno tre richiami! Alzati e vieni; troviamo l’apertura per la quale tu acceda»”.

© MI VENNE IN SOGNO UNA FEMMINA BALBA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

18^ canto del Purgatorio.

(Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si purga la soprascritta colpa e peccato de l’accidia; e qui mostra Virgilio che è perfetto amore; dove nomina l’abate da San Zeno di Verona.)

Posto avea fine al suo ragionamento

l’alto dottore, e attento guardava

ne la mia vista s’io parea contento;

e io, cui nova sete ancor frugava,

di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse

lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.

Ma quel padre verace, che s’accorse

del timido voler che non s’apriva,

parlando, di parlar ardir mi porse.

Ond’io: «Maestro, il mio veder s’avviva

sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro

quanto la tua ragion parta o descriva.

Però ti prego, dolce padre caro,

che mi dimostri amore, a cui reduci

ogne buono operare e ‘l suo contraro».

«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci

de lo ‘ntelletto, e fieti manifesto

l’error de’ ciechi che si fanno duci.

L’animo, ch’è creato ad amar presto,

ad ogne cosa è mobile che piace,

tosto che dal piacere in atto è desto.

Vostra apprensiva da esser verace

tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,

sì che l’animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega,

quel piegare è amor, quell’è natura

che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come ‘l foco movesi in altura

per la sua forma ch’è nata a salire

là dove più in sua matera dura,

così l’animo preso entra in disire,

ch’è moto spiritale, e mai non posa

fin che la cosa amata il fa gioire.

Or ti puote apparer quant’è nascosa

la veritate a la gente ch’avvera

ciascun amore in sé laudabil cosa;

però che forse appar la sua matera

sempre esser buona, ma non ciascun segno

è buono, ancor che buona sia la cera».

«Le tue parole e ‘l mio seguace ingegno»,

rispuos’io lui, «m’hanno amor discoverto,

ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;

ché, s’amore è di fuori a noi offerto

e l’anima non va con altro piede,

se dritta o torta va, non è suo merto».

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,

dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta

pur a Beatrice, ch’è opra di fede.

Ogne forma sustanzïal, che setta

è da matera ed è con lei unita,

specifica vertute ha in sé colletta,

la qual sanza operar non è sentita,

né si dimostra mai che per effetto,

come per verdi fronde in pianta vita.

Però, là onde vegna lo ‘ntelletto

de le prime notizie, omo non sape,

e de’ primi appetibili l’affetto,

che sono in voi sì come studio in ape

di far lo mele; e questa prima voglia

merto di lode o di biasmo non cape.

Or perché a questa ogn’altra si raccoglia,

innata v’è la virtù che consiglia,

e de l’assenso de’ tener la soglia.

Quest’è ‘l principio là onde si piglia

ragion di meritare in voi, secondo

che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo,

s’accorser d’esta innata libertate;

però moralità lasciaro al mondo.

Onde, poniam che di necessitate

surga ogne amor che dentro a voi s’accende,

di ritenerlo è in voi la podestate.

La nobile virtù Beatrice intende

per lo libero arbitrio, e però guarda

che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».

La luna, quasi a mezza notte tarda,

facea le stelle a noi parer più rade,

fatta com’ un secchion che tuttor arda;

e correa contra ‘l ciel per quelle strade

che ‘l sole infiamma allor che quel da Roma

tra ‘ Sardi e ‘ Corsi il vede quando cade.

E quell’ombra gentil per cui si noma

Pietola più che villa mantoana,

del mio carcar diposta avea la soma;

per ch’io, che la ragione aperta e piana

sovra le mie quistioni avea ricolta,

stava com’om che sonnolento vana.

Ma questa sonnolenza mi fu tolta

subitamente da gente che dopo

le nostre spalle a noi era già volta.

E quale Ismeno già vide e Asopo

lungo di sé di notte furia e calca,

pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

cotal per quel giron suo passo falca,

per quel ch’io vidi di color, venendo,

cui buon volere e giusto amor cavalca.

Tosto fu sovr’a noi, perché correndo

si movea tutta quella turba magna;

e due dinanzi gridavan piangendo:

«Maria corse con fretta a la montagna;

e Cesare, per soggiogare Ilerda,

punse Marsilia e poi corse in Ispagna».

«Ratto, ratto che ‘l tempo non si perda

per poco amor», gridavan li altri appresso,

«che studio di ben far grazia rinverda».

«O gente in cui fervore aguto adesso

ricompie forse negligenza e indugio

da voi per tepidezza in ben far messo,

questi che vive, e certo i’ non vi bugio,

vuole andar sù, pur che ‘l sol ne riluca;

però ne dite ond’è presso il pertugio».

Parole furon queste del mio duca;

e un di quelli spirti disse: «Vieni

di retro a noi, e troverai la buca.

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,

che restar non potem; però perdona,

se villania nostra giustizia tieni.

Io fui Abate in San Zeno a Verona

sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa,

di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha già l’un piè dentro la fossa,

che tosto piangerà quel monastero,

e tristo fia d’avere avuta possa;

perché suo figlio, mal del corpo intero,

e de la mente peggio, e che mal nacque,

ha posto in loco di suo pastor vero».

Io non so se più disse o s’ei si tacque,

tant’era già di là da noi trascorso;

ma questo intesi, e ritener mi piacque.

E quei che m’era ad ogne uopo soccorso

disse: «Volgiti qua: vedine due

venir dando a l’accidïa di morso».

Di retro a tutti dicean: «Prima fue

morta la gente a cui il mar s’aperse,

che vedesse Iordan le rede sue.

E quella che l’affanno non sofferse

fino a la fine col figlio d’Anchise,

sé stessa a vita sanza gloria offerse».

Poi quando fuor da noi tanto divise

quell’ombre, che veder più non potiersi,

novo pensiero dentro a me si mise,

del qual più altri nacquero e diversi;

e tanto d’uno in altro vaneggiai,

che li occhi per vaghezza ricopersi,

e ‘l pensamento in sogno trasmutai.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67


Io fui abate in San Zeno a Verona

18^ canto del Purgatorio.

L’abate di San Zeno.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire dall’abate di San Zeno: «Io fui abate di San Zeno a Verona al tempo del valoroso Barbarossa, di cui ancora Milano ne parla con dolore. E un tale ha già un piede all’interno della fossa, che presto pagherà il fio per l’offesa fatta a quel monastero, e si dorrà di avere avuto potere su di esso; perché ha posto suo figlio, non integro nel corpo, e peggio nell’anima, e che fu bastardo, in sostituzione del suo abate legittimo».

L’abate di San Zeno, collocato da Dante in questa cornice tra gli accidiosi, visse sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa, come dice egli stesso al poeta quando gli si presenta. Da alcune ricerche storiche pubblicate a suo tempo relativamente alle chiese di Verona, è risultato che un tale Gherardo II fu abate del monastero di San Zeno, dove morì nel 1187. Questi resse le sorti dello stesso per oltre venticinque anni, e sembra che il Barbarossa, di passaggio a Verona, gli avesse conferito la giurisdizione di vari villaggi delle zone circostanti, nonché altri privilegi.

Altro non si sa. “Forse Dante raccolse a Verona una tradizione su questo abate accidioso di più di un secolo prima, ma la cosa non è probabile, né necessaria”, chiosa la Chiavacci Leonardi. Che così prosegue: “Nulla ne sanno i suoi commentatori (addirittura per i primi di essi, vedi Benvenuto da Imola e il Vellutello, questo abate di San Zeno si chiamava Alberto e fu ‘uomo di santa vita’, N.d.R.).

Questo personaggio dantesco, sia stato esso Gherardo II o Alberto o addirittura Giovanni (per l’Anonimo), rappresenta dunque il vizio ritenuto tra i più caratteristici dei monasteri, e il poeta ne parla per accusare il suo successore, del quale si vuole denunciare l’abuso e la vergogna legata ad esso . L’allusione nel testo di cui sopra, infatti, è riferita ad Alberto della Scala, signore di Verona, padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande, morto nel settembre 1301. Questi impose come abate di San Zeno il figlio naturale Giuseppe, “sciancato nel corpo e, al dire di Dante e dei suoi commentatori, corrotto nell’animo”, sempre per la Chiavacci Leonardi. Che conclude: “Questo severo giudizio contro il padre dei due ospiti veronesi celebrati in Par. XVII (vv. 70-93) ha dato da pensare”.

© IO FUI ABATE IN SAN ZENO A VERONA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

E quale Ismeno già vide e Asopo

18^ canto del Purgatorio.

Gli accidiosi e gli esempi di accidia punita.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Dante narra: “La luna, tardiva a levarsi fin verso la mezzanotte, ci faceva sembrare le stelle più distanziate, diventata come un grande paiolo di rame che ancora splenda; e compiva il suo corso nel senso contrario al movimento apparente del cielo per quella parte che il sole rende del colore rosso della fiamma allorché il Romano lo vede quando tramonta fra la Sardegna e la Corsica. E quell’ombra nobile per cui Pietole è famosa più che la città di Mantova, mi aveva scaricato del peso dei miei dubbi; per cuiio, che avevo accolto la sua spiegazione chiara e facilmente intelligibile riguardo alle mie domande, stavo come chi vaneggia assonnato.

“Ma questo torpore mi fu rimosso all’improvviso da spiriti che a tergo si dirigevano già verso di noi. E quale furiosa calca un tempo videro di notte lungo le loro rive l’Ismeno e l’Asopo, soltanto che i Tebani avessero bisogno di Bacco, tale, per quello che io vidi, corre al galoppo in quel girone, di coloro che venivano, che sono stimolati alla penitenza dalla disposizione della volontà al bene e al giusto zelo. Rapidamente furono presso di noi, perché tutta quella folta schiera procedeva correndo; e due davanti gridavano piangendo: «Maria si affrettò verso la montagna; e Cesare, per assoggettare Lerida, assediò Marsiglia e poi corse in Spagna»”.

“«Presto, presto, che non si perda il tempo per un debole affetto», gridavano gli altri dietro, «affinché la cura del fare cose buone rinverdisca in noi la grazia divina»”.

© E QUALE ISMENO GIÀ VIDE E ASOPO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970