E avea in atto impressa esta favella

10^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di umiltà: l’arcangelo Gabriele e Maria.

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Dopo che fummo oltre la soglia della porta che rende disusato l’amore degli uomini diretto al male, perché esso fa apparire diretta la via deviante, mi accorsi che si chiudeva nuovamente udendola risuonare; e se io avessi rivolto gli occhi verso di essa, come sarebbe stata un’opportuna giustificazione alla colpa? Noi ascendevamo lungo una fenditura nella roccia, che procedeva tortuosamente sia da uno sia dall’altro lato, come l’onda del mare che va e viene dalla spiaggia.

“«Qui è necessario che si usi un poco di accortezza», iniziò a dire la mia guida, «nell’accostarsi una volta di qua, una volta di là alle rientranze della parete». E questo rese i nostri passi lenti e brevi, tanto che l’ultimo quarto di luna era giunto di nuovo all’orizzonte per tramontare, prima che noi fossimo usciti da quella strettoia; ma quando fummo liberi e in luogo aperto in alto dove il monte ritrae le coste verso il proprio asse, io prostrato e ambedue insicuri della via da prendere, ci soffermammo su un terreno piano più solitario che le strade che attraversano i deserti.

“Dal suo orlo, in cui il vuoto come confine, fino al punto d’inizio dell’alta parete che ancora si eleva, misurerebbe tre volte la lunghezza di un corpo umano; e quanto poteva spaziare la mia vista, una volta dalla parte sinistra una volta dalla destra, questo ripiano mi pareva di tal fatta. Sulla cornice non ci eravamo ancora incamminati, quando io vidi che quella parete attorno che aveva meno ripidità, era di marmo bianchissimo e così adornata di bassorilievi, che non soltanto Policleto, ma la natura lì sarebbe vinta.

“L’angelo che scese in Terra con la deliberazione divina della pacificazione invocata per lunghi secoli, che eliminò il lungo impedimento che chiudeva agli uomini il Paradiso, davanti a noi appariva così vero scolpito lì in un contegno di tenera e venerante devozione, che non dava l’impressione di essere una raffigurazione muta ma una persona viva e parlante. Si sarebbe giurato che egli dicesse ‘Ave!’; perché lì era rappresentata colei che girò la chiave per aprire la porta dell’Amore divino; e nel contegno aveva impresse queste parole: ‘Ecco l’ancella di Dio’, precisamente come un’immagine è impressa come un sigillo nella cera”.

@ E AVEA IN ATTO IMPRESSA ESTA FAVELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

9^ canto del Purgatorio.

(Canto IX, nel quale pone l’auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l’entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l’entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.)

La concubina di Titone antico

già s’imbiancava al balco d’orïente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

e la notte, de’ passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov’eravamo,

e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale;

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,

vinto dal sonno, in su l’erba inchinai

là ‘ve già tutti e cinque sedavamo.

Ne l’ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso a la mattina,

forse a memoria de’ suo’ primi guai,

e che la mente nostra, peregrina

più da la carne e men da’ pensier presa,

a le sue visïon quasi è divina,

in sogno mi parea veder sospesa

un’aguglia nel ciel con penne d’oro,

con l’ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea là dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: ‘Forse questa fiede

pur qui per uso, e forse d’altro loco

disdegna di portarne suso in piede’.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;

e sì lo ‘ncendio imaginato cosse,

che convenne che ‘l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,

li occhi svegliati rivolgendo in giro

e non sappiendo là dove si fosse,

quando la madre da Chirón a Schiro

trafuggò lui dormendo in su le braccia,

là onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss’io, sì come da la faccia

mi fuggì ‘l sonno, e diventa’ ismorto,

come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m’era solo il mio conforto,

e ‘l sole er’ alto già più che due ore,

e ‘l viso m’era a la marina torto.

«Non aver tema», disse il mio segnore;

«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;

non stringer, ma rallarga ogne vigore.

Tu se’ omai al purgatorio giunto:

vedi là il balzo che ‘l chiude dintorno;

vedi l’entrata là ‘ve par digiunto.

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,

quando l’anima tua dentro dormia,

sovra li fiori ond’è là giù addorno

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

sì l’agevolerò per la sua via”.

Sordel rimase e l’altre genti forme;

ella ti tolse, e come ‘l dì fu chiaro,

sen venne suso: e io per le sue orme.

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro

li occhi suoi belli quella intrata aperta;

poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro».

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta

e che muta in conforto sua paura,

poi che la verità li è discoperta,

mi cambia’ io; e come sanza cura

vide me ‘l duca mio, su per lo balzo

si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo

la mia matera, e però con più arte

non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

che là dove pareami prima rotto,

pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto

per gire ad essa, di color diversi,

e un portier ch’ancor non facea motto.

E come l’occhio più e più v’apersi,

vidil seder sovra ‘l grado sovrano,

tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

e una spada nuda avëa in mano,

che reflettëa i raggi sì ver’ noi,

ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

«Dite costinci: che volete voi?»,

cominciò elli a dire, «ov’è la scorta?

Guardate che ‘l venir sù non vi nòi».

«Donna del ciel, di queste cose accorta»,

rispuose ‘l mio maestro a lui, «pur dianzi

ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,

ricominciò il cortese portinaio:

«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto più che perso,

d’una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante

come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenëa ambo le piante

l’angel di Dio sedendo in su la soglia

che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi sù di buona voglia

mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi

umilemente che ‘l serrame scioglia».

Divoto mi gittai a’ santi piedi;

misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e «Fa che lavi,

quando se’ dentro, queste piaghe», disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,

d’un color fora col suo vestimento;

e di sotto da quel trasse due chiavi.

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.

«Quandunque l’una d’este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa»,

diss’elli a noi, «non s’apre questa calla.

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa

d’arte e d’ingegno avanti che diserri,

perch’ella è quella che ‘l nodo digroppa.

Da Pier la tegno; e dissemi ch’i’ erri

anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,

dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi ‘n dietro si guata».

E quando fuor ne’ cardini distorti

li spigoli di quella regge sacra,

che di metallo son sonanti e forti,

non rugghiò sì né si mostrò sì acra

Tarpëa, come tolto le fu il buono

Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

e ‘Te Deum laudamus‘ mi parea

udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea

ciò ch’io udiva, qual prender si suole

quando a cantar con organi si stea;

ch’or sì or no s’intendon le parole.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

9^ canto del Purgatorio.

L’angelo portiere.

Nel Purgatorio. Davanti alla porta. Il poeta narra: “Noi ci avvicinammo, ed eravamo in un punto in cui là dove prima mi appariva spaccato, proprio come una crepa che divide un muro, vidi una porta, e tre gradini sottostanti per andare a essa, di colori vari, e un portiere che ancora taceva. E quando sempre più lo guardai con attenzione, lo vidi sedere sopra il gradino posto più in alto, tale nella faccia che io non ne sopportai la vista; e aveva in mano una spada sguainata, che rimandava così i raggi di luce verso di noi, che io spesso vi volgevo inutilmente lo sguardo.

“«Parlate da codesto luogo: voi che cosa desiderate?», egli iniziò a dire, «dov’è la guida? State attenti che il salire non vi sia di nocumento».

“«Una donna del Paradiso, resa edotta di queste cose», gli rispose il mio maestro, «proprio poco fa ci disse: “Dirigetevi là: lì c’è la porta” ».

“«Ed essa vi faccia progredire nella via del bene», riprese a dire il gentile portinaio: «Venite dunque davanti ai gradini sotto la nostra custodia».

“Noi giungemmo là; e il primo scalino era di marmo bianco così levigato e limpido, che io mi contemplai come in uno specchio in esso quale io appaio. Il secondo era più nero che scuro, fatto di pietra scabra e arida, screpolata per lungo e per largo. Il terzo, che poggia con la propria massa al di sopra, mi sembrava porfido, così rosseggiante come il sangue che esce fuori con forza da una vena”.

“Sopra questo teneva ambedue i piedi l’angelo di Dio che sedeva sul limitare che mi sembrava una pietra di diamante. La guida mia condusse me volenteroso su per i tre gradini, dicendo: «Prega contrito che apra la serratura della porta». M’inginocchiai devotamente davanti ai suoi piedi santi; pregai misericordia e che mi aprisse, ma prima mi battei tre volte il petto”.

@ NOI CI APPRESSAMMO, ED ERAVAMO IN PARTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Tu se’ omai al purgatorio giunto

9^ canto del Purgatorio.

L’aiuto di santa Lucia.

Nel Purgatorio. In vista della porta. Dante narra: “«Non aver timore», disse il mio signore; «tranquillizzati, perché noi siamo avanti nel nostro cammino; non restringere, ma dà libero corso a ogni energia spirituale. Dopo quanto è accaduto tu sei arrivato al Purgatorio: vedi là il pendio che lo cinge intorno; vedi l’ingresso là dove il pendio appare interrotto da una spaccatura. Poco fa, nell’alba che precede il giorno, quando la tua anima dentro aveva le sue facoltà impedite dal sonno, venne una donna sopra i fiori di cui è adorno quel luogo laggiù, e disse: “Sono Lucia; permettetemi di prendere costui che dorme; così l’aiuterò nel suo cammino”. Rimasero lì Sordello e le altre anime nobili; essa ti prese tra le braccia, e quando si fece giorno, salì; e io lo seguii. Ti depose qui, ma prima gli occhi suoi belli mi resero manifesta quella fessura nel balzo; poi essa e il sonno scomparvero insieme».

“Similmente a colui che nel dubbio si accerta e che trasforma la sua paura in sicurezza, dopo che gli è stata svelata la verità, mi mutai io; e quando la guida mia mi vide senza timore, salì per il pendio, e io dalla parte posteriore verso l’alto. Lettore, tu intendi chiaramente in che modo io elevo a una maggiore dignità poetica il mio tema, e perciò non ti stupire se io lo fortifico con maggiori accorgimenti retorici”.

@ TU SE’ OMAI AL PURGATORIO GIUNTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ne l’ora che comincia i tristi lai

9^ canto del Purgatorio.

Il sogno di Dante.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta narra: “La moglie del vecchio Titone s’imbiancava già al balcone d’oriente, lontano dalle braccia del suo caro amante; la sua fronte era splendente di astri celesti, disposti a formare il disegno della costellazione dell’animale dal sangue freddo che colpisce le persone con la coda; e la notte, dei passi con cui ascende verso lo zenit, ne aveva percorsi due nel punto in cui eravamo, e il terzo chinava già le ali in basso; quando io, che avevo con me il corpo mortale, sopraffatto dalla sonnolenza, mi chinai sul terreno là dove sedevamo già tutti e cinque.

“Nell’ora in cui la rondinella inizia le voci querule vicino alla mattina, forse in ricordo dei suoi primi lamenti, e in cui la mente umana, più distaccata dai vincoli corporei e meno occupata dai pensieri, è quasi divinatrice nei suoi sogni, avevo l’impressione di vedere in sogno un’aquila con le piume di colore aureo librata nel cielo, con le ali distese ed essere intenta a scendere; e mi sembrava di essere là dove furono abbandonati i suoi compagni da Ganimede, quando fu trasportato fino al supremo concilio degli dèi.

“Dentro di me riflettevo: ‘Forse questa si dirige proprio qui per abitudine, e forse ritiene non degno di sé il levare prede tra gli artigli da altri luoghi’. Poi avevo l’impressione che, dopo aver roteato un poco, discendesse terribile come un fulmine, e mi trasportasse in alto fino alla sfera del fuoco. Lì sembrava che bruciassimo essa e io; e la visione dell’ardore immaginato mi scottò così, che fu inevitabile che mi destassi.

“Non in modo diverso Achille si scosse, volgendo intorno a sé gli occhi appena aperti e non sapendo là dove fosse, quando la madre togliendolo alle cure di Chirone lo portò via di nascosto dormiente sulle braccia a Sciro, da dove poi Ulisse e Diomede lo condussero via; di quello che mi riscossi io, quando il sonno si dileguò dalla mia faccia, e impallidii, come fa chi si sente gelare per lo spavento. Accanto a me c’era solo il mio conforto, e il sole era sorto già da più che due ore, e la mia vista era rivolta verso il tratto di mare“.

@ NE L’ORA CHE COMINCIA I TRISTI LAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

8^ canto del Purgatorio.

(Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimalmente per non ritrarre le mani da l’utilità de la pecunia, si tardaro a confessare di qui all’ultima ora di loro vita e non facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.)

Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ‘ntenerisce il core

lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;

quand’io incominciai a render vano

l’udire e a mirare l’una de l’alme

surta, che l’ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levò ambo le palme,

ficcando li occhi verso l’orïente,

come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.

Te lucis ante‘ sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

che fece me a me uscir di mente;

e l’altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l’inno intero,

avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché ‘l velo è ora ben tanto sottile,

certo che ‘l trapassar dentro è leggero.

Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe,

quasi aspettando, palido e umìle;

e vidi uscir de l’alto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.

L’un poco sovra noi a star si venne,

e l’altro scese in l’opposita sponda,

sì che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernëa in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l’occhio si smarria,

come virtù ch’a troppo si confonda.

«Ambo vegnon del grembo di Maria»,

disse Sordello, «a guardia de la valle,

per lo serpente che verrà vie via».

Ond’io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto m’accostai,

tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: «Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

grazïoso fia lor vedervi assai».

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

pur me, come conoscer mi volesse.

Temp’era già che l’aere s’annerava,

ma non sì che tra li occhi suoi e ‘ miei

non dichiarisse ciò che pria serrava.

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra ‘ rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: «Quant’è che tu venisti

a piè del monte per le lontane acque?».

«Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

ancor che l’altra, sì andando, acquisti».

E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

come gente di sùbito smarrita.

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse

che sedea lì, gridando: «Sù, Corrado!

vieni a veder che Dio per grazia volse».

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado

che tu dei a colui che sì nasconde

lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,

dì a Giovanna mia che per me chiami

là dove a li ‘nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m’ami,

poscia che trasmutò le bianche bende,

le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco d’amor dura,

se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.

Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com’avria fatto il gallo di Gallura».

Così dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur là dove le stelle son più tarde,

sì come rota più presso a lo stelo.

E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».

E io a lui: «A quelle tre facelle

di che ‘l polo di qua tutto quanto arde».

Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

e queste son salite ov’eran quelle».

Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse

dicendo: «Vedi là ‘l nostro avversaro»;

e drizzò il dito perché ‘n là guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l’erba e ‘ fior venìa la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso

leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e però dicer non posso,

come mosser li astor celestïali;

ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.

Sentendo fender l’aere a le verde ali,

fuggì ‘l serpente, e li angeli dier volta,

suso a le poste rivolando iguali.

L’ombra che s’era al giudice raccolta

quando chiamò, per tutto quello assalto

punto non fu da me guardare sciolta.

«Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

quant’è mestiere infino al sommo smalto»,

cominciò ella, «se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

sai, dillo a me, che già grande là era.

Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l’antico, ma di lui discesi;

a’ miei portai l’amor che qui raffina».

«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi

già mai non fui; ma dove si dimora

per tutta Europa ch’ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s’io di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia».

Ed elli: «Or va; che ‘l sol non si ricorca

sette volte nel letto che ‘l Montone

con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinïone

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Fui chiamato Currado Malaspina

8^ canto del Purgatorio.

Corrado Malaspina.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta sente dire da Corrado Malaspina: «Così la grazia illuminante che ti conduce verso l’alto possa trovare tanto alimento nel tuo libero arbitrio, quanto è necessario fino alla cima del monte smaltato di verde e di fiori, se hai una conoscenza verace dei fatti della Lunigiana o delle zone vicine, dimmelo, che là ero già potente. Fui chiamato Corrado Malaspina; non sono il capostipite, ma derivai da lui; per i parenti provai l’affetto esclusivo che si purifica qui».

Corrado Malaspina, posto da Dante nell’Antipurgatorio tra i principi negligenti, fu figlio di Federico I marchese di Villafranca e nipote di Corrado il Vecchio, capostipite della casata. Sulla biografia di questo personaggio ci sono giunte testimonianze non molto significative. Da qualche documento risulta che la sua vita fu votata prevalentemente alla cura degli interessi della sua famiglia e del suo territorio. Egli avrebbe liberato per due volte Sarzana dal giogo dei Pisani, e da ciò avrebbe avuto origine il suo rapporto con il suo avversario Nino Visconti (suo compagno di penitenza, poi, nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio), nonché avrebbe partecipato alle lotte contro il vescovo di Luni. In base al testamento redatto da lui stesso il 28 settembre 1294, divise tra i fratelli e i congiunti le terre in Lunigiana e in Sardegna, che aveva posseduto in compartecipazione con loro.

Il poeta, con tale personaggio, non fece altro che innalzare a condizione eccelsa un tipico rappresentante del mondo cavalleresco, rimasto nel suo animo per tutta la sua vita da esule, come momento storico di pace e di giustizia. Così, nell’incontro con lui, egli avvertì in maniera marcata il contrasto con gli anni che era costretto a vivere nel disordine sociale e politico della sua patria. A quest’epoca idealizzata, Dante guardava con molto rimpianto, e ciò traspare qua e là, come si vedrà, nella seconda e nella terza cantica, in cui tale rimpianto raggiungerà la vetta per mezzo della figura del suo avo Cacciaguida.

@ FUI CHIAMATO CURRADO MALASPINA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Sentendo fender l’aere a le verdi ali

8^ canto del Purgatorio.

Gli angeli e la mala striscia.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Dante narra: “Da quel lato in cui la valletta non ha protezione, c’era un serpente, forse come quello che procurò a Eva il frutto proibito. Il serpente malvagio strisciava tra la vegetazione bassa e folta e i fiori, piegando la testa di quando in quando, passandosi la lingua sul dorso come un animale che si lecca il pelo.

“Io non vidi, e perciò non lo posso raccontare, come partirono gli astori divini; ma vidi chiaramente sia l’uno sia l’altro quando erano in movimento. Sentendo tagliare l’aria dalle verdi ali, il serpente si allontanò in fretta, e gli angeli tornarono indietro, volando di nuovo con ritmo regolato e simultaneo su ai posti di guardia dove erano prima”.

Poco prima dell’incontro col giudice Nino Visconti, e subito dopo che i principi della valletta hanno continuato a cantare e terminare l’inno ambrosiano ‘Te lucis ante terminum’ iniziato da uno di essi, il poeta vede dapprima la folla silenziosa delle anime nobili che guardano verso l’alto, quasi in attesa, pallida e umile, e poi vede rendersi visibili in alto e scendere giù due angeli con due spade infuocate, tronche e prive delle loro estremità. Essi sono verdi nelle vesti come fogliette nate allora allora, che si tirano alle loro spalle urtate e mosse dal vento provocato dal battito di verdi ali. L’uno va a stare un poco più in alto di Dante, Virgilio e Sordello, e l’altro scende nel bordo opposto, così che gli spiriti sono contenuti nel mezzo. «Vengono entrambi dalla cavità della candida rosa a cui Maria presiede, a difesa dell’avvallamento, a causa del serpente che verrà ben presto», dice Sordello.

Così, espletato l’incontro col personaggio sopra citato, ecco la mala striscia, come il poeta definisce il serpente, fare la sua comparsa, e che Sordello indica a dito, svolgendosi in seguito la scena riportata in apertura. Bene. Gli angeli con la spada infuocata sono una chiara reminiscenza, tratta dalla Bibbia, del cherubino posto a guardia dell’Eden e rappresentano la raffigurazione dell’esilio dell’uomo, dal quale si può ritornare soltanto in virtù della redenzione. “Essi hanno infatti una funzione opposta al loro modello: il primo cherubino cacciò gli uomini dall’Eden perché non vi tornassero, i secondi cacciano il serpente perché gli uomini restino al sicuro nella valle fiorita” (Chiavacci Leonardi). E il serpente? Nient’altro che la tentazione diabolica sconfitta dalla grazia divina invocata dai penitenti della valletta fiorita, così che il nostro nemico di sempre, che nel Paradiso Terrestre riuscì a prevalere sull’umanità, adesso è cacciato dagli angeli alquanto facilmente. Soltanto con la loro presenza.

@ SENTENDO FENDER L’AERE A LE VERDI ALI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Giudice Nin gentil, quanto mi piacque

8^ canto del Purgatorio.

Nino Visconti.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta narra: “Credo di essere sceso solo di tre passi, e mi trovai di sotto, e vidi uno che contemplava ancora me, come se mi volesse riconoscere. Era già l’ora in cui si faceva buio, ma non così che non rivelasse ciò che in precedenza teneva chiuso tra i suoi occhi e i miei. Si mosse verso di me, e io mi mossi verso di lui: nobile giudice Nino, quanto fui contento quando ti vidi che non eri tra i dannati!”.

Nino Visconti, collocato da Dante nell’Antipurgatorio tra i principi negligenti, nacque nel 1265 circa e morì nel 1296. Fu signore del giudicato di Gallura e cittadino pisano tra i più influenti, a capo della fazione guelfa. Associato al governo di Pisa da Ugolino della Gherardesca, suo nonno materno, ed entrambi assunto il titolo di “rettori e governatori del Comune”, nel 1286 riformò con costui Breve communitis Pisani e il Breve populi Pisani, per venire incontro alle necessità di un ristretto governo di tipo signorile, e ponendo limitazioni all’autonomia delle Arti maggiori.

Nulla è pervenuto circa i suoi rapporti con il conte Ugolino, ma è certo che egli fu colui che accusò presso la Santa Sede l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini dell’eccidio che ebbe come protagonista la famiglia dei della Gherardesca (vedi Inferno XXXIII^ canto), dopo il quale, a causa della vittoria dei ghibellini pisani, dovette andarsene dalla città. Divenuto l’animatore della lega contro Pisa, rinsaldò i suoi rapporti con Firenze e fu in quel periodo che conobbe Dante.

Quando Pisa, nel luglio del 1293, aderì alla pace, egli non poté rientrare in città, visti i pericoli cui poteva incorrere, lui e la sua fazione. Ma qualche mese dopo, da Lucca, scrisse una missiva piena di risentimento ai Fiorentini, per raccomandarsi a essi sul rispetto dei patti fissati dal trattato di pace. Non avendo avuto riscontro, lasciò la Toscana riparando a Genova, che lo elesse come suo cittadino. Dalla città ligure si trasferì subito dopo nel giudicato di Gallura, dove ebbe contrasti con il suo vicario, il frate Gomita citato in Inferno nel XXII^ canto, che poi fece impiccare, e proseguì la sua battaglia contro Pisa fino a quando morì. Poco prima aveva espresso il desiderio che il suo cuore venisse portato nella guelfa Lucca, dove fu deposto nella chiesa dei frati minori di san Francesco.

@ GIUDICE NIN GENTIL, QUANTO MI PIACQUE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

7^ canto del Purgatorio.

(Canto VII, dove si purga la qualitade di coloro che, per propria negligenza, di die in die di qui a l’ultimo giorno di loro vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti altri.)

Poscia che l’accoglienze oneste e liete

furo iterate tre e quattro volte,

Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».

«Anzi che a questo monte fosser volte

l’anime degne di salire a Dio,

fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null’altro rio

lo ciel perdei che per non aver fé».

Così rispuose allora il duca mio.

Qual è colui che cosa innanzi sé

sùbita vede ond’e’ si maraviglia,

che crede e non, dicendo «Ella è… non è…»,

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,

e umilmente ritornò ver’ lui,

e abbracciòl là ‘ve ‘l minor s’appiglia.

«O gloria di Latin», disse, «per cui

mostrò ciò che potea la lingua nostra,

o pregio etterno del loco ond’io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?

S’io son d’udir le tue parole degno,

dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».

«Per tutt’i cerchi del dolente regno»,

rispuose lui, «son io di qua venuto;

virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto

a veder l’alto Sol che tu disiri

e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo è là giù non tristo di martìri,

ma di tenebre solo, ove i lamenti

non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti

dai denti morsi de la morte avante

che fosser da l’umana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante

virtù non si vestiro, e sanza vizio

conobber l’altre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio

dà noi per che venir possiam più tosto

là dove purgatorio ha dritto inizio».

Rispuose: «Loco certo non c’è posto;

licito m’è andar suso e intorno;

per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.

Ma vedi già come dichina il giorno,

e andar sù di notte non si puote;

però è buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote;

se mi consenti, io ti merrò ad esse,

e non sanza diletto ti fier note».

«Com’è ciò?», fu risposto. «Chi volesse

salir di notte, fora elli impedito

d’altrui, o non sarria ché non potesse?».

E ‘l buon Sordello in terra fregò ‘l dito,

dicendo: «Vedi? sola questa riga

non varcheresti dopo ‘l sol partito:

non però ch’altra cosa desse briga,

che la notturna tenebra, ad ir suso;

quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso

e passeggiar la costa intorno errando,

mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».

Allora il mio segnor, quasi ammirando,

«Menane», disse, «dunque là ‘ve dici

ch’aver si può diletto dimorando».

Poco allungati c’eravam di lici,

quand’io m’accorsi che ‘l monte era scemo,

a guisa che i vallon li sceman quici.

«Colà», disse quell’ombra, «n’anderemo

dove la costa face di sé grembo;

e là il novo giorno attenderemo».

Tra erto e piano era un sentiero sghembo,

che ne condusse in fianco de la lacca,

là dove più ch’a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,

indaco, legno lucido e sereno,

fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno

posti, ciascun saria di color vinto,

come dal suo maggiore è vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,

ma di soavità di mille odori

vi facea uno incognito e indistinto.

Salve, Regina‘ in sul verde e ‘n su’ fiori

quindi seder cantando anime vidi,

che per la valle non parean di fuori.

«Prima che ‘l poco sole omai s’annidi»,

cominciò ‘l Mantoan che ci avea vòlti,

«tra color non vogliate ch’io vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e ‘ volti

conoscerete voi di tutti quanti,

che ne la lama giù tra essi accolti.

Colui che più siede alto e fa sembianti

d’aver negletto ciò che far dovea,

e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea

sanar le piaghe c’hanno Italia morta,

sì che tardi per altri si ricrea.

L’altro che ne la vista lui conforta,

resse la terra dove l’acqua nasce

che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce

fu meglio assai che Vincislao suo figlio

barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio

par con colui c’ha sì benigno aspetto,

morì fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate là come si batte il petto!

L’altro vedete c’ha fatto a la guancia

de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:

sanno la vita sua viziata e lorda,

e quindi viene il duol che sì li lancia.

Quel che par sì membruto e che s’accorda,

cantando, con colui dal maschio naso,

d’ogne valor portò cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso

lo giovanetto che retro a lui siede,

ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de l’altre rede;

Iacomo e Federigo hanno i reami;

del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami

l’umana probitate; e questo vole

quei che la dà, perché da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole

non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,

onde Puglia e Proenza già si dole.

Tant’è del seme suo minor la pianta,

quanto, più che Beatrice e Margherita,

Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita

seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:

questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.

Quel che più basso tra costor s’atterra,

guardando in suso, è Guiglielmo marchese,

per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67