1^ canto dell’Inferno.
Il veltro.
Sulla piaggia diserta. Il poeta sente dire da Virgilio: «Questi non si nutrirà di dominio né di ricchezze, ma di Sapienza, Amore e Virtù, e la sua nascita sarà tra cielo e cielo. Sarà la salvezza di quell’umile Italia per cui morirono la vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso per le ferite. Questi la inseguirà di città in città, fino a che l’avrà riportata nell’Inferno, da dove l’invidia di Lucifero la fece uscire per la prima volta».
Questo personaggio citato da Virgilio è sempre stato un rompicapo per i commentatori, antichi e moderni, della Commedia. Se il Vellutello fu il primo a dire che si trattasse di Cangrande della Scala (il signore di Verona che diede ospitalità a Dante in esilio), per il Betti fu Benedetto XI, il successore di Bonifacio VIII, che tentò vanamente di porre fine alle lotte civili di Firenze. Addirittura il Getto, il Della Torre e l’Olshki avanzarono l’ipotesi che il veltro fosse lo stesso Dante, per non parlare di alcune interpretazioni, al limite della decenza, che si sono spinte ad avvalorare l’ipotesi che si trattasse di Mussolini o di Hitler.
Gli studiosi più recenti (il Bambaglioli su tutti), comunque, appurata ormai l’inutilità della ricerca, si sono orientati sostanzialmente verso tre figure rappresentative: un imperatore o un suo vicario (il Cian), un pontefice (il Torraca), un virtuoso riformista, come diremmo oggi (il Petrocchi). Ma forse l’ipotesi più giusta è che neanche Dante conoscesse l’identità di questo fantomatico personaggio. E chissà se, nel descriverlo, non abbia provato un sottile piacere, magari manifestato con un sorriso sulle labbra, immaginando futuri lettori e interpreti tormentarsi per comprendere chi fosse senza venirne a capo!
@ QUESTI NON CIBERÀ TERRA NÉ PELTRO
Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970