Ne li occhi era ciascuna oscura e cava

23^ canto del Purgatorio.

Arrivano i golosi.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Frattanto che io scrutavo il fogliame verde come è solito fare chi perde il suo tempo cercando gli uccellini, il più che padre mi diceva: «Figliolo, a questo punto vieni via di qui, perché il tempo che ci è assegnato deve essere distribuito in modo da trarne un maggior profitto». Io volsi lo sguardo, e non meno velocemente il passo, dietro ai saggi, che parlavano così, che mi rendevano il percorso di nessuna fatica. Ed ecco si udì piangere e cantare ‘Signore, aprirai le mie labbra’ in tal modo, che produsse piacere e sofferenza.

“«O caro padre, che cos’è quello che odo?», io iniziai a dire; ed egli: «Ombre che forse vanno sciogliendo il legame del loro debito verso Dio».

“Come fanno i viandanti assorti, quando raggiungono lungo la strada persone non conosciute, che si volgono a esse e non si fermano, così, con il passo più rapido del nostro, venendo dietro di noi e passando oltre una moltitudine di anime ci guardava con attenzione silenziosa e raccolta in devota preghiera. Ciascuna era colma d’ombra e scavata nelle orbite degli occhi, pallida nella faccia, e tanto scarna che la pelle si modellava sulla struttura delle ossa e da queste prendeva forma.

“Non credo che Erisitone fosse diventato così rinsecchito fino alla superficie esterna della pelle, a causa della sua fame, quando ne ebbe maggiore timore. Io dicevo dentro me stesso pensando: ‘Ecco il popolo che per fame fu costretto a cedere Gerusalemme, quando Maria mangiò il figlio!’. Le cavità degli occhi somigliavano a castoni di anelli senza pietre preziose: chi nel viso degli uomini legge ‘OMO’ senz’altro lì avrebbe visto la M”.

@ NE LI OCCHI ERA CIASCUNA OSCURA E CAVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

22^ canto del Purgatorio.

(Canto XXII, dove tratta de la qualità del sesto girone, dove si punisce e purga la colpa e vizio de la gola; e qui narra Stazio sua purgazione e sua conversione a la cristiana fede.)

Già era l’angel dietro a noi rimaso,

l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,

avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c’hanno a giustizia lor disiro

detto n’avea beati, e le sue voci

con ‘sitiunt‘, sanz’altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l’altre foci

m’andava, sì che sanz’alcun labore

seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò:«Amore,

acceso di virtù, sempre altro accese,

pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l’ora che tra noi discese

nel limbo de lo ‘nferno Giovenale,

che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale

più strinse mai di non vista persona,

sì ch’or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona

se troppa sicurtà m’allarga il freno,

e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno

loco avarizia, tra cotanto senno

di quanto per tua cura fosti pieno?».

Queste parole Stazio mover fenno

un poco a riso pria; poscia rispuose:

«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose

che danno a dubitar falsa matera

per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m’avvera

esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,

forse per quella cerchia dov’io era.

Or sappi ch’avarizia fu partita

troppo da me, e questa dismisura

migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch’io drizzai mia cura,

quand’io intesi là dove tu chiame,

crucciato quasi a l’umana natura:

‘Per che non reggi tu, o sacra fame

de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,

voltando sentirei le giostre grame.

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali

potean le mani a spendere, e pente’mi

così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi

per ignoranza, che di questa pecca

toglie ‘l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca

per dritta opposizione alcun peccato,

con esso insieme qui suo verde secca;

però, s’io son tra quella gente stato

che piange l’avarizia, per purgarmi,

per lo contrario suo m’è incontrato».

«Or quando tu cantasti le crude armi

de la doppia tristizia di Giocasta»,

disse ‘l cantor de’ buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta,

non par che ti facesse ancor fedele

la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele

ti stenebraron sì, che tu drizzasti

poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: ‘Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenïe scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,

a colorare stenderò la mano.

Già era ‘l mondo tutto quanto pregno

de la vera credenza, seminata

per li messaggi de l’etterno regno;

e la parola tua sopra toccata

si consonava a’ nuovi predicanti;

ond’io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi,

che, quando Domizian li perseguette,

sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette,

io li sovvenni, e i lor dritti costumi

fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi

di Tebe poetando, ebb’io battesmo;

ma per paura chiuso cristian fu’mi,

lungamente mostrando paganesmo;

e questa tepidezza il quarto cerchio

cerchiar mi fé più che ‘l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio

che m’ascondeva quanto bene io dico,

mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov’è Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai»,

rispuose ‘l duca mio, «siam con quel Greco

che le Muse lattar più ch’altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco;

spesse fïate ragioniam del monte

che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v’è nosco e Antifonte,

Simonide, Agatone e altri piùe

Greci che già di lauro ornar la fronte.

Qui si veggion de le genti tue

Antigone, Deïfile e Argia,

e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia;

èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,

e con le suore sue Deïdamia.

Tacevansi ambedue già li due poeti,

di novo attenti a riguardar dintorno,

liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno

rimase a dietro, e la quinta era al temo,

drizzando pur in sù l’ardente corno,

quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo

le destre spalle volger ne convegna,

girando il monte come far solemo».

Così l’usanza fu lì nostra insegna,

e prendemmo la via con men sospetto

per l’assentir di quell’anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto

di retro, e ascoltava i lor sermoni,

ch’a poeter mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada,

con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, così quello in giuso,

cred’io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde ‘l cammin nostro era chiuso,

cadea de l’alta roccia un liquor chiaro

e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l’alber s’appressaro;

e una voce per entro le fronde

gridò: «Di questo cibo avrete caro».

Poi disse: «Più pensava Maria onde

fosser le nozze orrevoli e intere,

ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere,

contente furon d’acqua; e Danïello

dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant’oro fu bello,

fé savorose con fame le ghiande,

e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande

che nodriro il Batista nel diserto;

per ch’elli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v’è aperto».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Ma tosto ruppe le dolci ragioni

22^ canto del Purgatorio.

Uno strano albero e gli esempi di temperanza.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “I poeti tacevano già entrambi, incominciando attenti a guardare intorno, liberi dai gradini della scala e dai muri; e già le quattro ancelle del giorno erano rimaste indietro, e la quinta era al timone, dirigendo sempre verso l’alto la punta infuocata, quando la mia guida: «Io penso che ci sia conveniente volgere il fianco destro verso l’orlo della cornice, girando per il monte come siamo soliti fare».

“Così lì la nostra indicazione fu la ripetizione di un atto, e ci avviammo con meno timore per la conferma di quell’anima virtuosa. Essi andavano davanti, e io tutto solo dalla parte posteriore, e ascoltavo i loro discorsi, che davano ammaestramento nel comporre versi. Ma interruppe immediatamente i piacevoli ragionamenti un albero che incontrammo in mezzo al pavimento del ripiano, con frutti delicatamente profumati e graditi all’olfatto; e come l’abete di ramo in ramo si restringe verso l’alto, così quello verso il basso, io credo, affinché nessuno vi salga.

“Dalla parte da cui il nostro cammino era impedito, un’acqua limpida precipitava dall’alta parete rocciosa e si spargeva su per le foglie. I due poeti si avvicinarono all’albero; e una voce attraverso le foglie gridò: «Avrete mancanza di questo cibo». Poi disse: «Maria si preoccupava più del modo in cui le nozze fossero decorose e compiute, che di soddisfare la sua bocca, che ora intercede per voi presso Dio».

«E le antiche donne di Roma, per la loro sete, si accontentarono dell’acqua; e Daniele si disinteressò della mensa regale e ottenne la sapienza e la scienza. La prima età degli uomini, nonostante tutto l’oro per cui fu bella, rese saporite le ghiande per fame, e dolce come il nettare ogni ruscello per sete. Miele e cavallette furono i cibi che nutrirono il Battista nel deserto; per cui egli è glorioso e tanto nobile quanto vi è rivelato dal Vangelo»”.

@ MA TOSTO RUPPE LE DOLCI RAGIONI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Per te poeta fui, per te cristiano

22^ canto del Purgatorio.

Il tiepido cristianesimo di Stazio.

Tra la quinta e la sesta cornice del Purgatorio. Stazio a Virgilio: «Tu per primo mi avviasti verso il Parnaso ad abbeverarmi alla fonte che sgorga dalle sue rupi, e fosti il primo a illuminarmi dopo Dio. Facesti come colui che cammina durante la notte, che tiene in mano la lanterna alle proprie spalle e non reca vantaggio a sé stesso, ma dietro di sé rende taluni accorti della strada, quando scrivesti: ‘Il mondo ritorna nuovo; torna la giustizia e la prima età degli uomini, e scende dal cielo una nuova progenie’.

«Per te fui un poeta, per te un cristiano: ma affinché tu comprenda meglio ciò che io delineo, chiarirò con nuovi argomenti quanto ho detto. La Terra era già tutta quanta piena della verace fede, predicata dai messaggeri del regno divino; e il tuo discorso citato poco prima si accordava ai predicatori di nuove verità; per cui io mi abituai a frequentarli. Poi mi vennero sembrando tanto santi, che, quando Domiziano li perseguitò, i loro pianti non furono senza il mio piangere; e finché io vissi, li soccorsi, e le loro rette usanze mi fecero disprezzare tutte le altre scuole religiose.

«E prima che io venissi a dire componendo versi come i Greci giungessero ai fiumi di Tebe, ebbi il battesimo; ma per viltà fui un cristiano occulto, fingendo per lungo tempo di essere pagano; e questa tiepidezza mi fece percorrere girando in cerchio la quarta cornice per più che quattro secoli. Tu dunque, che hai tolto l’ostacolo che mi celava tutto il bene di cui io parlo, finché ci resta ancora da salire, dimmi dove sono il nostro antico Terenzio, Cecilio e Plauto e Vario, se lo sai: dimmi se sono condannati alle pene eterne, e in quale cerchio».

@ PER TE POETA FUI, PER TE CRISTIANO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Or sappi ch’avarizia fu partita

22^ canto del Purgatorio.

Il vero peccato di Stazio.

Tra la quinta e la la sesta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “L’angelo era già rimasto dietro di noi, l’angelo che ci aveva indirizzati verso la scala per la sesta cornice, avendomi cancellato dalla fronte delle sette ferite di spada; e ci aveva detto che sono beati quelli che volgono il loro desiderio alla giustizia divina, e le sue parole diedero compimento a ciò con ‘hanno sete’, senza aggiungere altro. E io andavo più leggero che nei precedenti accessi alle cornici, sicché seguivo in alto gli spiriti veloci senza nessuna fatica; quando Virgilio iniziò a dire: «L’amore, suscitato dalla virtù, suscitò sempre un amore in potenza, al suo solo mostrarsi; per cui dal momento in cui discese tra noi nella zona marginale dell’Inferno Giovenale, che mi svelò il tuo affetto devoto verso di me, il mio affetto verso di te mai fu quale stimolò di più alcuno per una persona non vista, sicché adesso queste balze mi sembreranno corte. Ma dimmi, e come amico scusami se l’eccessiva franchezza allenta il freno al mio dire, e come amico conversa finalmente con me: l’avarizia come poté allignare dentro al tuo animo, tra un così grande senno di quanto fosti animato per il tuo zelo?».

“Queste parole prima fecero sorridere leggermente Stazio; dopo rispose: «Ogni tua parola è per me un segno gradito del tuo affetto. Tuttavia più volte si mostrano cose che forniscono un erroneo motivo di dubbio per il fatto che ci sfuggono le loro motivazioni reali. La tua domanda mi fa certo essere tua opinione che fossi soggetto ad avarizia nella vita terrena, forse a causa di quella cornice in cui io ero.

«Ora sappi che l’avarizia fu troppo lontana da me, e migliaia di mesi hanno castigato questo eccesso. E se non fosse che io raddrizzai il mio interesse, quando posi mente là dove tu gridi, quasi sdegnato verso gli uomini: ‘Perché, o giusta brama della ricchezza, tu non guidi il desiderio degli uomini?’, sentirei gli effetti degli scontri miserabili facendo rotolare massi.

«In quel momento mi avvidi che le mani potevano volare troppo a spendere, e mi pentii così di quello come degli altri peccati. Quanti resusciteranno coi capelli tagliati per l’ignoranza, che di questo peccato impedisce il pentimento durante la vita e in punto di morte! E sappi che il peccato che si contrappone direttamente a un determinato peccato, nel Purgatorio si cancella con l’espiazione insieme con esso; perciò, se io sono stato tra quelle anime che espiano il peccato di avarizia, per purificarmi, mi è accaduto a causa del peccato opposto a esso»”.

@ OR SAPPI CH’AVARIZIA FU PARTITA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

21^ canto del Purgatorio.

(Canto XXI, ove si tratta del sopradetto quinto girone, dove si punisce e purga la predetta colpa de l’avarizia e la colpa de la prodigalitade; dove truova Stazio poeta tolosano.)

La sete natural che mai non sazia

se non con l’acqua onde la femminetta

samaritana domandò la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta

per la ‘mpacciata, via dietro al mio duca,

e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca

che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,

già surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,

dal piè guardando la turba che giace;

né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo: «O frati miei, che Dio vi dea pace».

Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio

rendéli ‘l cenno ch’a ciò si conface.

Poi cominciò: «Nel beato concilio

ti ponga in pace la verace corte

che a me rilega ne l’etterno essilio».

«Come!», diss’elli, e parte andavam forte:

«se voi siete ombre che Dio sù non degni,

chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».

E ‘l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni

che questi porta e che l’angel profila,

ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perché lei che dì e notte fila

non li avea tratta ancora la conocchia

che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,

venendo sù, non potea venir sola,

però ch’al nostro modo non adocchia.

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola

d’inferno per mostrarli, e mosterrolli

oltre, quanto ‘l potrà menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli

diè dianzi ‘l monte, e perché tutto ad una

parve gridare infino a’ suoi piè molli».

Sì mi diè, dimandando, per la cruna

del mio disio, che pur con la speranza

si fece la mia sete men digiuna.

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza

ordine senta la religïone

de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Libero è qui da ogne alterazione:

di quel che ‘l ciel da sé in sé riceve

esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve,

non rugiada, non brina più sù cade

che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion né rade,

né coruscar, né figlia di Taumante,

che di là cangia sovente contrade;

secco vapor non surge più avante

ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,

dov’ha ‘l vicario di Pietro le piante.

Trema forse più giù poco o assai;

ma per vento che ‘n terra si nasconda,

non so come, qua sù non tremò mai.

Tremaci quando alcuna anima monda

sentesi, sì che surga o che si mova

per salir sù; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova,

che, tutto libero a mutar convento,

l’alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento

che divina giustizia, contra voglia,

come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia

cinquecent’anni e più, pur mo sentii

libera volontà di miglior soglia:

però sentisti il tremoto e li pii

spiriti per lo monte render lode

a quel Segnor, che tosto sù li ‘nvii».

Così ne disse; e però ch’el si gode

tanto del ber quant’è grande la sete,

non saprei dir quant’el mi fece prode.

E ‘l savio duca: «Omai veggio la rete

che qui vi ‘mpiglia e come si scalappia,

perché ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,

e perché tanti secoli giaciuto

qui se’, ne le parole tue mi cappia».

«Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto

del sommo rege, vendicò le fóra

ond’uscì ‘l sangue per Giuda venduto,

col nome che più dura e più onora

ero io di là», rispuose quello spirto,

«famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto,

che, tolosano, a sé mi trasse Roma,

dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma:

cantai di Tebe, e poi del grande Achille;

ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,

che mi scaldar, de la divina fiamma

onde sono allumati più di mille;

de l’Eneïda dico, la qual mamma

fummi, e fummi nutrice, poetando:

sanz’essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando

visse Virgilio, assentirei un sole

più che non deggio al mio uscir di bando».

Volser Virgilio a me queste parole

con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;

ma non può tutto la virtù che vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci

a la passion di che ciascun si spicca,

che men seguon voler ne’ più veraci.

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;

per che l’ombra si tacque, e riguardommi

ne li occhi ove ‘l sembiante più si ficca;

e «Se tanto labore in bene assommi»,

disse, «perché la tua faccia testeso

un lampeggiar di riso dimostrommi?».

Or son io d’una parte e d’altra preso:

l’una mi fa tacer, l’altra scongiura

ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e «Non aver paura»,

mi dice, «di parlar; ma parla e digli

quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».

Ond’io: «Forse che tu ti meravigli,

antico spirto, del rider ch’io fei;

ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,

è quel Virgilio dal qual tu togliesti

forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,

lasciala per non vera, ed esser credi

quelle parole che di lui dicesti».

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi

al mio dottor, ma el li disse: «Frate,

non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate

comprender de l’amor ch’a te mi scalda,

quand’io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Stazio la gente ancor di là mi noma

21^ canto del Purgatorio.

Stazio.

Nella quinta cornice del Purgatorio. I due poeti sentono dire da Stazio: «Le persone in Terra ancora mi chiamano per nome Stazio: composi un’opera su Tebe, e poi scrissi in poesia intorno al nobile Achille; ma morii nel comporre il secondo poema. Al mio fervore poetico diedero origine le scintille, che mi scaldarono, della fiamma divina da cui si sono accesi alla poesia più di mille; parlo dell’Eneide, la quale mi fu madre, e mi fu educatrice, a me poetante: senza di essa non creai cosa che avesse il peso equivalente di una dramma. E per essere vissuto in Terra nel tempo in cui visse Virgilio, accetterei di restare un anno di più di quanto debba alla mia liberazione dall’esilio».

Publio Papinio Stazio, posto da Dante in questa cornice tra gli avari e i prodighi, fu un poeta vissuto tra il 45 e il 96 d.C.; nacque a Napoli, come egli dichiarò nelle Silvae, una sua raccolta di poemetti d’amore ancora ignota nel Medioevo (essendo la scoperta della stessa dovuta all’umanista Poggio Bracciolini del 1417), e non a Tolosa, come il poeta, invece, gli farà dichiarare più in là nel canto. Questo errore fu dovuto alla confusione nel Medioevo che si faceva con Lucio Stazio Ursulo, questo sì di Tolosa, un retore vissuto ai tempi di Nerone.

Fu autore della Tebaide, un poema epico in dodici libri dedicato all’imperatore Domiziano, dove si narra la contesa tra Eteocle e Polinice, durante la spedizione di Teseo contro Creonte. Stazio si dedicò anche alla scrittura di un secondo poema, l’Achilleide, che avrebbe dovuto raccontare la vita e le vicende dell’eroe greco, ma restò incompiuto a metà del secondo libro (cioè fino a quando Ulisse scopre l’eroe a Sciro e lo conduce a Troia) per la sua morte. Sia il primo sia il secondo poema furono noti a Dante e da essi egli s’ispirò per quanto riguardava personaggi, descrizioni e situazioni, il tutto riportato in vari passaggi della Commedia e di altre sue opere.

Infatti, Stazio era considerato dal poeta uno dei maggiori autori latini, tanto è vero che negli ultimi canti del Purgatorio, in cui lo vediamo quale anima che ha compiuto la sua espiazione nella cornice degli avari e prodighi, come testimoniato dal tremar del monte, Dante gli farà assumere la funzione di passaggio da Virgilio a Beatrice.

@ STAZIO LA GENTE ANCOR DI LÀ MI NOMA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Trema forse più giù poco o assai

21^ canto del Purgatorio.

La causa del terremoto.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Stazio ai due poeti:« Non vi è cosa che il religioso assetto della montagna risenta senza l’ordinamento del mondo celeste, o che avvenga fuori della consuetudine. Qui è libero da ogni mutazione meteorologica: qui la causa può derivare da quello che il cielo produce e riceve in sé stesso, non da altro.

«Per cui non la pioggia, non la grandine, non la neve, non la rugiada, non la brina precipitano più in alto che la stretta scala con i tre gradini; non appaiono nuvole dense né rade, né lampi, né la figlia di Taumante, che in Terra cambia spesso regione celeste; il vapore secco non si alza al di sopra della sommità dei tre gradini di cui io parlai, dove ha i piedi il vicario di Pietro.

«Forse più giù trema poco o molto; ma a causa del vento secco che si sprigiona dalla terra, non so come, quassù non tremò mai. Qui trema ogni volta che qualche anima si sente pura, sicché si levi in piedi o che si muova per salire su; e l’accompagna quel grido. Attesta lo stato di perfetta purezza solo la volontà, che, tutta libera di cambiare compagnia, sorprende l’anima, e le dà diletto di volere.

«Anche prima vuole il proprio bene, ma glielo impedisce il desiderio che la giustizia divina, in contrasto con la volontà di salire, pone nelle anime per sottoporle al tormento, come sulla Terra il desiderio fu rivolto al peccato. E io, che sono giaciuto alla pena di questa cornice per più di cinquecento anni, proprio ora avvertii la volontà libera di salire al Paradiso: perciò sentisti il violento sussulto e gli spiriti devoti lodare nel monte quel Signore, che li indirizzi presto al Paradiso».

@ TREMA FORSE PIÙ GIÙ POCO O ASSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa

21^ canto del Purgatorio.

L’apparizione di Stazio.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “La sete innata che non si appaga mai se non con l’acqua di cui la donnetta di Samaria chiese il beneficio, mi tormentava, e mi sollecitava la fretta la via angusta e ingombra di anime seguendo la mia guida, e partecipavo al dolore per la giusta punizione. Ed ecco, come ci attesta Luca che Cristo apparve ai due che erano per la strada, già risorto fuori del sepolcro scavato nella roccia, così ci apparve un’ombra, e seguiva noi, che difendevamo dall’urto dei piedi la moltitudine che giaceva; né ci accorgemmo di lei, finché cominciò a parlare, dicendo: «O fratelli miei, Dio vi elargisca la pace». Noi ci volgemmo solleciti, e Virgilio gli restituì il saluto con un gesto che si confà a questo.

“Poi iniziò a dire: «Il vero giudizio divino relega me nell’esilio eterno ti ponga in pace nel consesso dei beati»”.

“«Come!», egli disse, e intanto andavamo in fretta: «se voi siete ombre che Dio non ritenga degne di salire al Paradiso, chi vi ha guidato tanto in alto per il monte?».

“E il mio maestro: «Se tu presti attenzione alle lettere che questi ha e che l’angelo traccia sulla fronte, intenderai esattamente che è inevitabile che sia destinato a partecipare alla beatitudine degli eletti. Ma poiché colei che riduce in filo continuamente lo stame delle vite umane ancora non aveva finito allora di tirare per lui la chioma che Cloto pone sulla rocca e avvolge per ciascuno, la sua anima, che è tua sorella e mia, salendo, non era capace di venire sola, poiché non ravvisa le cose alla nostra maniera. Per cui io fui tratto fuori dell’ampio cerchio dell’Inferno per indicargli la via da seguire, e gliela indicherò tanto avanti, quanto lo potrà condurre la mia dottrina. Ma dimmi, se tu sai, perché poco fa il monte scrollò, e perché gridò tutto a una voce fino alle sue radici bagnate dal mare»”.

@ CI APPARVE UN’OMBRA, E DIETRO A NOI VENÌA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

20^ canto del Purgatorio.

(Canto XX, ove si tratta del sopradetto girone e de la sopradetta colpa de l’avarizia.)

Contra miglior voler voler mal pugna;

onde contra ‘l piacer mio, per piacerli,

trassi de l’acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e ‘l duca mio si mosse per li

luoghi spediti pur lungo la roccia,

come si va per muro stretto a’ merli;

ché la gente che fonde a goccia a goccia

per li occhi il mal che tutto ‘l mondo occupa,

da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa,

che più che tutte l’altre bestie hai preda

per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda

le condizion di qua giù trasmutarsi,

quando verrà per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi,

e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia

pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi’ «Dolce Maria!»

dinanzi a noi chiamar così nel pianto

come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: «Povera fosti tanto,

quanto veder si può per quello ospizio

dove sponesti il tuo portato santo».

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,

con povertà volesti anzi virtute

che gran ricchezza posseder con vizio».

Queste parole m’eran sì piaciute,

ch’io mi trassi oltre per aver contezza

di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza

che fece Niccolò a le pulcelle,

per condurre ad onor lor giovinezza.

«O anima che tanto ben favelle,

dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola

tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza mercé la tua parola,

s’io ritorno a compiér lo cammin corto

di quella vita ch’al termine vola».

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto

ch’io attenda di là, ma perché tanta

grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta

che la terra cristiana tutta aduggia,

sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia

potesser, tosto ne saria vendetta;

e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;

di me son nati i Filippi e i Luigi

per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:

quando li regi antichi venner meno

tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

trova’mi stretto ne le mani il freno

del governo del regno, e tanta possa

di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,

ch’a la corona vedova promossa

la testa di mio figlio fu, dal quale

cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale

al sangue mio non tolse la vergogna,

poco valea, ma non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna

la sua rapina; e poscia, per ammenda,

Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda,

vittima fé di Curradino; e poi

ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,

che tragge un altro Carlo fuor di Francia,

per far conoscer meglio e sé e ‘ suoi.

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia

con la qual giostrò Giuda, e quella ponta

sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta

guadagnerà, per sé tanto più grave,

quanto più lieve simil danno conta.

L’altro, che già uscì preso di nave,

veggio vender sua figlia e patteggiarne

come fanno i corsar de l’altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne,

poscia ch’a’ il mio sangue a te sì tratto,

che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e il fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,

e tra vivi ladroni essere anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,

che ciò nol sazia, ma sanza decreto

portar nel tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto

a veder la vendetta che, nascosa,

fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa

de lo Spirito Santo e che ti fece

verso me volger per alcuna chiosa,

tanto è risposto a tutte nostre prece

quanto ‘l dir dura; ma com’ el s’annotta,

contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalïon allotta,

cui traditore e ladro e paricida

fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

e la miseria de l’avaro Mida,

che seguì a la sua dimanda gorda,

per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,

come furò le spoglie, sì che l’ira

di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira;

lodiamo i calci ch’ebbe Elïodoro;

e in infamia tutto ‘l monte gira

Polinestòr ch’ancise Polidoro;

ultimamente ci si grida: “Crasso,

dilci, che ‘l sai: di che sapore è l’oro?”.

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,

secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona

ora a maggiore e ora a minor passo:

però al ben che ‘l dì ci si ragiona,

dianzi non era io sol; ma qui da presso

non alzava la voce altra persona».

Noi eravam partiti già da esso,

e brigavam di soverchiar la strada

tanto quanto al poder n’era permesso,

quand’io senti’, come cosa che cada,

tremar lo monte; onde mi prese un gelo

qual prender suol colui ch’a morte vada.

Certo non si scoteo sì forte Delo,

pria che Latona in lei facesse ‘l nido

a parturir li due occhi del cielo.

Poi cominciò da tutte parti un grido

tal, che ‘l maestro inverso me si feo,

dicendo: «Non dubbiar, mentr’io ti guido».

Glorïa in excelsis‘ tutti ‘Deo

dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,

onde intender lo grido si poteo.

No’ istavamo immobili e sospesi

come i pastor che prima udir quel canto,

fin che ‘l tremar cessò ed el compiési.

Poi ripigliammo nostro cammin santo,

guardando l’ombre che giacean per terra,

tornate già in su l’usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra

mi fé desideroso di sapere,

se la memoria mia in ciò non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere;

né per la fretta dimandare er’ oso,

né per me lì potea cosa vedere:

così m’andava timido e pensoso.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67