Così mi parve da luce rifratta

15^ canto del Purgatorio.

L’angelo della misericordia.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta narra: «Quanto spazio tra l’inizio del giorno e la fine dell’ora terza appare del globo solare che si muove di continuo similmente a un fanciullo nel suo scherzare, altrettanto appariva essere giàrimasto verso la sera; in Purgatorio era pomeriggio inoltrato, e in Terra mezzanotte. E i raggi del sole ci colpivano di fronte, perché noi avevamo così girato per il monte, che procedevamo già verso occidente, quando io mi sentii abbagliare gli occhi dalla luce riflessa assai più che prima, e le cose non conosciute mi erano motivo di stupore; per cuiio sollevai le mani all’altezza delle mie sopracciglia, e feci l’atto di ripararmi gli occhi, che riduce l’eccesso della luminosità.

“Come quando il raggio di luce da una superficie d’acqua o da uno specchio rimbalza in direzione opposta, andando su in maniera pari a quella con cui scende, e altrettanto si allontana dalla verticale perfetta per un’uguale distanza, come insegna l’esperimento e la scienza; così ebbi l’impressione di essere colpito da una luce riflessa lì davanti a me; per cui il mio sguardo fu veloce a distogliersi.

“«Caro padre, che cos’è quello al cui cospetto non posso riparare la facoltà visiva tanto che sia in grado di adempiere il proprio compito», io dissi, «e appare essere diretto verso di noi?».

“«Non ti meravigliare se ancora ti abbacinano gli angeli celesti», mi rispose: «è un inviato celeste che giunge a esortare che si salga. Presto sarà il momento che vedere queste cose non ti sarà molesto, ma ti sarà causa di piacere tanto quanto la tua disposizione naturale ti predispose a sentire»”.

“Dopo che fummo arrivati all’angelo benedetto, con voce piena di cortesia e affetto disse:
«Procedete per di qui presso una scala ancora meno ripida che le precedenti». Noi salivamo, già
allontanati di lì, e dietro fu cantato ‘Beati i misericordiosi!’, e ‘Esulta tu che vinci!’”.

@ COSÌ MI PARVE DA LUCE RIFRATTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

14^ canto del Purgatorio.

(Canto XIV, dove si tratta del sopradetto girone, e qui si purga la sopradetta colpa della invidia; dove nomina messer Rinieri da Calvoli e molti altri.)

«Chi è costui che ‘l nostro monte cerchia

prima che la morte li abbia dato il volo,

e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».

«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;

domandal tu che più li t’avvicini,

e dolcemente, sì che parli, acco’lo».

Così due spirti, l’uno e l’altro chini,

ragionavan di me ivi a man dritta;

poi fer li visi, per dirmi, supini;

e disse l’uno: «O anima che fitta

nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,

per carità ne consola e ne ditta

onde vieni e chi se’; ché tu ne fai

tanto maravigliar de la tua grazia,

quanto vuol cosa che non fu più mai».

E io: «Per mezza Toscana si spazia

un fiumicel che nasce in Falterona,

e cento miglia di corso nol sazia.

Di sovr’esso rech’io questa persona:

dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,

ché ‘l nome mio ancor molto non suona».

«Se ben lo ‘intendimento tuo accarno

con lo ‘ntelletto», allora mi rispuose

quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».

E l’altro disse lui: «Perché nascose

questi il vocabol di quella riviera,

pur com’om fa de le orribili cose?».

E l’ombra che di ciò domandata era,

si sdebitò così: «Non so; ma degno

ben è che ‘l nome di tal valle pèra;

ché dal principio suo, ov’è sì pregno

l’alpestro monte ond’è tronco Peloro,

che ‘n pochi luoghi passa oltra quel segno,

infin là ‘ve si rende per ristoro

di quel che ‘l ciel de la marina asciuga,

ond’hanno i fiumi ciò che va con loro,

vertù così per nimica si fuga

da tutti come biscia, o per sventura

del luogo, o per mal uso che li fruga:

ond’hanno sì mutata lor natura

li abitator de la misera valle,

che par che Circe li avesse in pastura.

Tra brutti porci, più degni di galle

che d’altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso,

ringhiosi più che non chiede lor possa,

e da lor disdegnosa torce il muso.

Vassi caggendo; e quant’ella più ‘ngrossa,

tanto più trova di can farsi lupi

la maladetta e sventurata fossa.

Discesa poi per più pelaghi cupi,

trova le volpi sì piene di froda,

che non temono ingegno che le occùpi.

Né lascerò di dir perch’altri m’oda;

e buon sarà costui, s’accor s’ammenta

di ciò che vero spirto mi disnoda.

Io veggio tuo nepote che diventa

cacciator di quei lupi in su la riva

del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

Vende la carne loro essendo viva;

poscia li ancide come antica belva;

molti di vita e sé di pregio priva.

Sanguinoso esce de la trista selva;

lasciala tal, che di qui a mille anni

ne lo stato primaio non si rinselva.

Com’a l’annunzio di dogliosi danni

si turba il viso di colui ch’ascolta,

da qual che parte il periglio l’assanni,

così vid’io l’altr’anima, che volta

stava a udir, turbarsi e farsi trista,

poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.

Lo dir de l’una e de l’altra la vista

mi fer voglioso di saper lor nomi,

e dimanda ne fei con prieghi mista;

per che lo spirto che di pria parlòmi

ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca

nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.

Ma da che Dio in te vuol che traluca

tanto sua grazia, non ti sarò scarso;

però sappi ch’io fui Guido del Duca.

Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,

che se veduto avesse uom farsi lieto,

visto m’avresti di livore sparso.

Di mia semente cotal paglia mieto;

o gente umana, perché poni ‘l core

là ‘v’è mestier di consorte divieto?

Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore

de la casa da Calboli, ove nullo

fatto s’è reda poi del suo valore.

E non pur lo suo sangue è fatto brullo,

tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno,

del ben richesto al vero e al trastullo;

ché dentro a questi termini è ripieno

di venenosi sterpi, sì che tardi

per coltivare omai verrebber meno.

Ov’è ‘l buon Lizio e Arrigo Mainardi?

Pier Traversaro e Guido di Carpigna?

Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?

quando in Faenza un Bernardin di Fosco,

verga gentil di picciola gramigna?

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,

quando rimembro, con Guido da Prata,

Ugolin d’Azzo che vivette nosco,

Federigo Tignoso e sua brigata,

la casa Traversara e li Anastagi

(e l’una gente e l’altra è diretata),

le donne e ‘ cavalier, li affanni e li agi

che ne ‘nvogliava amore e cortesia

là dove i cuor son fatti sì malvagi.

O Bretinoro, ché non fuggi via,

poi che gita se n’è la tua famiglia

e molta gente per non esser ria?

Ben fa Bagnocaval, che non rifiglia;

e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,

che di figliar tai conti più s’impiglia.

Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio

lor sen girà; ma non però che puro

già mai rimagna d’essi testimonio.

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro

è ‘l nome tuo, da che più non s’aspetta

chi far lo possa, tralignando, scuro.

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta

troppo di pianger più che di parlare,

sì m’ha nostra ragion la mente stretta».

Noi sapavam che quell’anime care

ci sentivano andar; però, tacendo,

facëan noi del cammin confidare.

Poi fummo fatti soli procedendo,

folgore parve quando l’aere fende,

voce che giunse di contra dicendo:

‘Anciderammi qualunque m’apprende’;

e fuggì come tuon che si dilegua,

se sùbito la nuvola scoscende.

Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,

ed ecco l’altra con sì gran fracasso,

che somigliò tonar che tosto segua:

«Io sono Aglauro che divenni sasso»;

e allor, per ristrignermi al poeta,

in destro feci, e non innanzi, il passo.

Già era l’aura d’ogne parte queta;

ed el mi disse: «Quel fu ‘l duro camo

che dovria l’uom tener dentro a sua meta.

Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo

de l’antico avversaro a sé vi tira;

e però poco val freno o richiamo.

Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,

mostrandovi le sue bellezze etterne,

e l’occhio vostro pur a terra mira;

onde vi batte chi tutto discerne».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67





Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore

14^ canto del Purgatorio.

Rinieri de’ Calboli.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Guido del Duca: «Questi è Rinieri; questi è colui che dà merito e gloria alla casata de’ Calboli, in cui nessuno è diventato poi erede della sua eccellenza morale».

Rinieri de’ Calboli, collocato da Dante in questa cornice tra gli invidiosi, appartenne alla famiglia de’ Calboli, la più potente tra quelle guelfe di Forlì, il cui nome derivava dal castello omonimo situato presso Rocca San Casciano, nell’alta valle del Montone. Nato intorno al secondo decennio del XIII^ secolo, fu eletto podestà di Faenza nel 1250. Negli anni successivi, ricoprì questa carica a Parma due anni dopo, a Cesena nel 1255 e a Ravenna dieci anni dopo.

Avvalendosi dell’amicizia di Lizio di Valbona e dell’alleanza dei Guelfi fiorentini e bolognesi, contese nel 1277 a Guido da Montefeltro il predominio su Forlì, ma l’operazione fallì miseramente. E l’anno dopo i de’ Calboli si videro distruggere il loro castello avito proprio da Guido da Montefeltro. Nel 1279, dopo l’integrazione della Romagna nello stato della Chiesa, Rinieri guadagnò nuovo prestigio tra i Guelfi romagnoli, tranne a Forlì che era in mano ai Ghibellini, dove poté rientrare soltanto nel 1284.

Alleato dei Guelfi Guido da Polenta, Malatesta da Verucchio e Alberigo Manfredi, assunse gradualmente posizioni di aperta dissidenza nei confronti delle autorità pontificie. Nel 1292 rivestì di nuovo la carica di podestà a Faenza. Da qui in avanti assunse posizioni d’inimicizia verso il reggente pontificio, al quale sottrasse provvisoriamente, con una magistrale incursione, il potere di Forlì, dove però non riuscì mai a dimorarvi assiduamente, a causa dei suoi contrasti dapprima con le famiglie degli Orgogliosi e degli Ordelaffi, poi di nuovo con Guido da Montefeltro. E nell’estate del 1296, entrato con la sua famiglia a Forlì con un colpo di mano, dopo un breve successo iniziale, fu ucciso dai seguaci di Scarpetta degli Ordelaffi.

@ QUESTI È RINIER; QUESTI È ‘L PREGIO E L’ONORE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Però sappi ch’io fui Guido del Duca

14^ canto del Purgatorio.

Guido del Duca.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Guido del Duca a Dante: «Tu vuoi che io mi lasci indurre nel rendere a te ciò che tu non vuoi rendere a me. Ma dal momento che Dio vuole che si diffonda tanto la sua grazia su di te traendone bagliori, non sarò avaro di cortesia con te; perciò sappi che io fui Guido del Duca».

Guido del Duca, posto dal poeta in questa cornice tra gli invidiosi, fu un gentiluomo romagnolo appartenente alla famiglia ravennate degli Onesti. Esponente di spicco della parte ghibellina della sua città, parente delle famiglie gentilizie dei Traversari e dei Mainardi, esercitò la funzione giudicante in diversi comuni della Romagna, e risiedette parecchio tempo a Bertinoro (ricordato da Dante nel prosieguo del canto), rinomato a causa della liberalità dei suoi signori – e forse per questo motivo, sempre nel prosieguo del canto, questo personaggio si chiederà: ”O Bertinoro, perché non ti dilegui, dal momento che la tua stirpe se n’è andata e così molte famiglie gentilizie per non essere malvagie?”.

La Chiavacci Leonardi chiosa a proposito dell’invidia e su altro: “Della sua invidia nulla si sa, se non quello che ce ne dice Dante. Ma molto probabilmente il personaggio è posto in questo cerchio per esigenze compositive; col suo compagno Rinieri, l’uno ghibellino e l’altro guelfo, egli rappresenta la nobiltà romagnola, di cui è descritto il degenerare dell’antica cortesia, a fianco del triste quadro delle corrotte città toscane (n.d.r. Guido, poco prima, si era dilungato a parlare della situazione politica di tutte le città della Toscana interessate in qualche modo dal percorso dell’Arno)”.

@ PERÒ SAPPI CH’IO FUI GUIDO DEL DUCA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Così due spirti, l’uno e l’altro chini

14^ canto del Purgatorio.

I due spiriti di Romagna.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “«Chi è costui che percorre il nostro monte in cerchio e sale prima che la morte abbia concesso il volo alla sua anima, e apre e chiude gli occhi a sua volontà?».

“«Non so chi sia, ma so che egli non è solo; domandaglielo tu che gli sei più vicino, e ricevilo gentilmente, sicché parli».

“Così due spiriti, l’uno chino verso l’altro, parlavano di me lì a destra; poi, per parlarmi, volsero all’insù i volti; e uno di essi disse: «O anima chete ne vai verso il Paradiso ancora confitta nel corpo, confortaci in nome della carità e dicci da dove vieni e chi sei; perché tu ci fai tanto meravigliare per la grazia divina che ti è concessa, quanto esige un fatto che non avvenne mai prima d’ora».

“E io: «Nel centro della Toscana distende il suo corso un fiumicelloche si forma nel Falterona, e non gli bastano cento miglia di percorso. Io porto questa veste corporale da un luogo posto su di esso: dirvi chi sia, sarebbe parlare inutilmente, perché la mia nomea per ora non è molto diffusa».

“«Se afferro esattamente con l’intelletto ciò che intendi significare con le tue parole», mi rispose a quel punto colui che parlava prima», «tu tratti dell’Arno».

“E l’altro gli chiese: «Perché questi non palesò il nome proprio di quel fiume, proprio come si fa con le orribili cose?».

“E l’ombra a cui di questo era stata posta la domanda, pagò così il debito della sua risposta: «Non so; ma è una cosa molto giusta che perisca il nome della valle di tale fiume; perché dalla sua sorgente, in cui la catena montuosa da cui il capo Peloro si è staccato violentemente è così grossa e massiccia, che in pochi punti supera quell’ampiezza, fin là dove si restituisce come compenso ciò che il sole prosciuga dal mare, per cui i fiumi hanno ciò che costituisce il loro corso, così la virtù morale è sfuggita da tutti a mo’ di avversaria come un serpente, o a causa della sorte infelice di questo luogo, o dell’abitudine al vizio che li stimola: per cui gli abitanti della misera valle hanno mutato così la loro natura, che appare che Circe li avesse nutriti con cibi degni di loro»”.

@ COSÌ DUE SPIRTI, L’UNO E L’ALTRO CHINI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

13^ canto del Purgatorio.

(Canto XIII, dove si tratta del sopradetto girone secondo, e quivi si punisce la colpa della invidia; dove nomina madonna Sapìa, moglie di messer Viviano de’ Ghinibaldi da Siena, e molti altri.)

Noi eravamo al sommo de la scala,

dove secondamente si risega

lo monte che salendo altrui dismala.

Ivi così una cornice lega

dintorno il poggio, come la primaia;

se non che l’arco suo più tosto piega.

Ombra non lì è né segno che si paia:

parsi la ripa e parsi la vita schietta

col livido color de la petraia.

«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,

ragionava il poeta, «io temo forse

che troppo avrà d’indugio nostra eletta».

Poi fisamente al sole li occhi porse;

fece del destro lato a muover centro,

e la sinistra parte di sé torse.

«O dolce lume a cui fidanza i’ entro

per lo novo cammin, tu ne conduci»,

dicea, «come condur si vuol quinc’entro.

Tu scaldi il mondo, tu sovr’esso luci;

s’altra ragione in contrario non ponta,

esser dien sempre li tuoi raggi duci».

Quanto di qua per un migliaio si conta,

tanto di là eravam noi già iti,

con poco tempo, per la voglia pronta;

e verso noi volar furon sentiti,

non però visti, spiriti parlando

a la mensa d’amor cortesi inviti.

La prima voce che passò volando

Vinum non habent‘ altamente disse,

e dietro a noi l’andò reïterando.

E prima che del tutto non si udisse

per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’

passò gridando, e anco non s’affisse.

«Oh!», diss’io, «padre, che voci son queste?».

E com’io domandai, ecco la terza

dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.

E ‘l buon maestro: «Questo cinghio sferza

la colpa de la invidia, e però sono

tratte d’amor le corde de la ferza.

Lo fren vuol esser del contrario suono;

credo che l’udirai, per mio avviso,

prima che giunghi al passo del perdono.

Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,

e vedrai gente innanzi a noi sedersi,

e ciascun è lungo la grotta assiso».

Allora più che prima li occhi apersi;

guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti

al color de la pietra non diversi.

E poi che fummo un poco più avanti,

udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:

gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.

Non credo che per terra vada ancoi

omo sì duro, che non fosse punto

per compassion di quel ch’i’ vidi poi;

ché, quando fui sì presso di lor giunto,

che li atti loro a me venivan certi,

per li occhi fui di grave dolor munto.

Di vil ciliccio mi parean coperti,

e l’un sofferia l’altro con la spalla,

e tutti da la ripa eran sofferti.

Così li ciechi a cui la roba falla,

stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,

e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,

perché ‘n altrui pietà tosto si pogna,

non pur per lo sonar de le parole,

ma per la vista che non meno agogna.

E come a li orbi non approda il sole,

così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora,

luce del ciel di sé largir non vole;

ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra

e cusce sì, come a sparvier selvaggio

si fa però che queto non dimora.

A me pareva, andando, fare oltraggio,

veggendo altrui, non essendo veduto:

perch’io mi volsi al mio consiglio saggio.

Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;

e però non attese mia dimanda,

ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».

Virgilio mi venìa da quella banda

de la cornice onde cader si puote,

perché da nulla sponda s’inghirlanda;

da l’altra parte m’eran le divote

ombre, che per l’orribile costura

premevan sì, che bagnavan le gote.

Volsimi a loro e: «O gente sicura»,

incominciai, «di veder l’alto lume

che ‘l disio vostro solo ha in sua cura,

se tosto grazia resolva le schiume

di vostra coscïenza sì che chiaro

per essa scenda de la mente il fiume,

ditemi, ché mi fia grazioso e caro,

s’anima è qui tra voi che sia latina;

e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».

«O frate mio, ciascuna è cittadina

d’una vera città; ma tu vuo’ dire

che vivesse in Italia peregrina».

Questo mi parve per risposta udire

più innanzi alquanto che là dov’io stava,

ond’io mi feci ancor più là sentire.

Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava

in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,

lo mento a guisa d’orbo in sù levava.

«Spirto», diss’io, «che per salir ti dome,

se tu se’ quelli che mi rispondesti,

fammiti conto o per luogo o per nome».

«Io fui sanese», rispuose, «e con questi

altri rimendo qui la vita ria,

lagrimando a colui che sé ne presti.

Savia non fui, avvegna che Sapìa

fossi chiamata, e fui de li altrui danni

più lieta assai che di ventura mia.

E perché tu non creda ch’io t’inganni,

odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,

già discendendo l’arco d’i miei anni.

Eran li cittadin miei presso a Colle

in campo giunti co’ loro avversari,

e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.

Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari

passi di fuga; e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,

tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,

gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,

come fé ‘l merlo per poca bonaccia.

Pace volli con Dio in su lo stremo

de la mia vita; e ancor non sarebbe

lo mio dover per penitenza scemo,

se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe

Pier Pettinaio in sue sante orazioni,

a cui di me per caritate increbbe.

Ma tu chi se’ che nostre condizioni

vai dimandando, e porti li occhi sciolti,

sì com’io credo, e spirando ragioni?».

«Li occhi», diss’io, «mi fieno ancor qui tolti,

ma picciol tempo, ché poca è l’offesa

fatta per esser con invidia vòlti.

Troppa è più la paura ond’è sospesa

l’anima mia del tormento di sotto,

che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa».

Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto

qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».

E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.

E vivo sono; e però mi richiedi,

spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova

di là per te ancor li mortai piedi».

«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,

rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;

però col priego tuo talor mi giova.

E cheggioti, per quel che tu più brami,

se mai calchi la terra di Toscana,

che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.

Tu li vedrai tra quella gente vana

che spera in Talamone, e perderagli

più di speranza ch’a trovar la Diana;

ma più vi perderanno li ammiragli».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Savia non fui, avvegna che Sapìa

13^ canto del Purgatorio.

Sapia.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Sapia: «Io fui Senese, e con questi altri emendo qui la mia vita peccaminosa, implorando con lacrime Colui che ci conceda la visione di sé. Non fui saggia, sebbene fossi chiamata Sapia, e mi rallegrai assai più delle sventure degli altri che di qualsiasi mia fortuna. E affinché tu non pensi che io ti tragga in inganno, ascolta se fui insensata, come io ti dico, avendo oltrepassato già l’apice del corso della mia vita».

Sapia, collocata da Dante in questa cornice tra gli invidiosi, fu una gentildonna senese della quale rimase per lunghissimo tempo ignota l’identificazione storica, finché alcuni dantisti, tra cui l’Aquarone e lord Vernon nel XIX^ secolo, fondando la loro opinione su un documento ritenuto abbastanza soddisfacente, identificarono questo personaggio con la moglie di Ghinibaldo Saracini, (il quale possedeva un castello nei pressi di Colle Val d’Elsa), ipotesi poi suffragata nel tempo da altri studiosi, come la Luisi e il Lisini.

Sicché non pare più dubbio che storicamente la Sapia dantesca sia una zia, da parte di padre, di Provenzano Salvani, della cui figura il poeta, per bocca di Oderisi da Gubbio, traccia un breve ritratto tra i superbi. Costei fu fondatrice insieme al marito dell’ospizio di Castiglion Ghinibaldi, oggi Castiglionalto di Monteriggioni, a favore del quale lasciò nel 1274 beni mobili e immobili, non senza prima aver donato al Comune di Siena, una volta rimasta vedova, il castello di famiglia. Morì prima del 1289.

Delle ragioni dell’odio di Sapia per i suoi concittadini e, in particolare, per suo nipote che li comandava nella battaglia persa di Colle Val d’Elsa (8 Giugno 1269), come si evince dal brano riportato in apertura, ancora oggi non si sa nulla di sicuro all’infuori di ciò che è riportato da Dante, che dovette basarsi giocoforza su qualche tradizione allora viva in quelle terre. Nessun chiarimento è venuto, infatti, nel tempo dalle pur accurate ricerche degli studiosi, tra tutti il citato Lisini, se non mere ipotesi tutte prettamente a sfondo politico. Forse, chissà, quella più probabile, avanzata dalla critica più recente, potrebbe essere che l’invidia fosse per Sapia una passione naturale, quasi una seconda pelle, a prescindere dalle sue simpatie per questa o per quella fazione in lotta tra di loro.

@ SAVIA NON FUI, AVVEGNA CHE SAPÌA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Di vil ciliccio mi parean coperti

13^ canto del Purgatorio.

Gli invidiosi.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Dante narra: “Mi apparivano coperti di un ruvido panno, e l’uno sosteneva l’altro con la spalla, e tutti erano sostenuti dalla parete. Così i ciechi a cui manca il necessario per vivere, stanno sulle porte delle chiese a chiedere l’elemosina, e l’uno china la testa sopra l’altro, affinché si susciti immediatamente negli altri la compassione, non soltanto per il suono delle parole, ma per l’espressione del volto che non è meno eloquente nell’esprimere il desiderio di ricevere qualcosa.

“E come ai ciechi non arriva la luce del sole, così alle ombre lì, di cui io parlo adesso, la luce divina desidera di non donarsi; perché un filo di ferro buca e cuce a tutti l’orlo delle palpebre, così come si cuciono allo sparviero irrequieto poiché non sta tranquillo. Ritenevo, andando, di compiere una scortesia, vedendo gli altri, non essendo visto: per cui io mi volsi al mio consigliere sapiente”.

Gli invidiosi, posti dal poeta in questa cornice, che si presenta deserta e col livido colore della pietra cruda, non avendo nulla che caratterizza quella dei superbi, istoriata com’è di numerosi ed eccelsi esempi di umiltà, sono così rappresentati dal Sapegno nella sua presentazione al canto: “Nel secondo girone del monte stanno gli invidiosi: seduti e appoggiati alla parete rocciosa, sorreggendosi a vicenda come gli orbi che stanno a mendicare sulla porta delle chiese, hanno le palpebre degli occhi cucite con un filo di ferro, al modo che allora si usava con gli sparvieri ancora selvatici per riuscire più facilmente ad addomesticarli”.

E concludeva così: “La descrizione della pena inflitta agli invidiosi è svolta con una nitidezza e una precisione minuta di disegno, che sfiora a tratti la crudeltà. L’atteggiamento, tra pietoso e distaccato (di una pietà senza simpatia), del poeta, nei riguardi di questi penitenti, si definisce nei due termini, esplicitamente dichiarati, di una compassione naturale per il modo atroce della loro pena, e di una quasi totale estraneità di Dante al sentimento che li indusse a peccare”.

@ DI VIL CILICCIO MI PAREAN COPERTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

E verso noi volar furon sentiti

13^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di carità.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Quanto spazio si valuta in Terra per un miglio, tanto noi eravamo già avanzati su quel ripiano, in breve, per via del desiderio urgente; ed ecco si sentirono volare verso di noi, tuttavia non visti, spiriti che dicevano gentili esortazioni al convito della carità. La prima voce che passò volando in tono alto disse ‘Non hanno vino’, e l’andò ripetendo dopo averci oltrepassato. E prima che avesse cessato completamente di farsi udire per il fatto di essersi allontanata, un’altra passò gridando ‘Sono Oreste’, e ugualmente non si fermò.

“Io dissi: «Oh! padre, quali parole sono queste?». E quando io lo domandai, ecco la terza che diceva: ‘Amate quello da cui aveste il torto’.

“E il buon maestro: «Questo ripiano punisce il peccato dell’invidia, e perciò gli esempi che stimolano alla virtù contraria sono derivati dalla carità. Il freno deve essere dato con voci che ricordano opposti esempi; penso che le udirai, quanto al mio parere, prima che arrivi al varco del perdono. Ma scruta l’aria assai fissamente, e vedrai spiriti star seduti davanti a noi, e ciascuno è seduto lungo il dorso roccioso del monte».

“Quindi guardai con attenzione più che in precedenza; guardai davanti a me, e vidi ombre con mantelli non differenti dal colore della pietra. E dopo che fummo proceduti oltre, udii invocare: ‘Maria, prega per noi’: invocare ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti i santi’. Non credo che ci sia oggi in Terra uno così insensibile, che non fosse afflitto per pietà di quello che vidi poi; perché, quando fui arrivato così vicino a loro, che i loro atteggiamenti mi pervenivano chiari, mi furono spremute lacrime dagli occhi per il grave dolore”.

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

12^ canto del Purgatorio.

(Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove si sono intagliate certe imagini antiche de’ superbi; e quivi si puniscono li superbi medesimi.)

Di pari, come buoi che vanno a giogo,

m’andava io con quell’anima carca,

fin che ‘l sofferse il dolce pedagogo.

Ma quando disse: «Lascia lui e varca;

ché qui è buono con l’ali e coi remi,

quantunque può, ciascun pinger sua barca»;

dritto sì come andar vuolsi rife’mi

con la persona, avvegna che i pensieri

mi rimanessero e chinati e scemi.

Io m’era mosso, e seguia volontieri

del mio maestro i passi, e amendue

già mostravam com’eravam leggeri;

ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:

buon ti sarà, per tranquillar la via,

veder lo letto de le piante tue».

Come, perché di lor memoria sia,

sovra i sepolti le tombe terragne

portan segnato quel ch’elli eran pria,

onde lì molte volte si ripiagne

per la puntura de la rimembranza,

che solo a’ pïi dà de le calcagne;

sì vid’io lì, ma di miglior sembianza

secondo l’artificio, figurato

quanto per via di fuor del monte avanza.

Vedea colui che fu nobil creato

più ch’altra creatura, giù dal cielo

folgoreggiando scender, da l’un lato.

Vëdea Brïareo fitto dal telo

celestïal giacer, da l’altra parte,

grave a la terra per lo mortal gelo.

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,

armati ancora, intorno al padre loro,

mirar le membra d’i Giganti sparte.

Vedea Nembròt a piè del gran lavoro

quasi smarrito, e riguardar le genti

che ‘n Sennaàr con lui superbi fuoro.

O Nïobè, con che occhi dolenti

vedea io te segnata in su la strada,

tra sette e sette tuoi fratelli spenti!

O Saùl, come in su la propria spada

quivi parevi morto in Gelboè,

che poi non sentì pioggia né rugiada!

O folle Aragne, sì vedea io te

già mezza ragna, trista in su li stracci

de l’opera che mal per te si fé.

O Roboàm, già non par che minacci

quivi ‘l tuo segno; ma pien di spavento

nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.

Mostrava ancor lo duro pavimento

come Almeon a sua madre fé caro

parer lo sventurato addornamento.

Mostrava come i figli si gittaro

sovra Sennacherìb dentro dal tempio,

e come, morto lui, quivi il lasciaro.

Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio

che fé Tamiri, quando disse a Ciro:

«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».

Mostrava come in rotta si fuggiro

li Assiri, poi che fu morto Oloferne,

e anche le reliquie del martiro.

Vedeva Troia in cenere e in caverne;

o Ilïón, come te basso e vile

mostrava il segno che lì si discerne!

Qual di pennel fu maestro o di stile

che ritraesse l’ombre e ‘ tratti ch’ivi

mirar farieno uno ingegno sottile?

Morti li morti e i vivi parean vivi:

non vide mei di me chi vide il vero,

quant’io calcai, fin che chinato givi.

Or superbite, e via col viso altero,

figliuoli d’Eva, e non chinate il volto

sì che veggiate il vostro mal sentero!

Più era già per noi del monte vòlto

e del cammin del sole assai più speso

che non stimava l’animo non sciolto,

quando colui che sempre innanzi atteso

andava, cominciò: «Drizza la testa;

non è più tempo di gir sì sospeso.

Vedi colà l’angel che s’appresta

per venir verso noi; vedi che torna

dal servigio del dì l’ancella sesta.

Di reverenza il viso e li atti addorna,

sì che i diletti lo ‘nvïarci in suso;

pensa che questo dì mai non raggiorna!».

Io era ben del suo ammonir uso

pur di non perder tempo, sì che ‘n quella

materia non potea parlarmi chiuso.

A noi venìa la creatura bella,

biancovestito e ne la faccia quale

par tremolando mattutina stella.

Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;

disse: «Venite: qui son presso i gradi,

e agevolemente omai si sale.

A questo invito vegnon molto radi:

o gente umana, per volar sù nata,

perché a poco vento così cadi?».

Menocci ove la roccia era tagliata;

quivi mi batté l’ali per la fronte;

poi mi promise sicura l’andata.

Come a man destra, per salire al monte

dove siede la chiesa che soggioga

la ben guidata sopra Rubaconte,

si rompe del montar l’ardita foga

per le scalee che si fero ad etade

ch’era sicuro il quaderno e la doga;

così s’allenta la ripa che cade

quivi ben ratta da l’altro girone;

ma quinci e quindi l’alta pietra rade.

Noi volgendo ivi le nostre persone,

Beati pauperes spiritu!‘ voci

cantaron sì, che nol diria sermone.

Ahi quanto son diverse quelle foci

da l’infernali! ché quivi per canti

s’entra, e là giù per lamenti feroci.

Già montavam su per li scaglion santi,

ed esser mi parea troppo più lieve

che per lo pian non mi parea davanti.

Ond’io: «Maestro, dì, qual cosa greve

levata s’è da me, che nulla quasi

per me fatica, andando, si riceve?».

Rispuose: «Quando i P che son rimasi

ancor nel volto tuo presso che stinti,

saranno, com’è l’un, del tutto rasi,

fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,

che non pur non fatica sentiranno,

ma fia diletto loro esser sù pinti».

Allor fec’io come color che vanno

con cosa in capo non da lor saputa,

se non che ‘ cenni altrui sospecciar fanno;

per che la mano ad accertar s’aiuta,

e cerca e truova e quello officio adempie

che non si può fornir per la veduta;

e con le dita de la destra scempie

trovai pur sei le lettere che ‘ncise

quel da le chiavi a me sovra le tempie:

a che guardando, il mio duca sorrise.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67