Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno

25^ canto dell’Inferno.

I tre ladri fiorentini.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Dante narra: «Gli altri due lo guardavano, e ciascuno gridava: «Ohimè, Agnello, come ti trasformi! Vedi che già non sei né doppio né unico». Le due teste erano già divenute una sola, quando ci si mostrarono due forme corporee composte in una sola faccia, in cui erano smarrite le sembianze dell’uno e dell’altro. Le braccia diventarono due di quattro arti; le cosce con le gambe e il ventre e il petto divennero membra che non furono mai viste».

Buoso Donati, Puccio Sciancato e Agnello Brunelleschi, posti da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, furono cittadini fiorentini. Su Buoso Donati, i primi commentatori della Commedia non furono da subito sulla stessa lunghezza d’onda nella identificazione del Buoso nominato dal poeta; per alcuni si trattava di Buoso degli Abati, fiorentino di famiglia ghibellina; per altri di Buoso Donati, zio di Corso, Piccarda e Forese Donati.

Per la critica più recente, vedi il Barbi, invece, si tratterebbe di quest’ultimo, in quanto “mai dai documenti di questa famiglia (Abati) un individuo di tal nome non appare”; potrebbe coincidere con un tale Buoso firmatario della pace detta ‘del Cardinal Latino’, e corrisponderebbe “benissimo per l’età agli altri quattro ladroni in cui Dante s’imbatte”, ancora il Barbi, cioè Puccio Sciancato, Agnolo Brunelleschi, Cianfa Donati e Francesco Cavalcanti.

Di Puccio Sciancato, membro della famiglia ghibellina dei Galigai (peraltro il solo dei ladri sunnominati a non subire la metamorfosi nella bolgia da uomo e serpente e viceversa), si disse dagli stessi commentatori che fu bandito insieme ai figli nel 1288, per essere riammesso a Firenze nel 1300. Infatti, si è trovato citato nei documenti relativi alla pace sopra riportata, oltre che con il nome proprio e con quello della famiglia, col soprannome, appunto ‘Sciancato’, che gli derivava ovviamente da qualche menomazione fisica.

Il terzo venne identificato, sempre dai suddetti commentatori, con Agnello o Agnolo Brunelleschi, quale discendente di una famiglia ghibellina di Firenze che, dopo il 1300, si schierò prima con i Guelfi Bianchi e poi con i Neri. Secondo le Chiose Selmi, “infino picciolo votava la borsa al padre e a la madre, poi votava la cassetta a la bottega e imbolava. Poi da grande entrava per le case altrui e vestiasi a modo di povero e faciasi la barba da vecchio”.

@ LI ALTRI DUE ‘L RIGUARDAVANO, E CIASCUNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

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