Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

14^ canto dell’Inferno.

Il Veglio di Creta.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Dante: « All’interno del monte sta levata in piedi la grande statua di un vecchio, che tiene le spalle rivolte verso oriente e si rivolge verso occidente come suo modello. La sua testa è fatta di puro oro, e le braccia e il petto sono di puro argento, poi è di rame fino all’inforcatura delle gambe; da quel punto in giù è tutto di ferro purissimo, eccetto che il piede destro è di terracotta; e sta poggiato su questo più che sul sinistro».

Figura biblica, il Veglio fu la statua apparsa in sogno a Nabucodonosor (Daniele 2, 31-45), senza alcuna indicazione del luogo della sua collocazione, e simboleggiava il genere umano. Il poeta diede alla stessa una posizione geografica, l’isola di Creta, poiché dagli antichi poeti essa era vista come il centro della terra, nonché sede della prima età umana.

In più Dante fece assurgere la statua a simbolo della decadenza dell’umanità, avviata da Giove, la cui madre aveva tenuto nascosto nelle viscere del monte Ida, dalla mitica età dell’oro via via fino al suo tempo. Nella sua ricostruzione, la statua è formata dai metalli che corrispondono alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi rappresentano la Chiesa e l’Impero: di terracotta il destro, di ferro il sinistro. Essa poi volge le spalle a Damiata, in Egitto, simbolo dell’oriente, miscredente agli occhi dei Cristiani, e guarda Roma, cioè l’occidente, il cuore della cristianità.

@ DENTRO DAL MONTE STA DRITTO UN GRAN VEGLIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Nullo martiro, fuor che la tua rabbia

14^ canto dellʼInferno.

Capaneo.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Capaneo: «O Capaneo, in ciò che la tua superbia non si spegne, tu sei più castigato; nessun tormento, eccetto che la tua rabbia, sarebbe alla tua ira rabbiosa un tormento compiutamente adeguato».

Figura del mito classico, Capaneo, posto dal poeta nel terzo girone di questo cerchio tra i bestemmiatori, fu uno dei “Sette contro Tebe”, vale a dire i sette sovrani ellenici (secondo la versione vulgata del mito: Adrasto, capo della spedizione, Tideo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao, lo stesso Capaneo e Polinice) che posero a Tebe il primo assedio per ridarne il regno a Polinice cui il fratello Eteocle l’aveva defraudato. Tutti, tranne Adrasto, morirono nell’impresa, che forma l’argomento della Tebaide di Stazio.

Capaneo, sulle mura della città, ebbro della vittoria appena conseguita, e sicuro della propria forza, sfidò Giove a difendere la città, così che il capo degli dèi testé gli scagliò contro un fulmine. Già colpito, rimase ancora in piedi per un poco, ed esalò l’ultimo respiro ergendo la testa verso le stelle, sì sconfitto ma nemmeno lontanamente pronto ad accettare il suo destino.

Dalla mitologia alla letteratura, grazie al poeta, il cammino di questo personaggio è stato breve. Non a caso, egli lo collocò in questo girone, raffigurandolo in preda a un’empietà indomita, corrispondente, del resto, alla sua potenza fisica fedele a quella tramandata dalla mitologia.

@ NULLO MARTIRO, FUOR CHE LA TUA RABBIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970