Stazio la gente ancor di là mi noma

21^ canto del Purgatorio.

Stazio.

Nella quinta cornice del Purgatorio. I due poeti sentono dire da Stazio: «Le persone in Terra ancora mi chiamano per nome Stazio: composi un’opera su Tebe, e poi scrissi in poesia intorno al nobile Achille; ma morii nel comporre il secondo poema. Al mio fervore poetico diedero origine le scintille, che mi scaldarono, della fiamma divina da cui si sono accesi alla poesia più di mille; parlo dell’Eneide, la quale mi fu madre, e mi fu educatrice, a me poetante: senza di essa non creai cosa che avesse il peso equivalente di una dramma. E per essere vissuto in Terra nel tempo in cui visse Virgilio, accetterei di restare un anno di più di quanto debba alla mia liberazione dall’esilio».

Publio Papinio Stazio, posto da Dante in questa cornice tra gli avari e i prodighi, fu un poeta vissuto tra il 45 e il 96 d.C.; nacque a Napoli, come egli dichiarò nelle Silvae, una sua raccolta di poemetti d’amore ancora ignota nel Medioevo (essendo la scoperta della stessa dovuta all’umanista Poggio Bracciolini del 1417), e non a Tolosa, come il poeta, invece, gli farà dichiarare più in là nel canto. Questo errore fu dovuto alla confusione nel Medioevo che si faceva con Lucio Stazio Ursulo, questo sì di Tolosa, un retore vissuto ai tempi di Nerone.

Fu autore della Tebaide, un poema epico in dodici libri dedicato all’imperatore Domiziano, dove si narra la contesa tra Eteocle e Polinice, durante la spedizione di Teseo contro Creonte. Stazio si dedicò anche alla scrittura di un secondo poema, l’Achilleide, che avrebbe dovuto raccontare la vita e le vicende dell’eroe greco, ma restò incompiuto a metà del secondo libro (cioè fino a quando Ulisse scopre l’eroe a Sciro e lo conduce a Troia) per la sua morte. Sia il primo sia il secondo poema furono noti a Dante e da essi egli s’ispirò per quanto riguardava personaggi, descrizioni e situazioni, il tutto riportato in vari passaggi della Commedia e di altre sue opere.

Infatti, Stazio era considerato dal poeta uno dei maggiori autori latini, tanto è vero che negli ultimi canti del Purgatorio, in cui lo vediamo quale anima che ha compiuto la sua espiazione nella cornice degli avari e prodighi, come testimoniato dal tremar del monte, Dante gli farà assumere la funzione di passaggio da Virgilio a Beatrice.

@ STAZIO LA GENTE ANCOR DI LÀ MI NOMA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Trema forse più giù poco o assai

21^ canto del Purgatorio.

La causa del terremoto.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Stazio ai due poeti:« Non vi è cosa che il religioso assetto della montagna risenta senza l’ordinamento del mondo celeste, o che avvenga fuori della consuetudine. Qui è libero da ogni mutazione meteorologica: qui la causa può derivare da quello che il cielo produce e riceve in sé stesso, non da altro.

«Per cui non la pioggia, non la grandine, non la neve, non la rugiada, non la brina precipitano più in alto che la stretta scala con i tre gradini; non appaiono nuvole dense né rade, né lampi, né la figlia di Taumante, che in Terra cambia spesso regione celeste; il vapore secco non si alza al di sopra della sommità dei tre gradini di cui io parlai, dove ha i piedi il vicario di Pietro.

«Forse più giù trema poco o molto; ma a causa del vento secco che si sprigiona dalla terra, non so come, quassù non tremò mai. Qui trema ogni volta che qualche anima si sente pura, sicché si levi in piedi o che si muova per salire su; e l’accompagna quel grido. Attesta lo stato di perfetta purezza solo la volontà, che, tutta libera di cambiare compagnia, sorprende l’anima, e le dà diletto di volere.

«Anche prima vuole il proprio bene, ma glielo impedisce il desiderio che la giustizia divina, in contrasto con la volontà di salire, pone nelle anime per sottoporle al tormento, come sulla Terra il desiderio fu rivolto al peccato. E io, che sono giaciuto alla pena di questa cornice per più di cinquecento anni, proprio ora avvertii la volontà libera di salire al Paradiso: perciò sentisti il violento sussulto e gli spiriti devoti lodare nel monte quel Signore, che li indirizzi presto al Paradiso».

@ TREMA FORSE PIÙ GIÙ POCO O ASSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa

21^ canto del Purgatorio.

L’apparizione di Stazio.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “La sete innata che non si appaga mai se non con l’acqua di cui la donnetta di Samaria chiese il beneficio, mi tormentava, e mi sollecitava la fretta la via angusta e ingombra di anime seguendo la mia guida, e partecipavo al dolore per la giusta punizione. Ed ecco, come ci attesta Luca che Cristo apparve ai due che erano per la strada, già risorto fuori del sepolcro scavato nella roccia, così ci apparve un’ombra, e seguiva noi, che difendevamo dall’urto dei piedi la moltitudine che giaceva; né ci accorgemmo di lei, finché cominciò a parlare, dicendo: «O fratelli miei, Dio vi elargisca la pace». Noi ci volgemmo solleciti, e Virgilio gli restituì il saluto con un gesto che si confà a questo.

“Poi iniziò a dire: «Il vero giudizio divino relega me nell’esilio eterno ti ponga in pace nel consesso dei beati»”.

“«Come!», egli disse, e intanto andavamo in fretta: «se voi siete ombre che Dio non ritenga degne di salire al Paradiso, chi vi ha guidato tanto in alto per il monte?».

“E il mio maestro: «Se tu presti attenzione alle lettere che questi ha e che l’angelo traccia sulla fronte, intenderai esattamente che è inevitabile che sia destinato a partecipare alla beatitudine degli eletti. Ma poiché colei che riduce in filo continuamente lo stame delle vite umane ancora non aveva finito allora di tirare per lui la chioma che Cloto pone sulla rocca e avvolge per ciascuno, la sua anima, che è tua sorella e mia, salendo, non era capace di venire sola, poiché non ravvisa le cose alla nostra maniera. Per cui io fui tratto fuori dell’ampio cerchio dell’Inferno per indicargli la via da seguire, e gliela indicherò tanto avanti, quanto lo potrà condurre la mia dottrina. Ma dimmi, se tu sai, perché poco fa il monte scrollò, e perché gridò tutto a una voce fino alle sue radici bagnate dal mare»”.

@ CI APPARVE UN’OMBRA, E DIETRO A NOI VENÌA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

20^ canto del Purgatorio.

(Canto XX, ove si tratta del sopradetto girone e de la sopradetta colpa de l’avarizia.)

Contra miglior voler voler mal pugna;

onde contra ‘l piacer mio, per piacerli,

trassi de l’acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e ‘l duca mio si mosse per li

luoghi spediti pur lungo la roccia,

come si va per muro stretto a’ merli;

ché la gente che fonde a goccia a goccia

per li occhi il mal che tutto ‘l mondo occupa,

da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa,

che più che tutte l’altre bestie hai preda

per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda

le condizion di qua giù trasmutarsi,

quando verrà per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi,

e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia

pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi’ «Dolce Maria!»

dinanzi a noi chiamar così nel pianto

come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: «Povera fosti tanto,

quanto veder si può per quello ospizio

dove sponesti il tuo portato santo».

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,

con povertà volesti anzi virtute

che gran ricchezza posseder con vizio».

Queste parole m’eran sì piaciute,

ch’io mi trassi oltre per aver contezza

di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza

che fece Niccolò a le pulcelle,

per condurre ad onor lor giovinezza.

«O anima che tanto ben favelle,

dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola

tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza mercé la tua parola,

s’io ritorno a compiér lo cammin corto

di quella vita ch’al termine vola».

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto

ch’io attenda di là, ma perché tanta

grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta

che la terra cristiana tutta aduggia,

sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia

potesser, tosto ne saria vendetta;

e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;

di me son nati i Filippi e i Luigi

per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:

quando li regi antichi venner meno

tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

trova’mi stretto ne le mani il freno

del governo del regno, e tanta possa

di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,

ch’a la corona vedova promossa

la testa di mio figlio fu, dal quale

cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale

al sangue mio non tolse la vergogna,

poco valea, ma non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna

la sua rapina; e poscia, per ammenda,

Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda,

vittima fé di Curradino; e poi

ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,

che tragge un altro Carlo fuor di Francia,

per far conoscer meglio e sé e ‘ suoi.

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia

con la qual giostrò Giuda, e quella ponta

sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta

guadagnerà, per sé tanto più grave,

quanto più lieve simil danno conta.

L’altro, che già uscì preso di nave,

veggio vender sua figlia e patteggiarne

come fanno i corsar de l’altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne,

poscia ch’a’ il mio sangue a te sì tratto,

che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e il fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,

e tra vivi ladroni essere anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,

che ciò nol sazia, ma sanza decreto

portar nel tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto

a veder la vendetta che, nascosa,

fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa

de lo Spirito Santo e che ti fece

verso me volger per alcuna chiosa,

tanto è risposto a tutte nostre prece

quanto ‘l dir dura; ma com’ el s’annotta,

contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalïon allotta,

cui traditore e ladro e paricida

fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

e la miseria de l’avaro Mida,

che seguì a la sua dimanda gorda,

per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,

come furò le spoglie, sì che l’ira

di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira;

lodiamo i calci ch’ebbe Elïodoro;

e in infamia tutto ‘l monte gira

Polinestòr ch’ancise Polidoro;

ultimamente ci si grida: “Crasso,

dilci, che ‘l sai: di che sapore è l’oro?”.

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,

secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona

ora a maggiore e ora a minor passo:

però al ben che ‘l dì ci si ragiona,

dianzi non era io sol; ma qui da presso

non alzava la voce altra persona».

Noi eravam partiti già da esso,

e brigavam di soverchiar la strada

tanto quanto al poder n’era permesso,

quand’io senti’, come cosa che cada,

tremar lo monte; onde mi prese un gelo

qual prender suol colui ch’a morte vada.

Certo non si scoteo sì forte Delo,

pria che Latona in lei facesse ‘l nido

a parturir li due occhi del cielo.

Poi cominciò da tutte parti un grido

tal, che ‘l maestro inverso me si feo,

dicendo: «Non dubbiar, mentr’io ti guido».

Glorïa in excelsis‘ tutti ‘Deo

dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,

onde intender lo grido si poteo.

No’ istavamo immobili e sospesi

come i pastor che prima udir quel canto,

fin che ‘l tremar cessò ed el compiési.

Poi ripigliammo nostro cammin santo,

guardando l’ombre che giacean per terra,

tornate già in su l’usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra

mi fé desideroso di sapere,

se la memoria mia in ciò non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere;

né per la fretta dimandare er’ oso,

né per me lì potea cosa vedere:

così m’andava timido e pensoso.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Certo non si scoteo sì forte Delo

20^ canto del Purgatorio.

Il tremar del monte.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Noi ci eravamo già allontanati da lui, e ci affrettavamo di superare la strada tanto quanto ci era consentito dalla difficoltà del cammino, quando io sentii tremare il monte, come una cosa che cada; cosicché mi vinse un gelo come è solito vincere colui che è condotto al supplizio. Certo Delo non si agitò con violenza, prima che Latona costruisse in essa la dimora per generare le due luci del cielo.

“Poi ebbe inizio da ogni punto un grido tale, che il maestro si mosse verso di me, dicendo: «Non temere, fino a quando io ti guido». Tutti dicevano ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli’, per quello che io capii dalla voce degli spiriti più vicini, da cui si potevano distinguere le parole del grido. Noi stavamo fermi e intenti per timore come i pastori che udirono quel canto per la prima volta, fino a che il terremoto cessò e il canto giunse alla fine”.

Dunque un terremoto scuote il monte e il Gloria lo accompagna, per celebrare l’ascesa in cielo di un’anima che ha finito il periodo di purgazione. Chiosa la Chiavacci Leonardi a tal proposito: “I due poeti ascoltano sospesi, come i pastori che per primi udirono quel canto a Betlemme (là dove Maria depose il bambino nella sua povertà, come il primo esempio ricorda). Con arte profonda Dante descrive questo momento, misto di paura e di dolcezza – tra lo scuotersi del monte e la bellezza del coro che si leva da ogni sua parte – e pieno di incerta aspettativa.

“Egli ne rimanda la spiegazione al canto successivo. Ma non si può non pensare, come altri critici di fatto hanno pensato, che quel terremoto e quel canto – segni di un glorioso evento soprannaturale, di cui il richiamo alla nascita di Cristo illumina all’improvviso il senso – siano come una risposta all’appassionata supplica prima rivolta al cielo. Il corso storico avrà i suoi tempi, i principi del mondo saranno giudicati alla fine. Ma ogni giorno, ogni ora, in ogni singola anima umana che sale al cielo, si compie il giudizio e la liberazione che quella nascita rese possibile”.

@ CERTO NON SI SCOTEO SÌ FORTE DELO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi

20^ canto del Purgatorio.

Ugo Capeto.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Ugo Capeto a Dante: «In Terra fui chiamato Ugo Capeto; da me sono discesi i Filippo e i Luigi dai quali è governata la Francia negli ultimi tempi. Io fui figlio di un commerciante di carni di Parigi: quando si estinsero tutti i re antichi, eccetto che uno solo fattosi frate, mi trovai salde nelle mani le redini della guida politica del regno, e tanta potenza di nuove ricchezze, e così con molti amici, che alla dignità della corona regia vacante fu elevata la testa di mio figlio, dal quale iniziarono a essere solennemente consacrate le persone dei re Capetingi».

Ugo Capeto, collocato da Dante in questa cornice tra gli avari e i prodighi, fu re dei Franchi dal 987 fino alla morte nel 996. Nacque intorno al 940 dalla sorella di Ottone I, Edvige, e da Ugo I il Grande, uno dei grandi vassalli dell’Impero, duca dei Franchi e di Borgogna, conte di Parigi, di Orléans e di Tours, il quale tenne di fatto il governo per conto di Ludovico IV e del quattordicenne Lotario.

Il figlio di Ugo I il Grande, dunque, non fu storicamente il fondatore della sua dinastia, quella dei Capetingi, come dice al poeta, bensì fu il primo a detenere la carica di re di Francia con l’incoronazione a Reims il 3 Luglio del 987, quindi dopo l’estinzione dei Carolingi avvenuta con la morte di Ludovico V, succeduto a Lotario.

Dante, pertanto, confuse in un’unica persona i due Ughi, padre e figlio, attingendo a fonti in massima parte leggendarie. Errore non solo di Dante, in verità, poiché nel suo tempo le conoscenze intorno alle origini dei Capetingi e, in generale, sui fatti di Francia erano quasi inesistenti.

Chiosava il Sapegno, nel suo commento al 20^ canto a proposito della radice della mala pianta: “ … è fatto giudice e interprete e profeta dell’imminente giudizio divino, a colpire, nella sua persona, e in quella dei suoi discendenti, gli effetti di quella cupidigia onde si genera primamente il disordine delle istituzioni e quindi la corruzione del costume in tutto il mondo cristiano”.

@ FIGLIUOL FU’ IO D’UN BECCAIO DI PARIGI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Noi andavam con passi lenti e scarsi

20^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di povertà e di liberalità.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Contro una volontà meglio indirizzata al bene combatte senza successo un’altra volontà; per cui contro il mio piacere, per compiacerlo, estrassi dall’acqua la spugna non del tutto imbevuta. Mi avviai; e la mia guida si avviò per lo spazio libero proprio lungo la parete rocciosa, come si cammina sugli spalti di un castello rasente ai merli; perché gli spiriti che sciolgono in lacrime versate goccia a goccia dagli occhi il peccato che invade possedendo tutti, si avvicinano troppo fuori dell’altro lato.

“Tu sia maledetta, antica lupa, che rendi schiavi gli uomini più che tutti gli altri vizi a causa della tua fame eternamente insaziabile! O sfere celesti, dal cui ruotare si crede che dipendano i mutamenti delle condizioni umane, quando verrà colui per opera del quale questa se ne vada?

“Noi camminavamo con passi lenti e brevi, e io ero attento alle ombre, che udivo piangere e dolersi in modo angosciato; e per caso udii uno spirito davanti a noi invocare «Amata Maria!» così nel pianto come fa la donna che stia per partorire; e continuare: «Fosti tanto povera, quanto si può vedere da quel luogo che ti ospitò in cui deponesti il santo feto portato nel tuo ventre». Successivamente udii: «O valente Fabrizio, preferisti possedere virtù con povertà anziché grandi ricchezze con disonestà».

“Queste parole mi erano così gradite, che io mi feci avanti per avere conoscenza di quello spirito da cui sembravano pronunciate. Egli trattava anche della generosa donazione che Nicola fece alle fanciulle, per indurre la loro giovinezza alla rispettabile condizione morale di spose e di madri”.

@ NOI ANDAVAM CON PASSI LENTI E SCARSI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

19^ canto del Purgatorio.

(Canto XIX, ove tratta de la essenza del quinto girone e qui si purga la colpa de l’avarizia; dove nomina papa Adriano nato di Genova de’ conti da Lavagna.)

Ne l’ora che non può ‘l calor dïurno

intepidar più ‘l freddo de la luna,

vinto da terra, e talor da Saturno

– quando i geomanti lor Maggior Fortuna

veggiono in orïente, innanzi a l’alba,

surger per via che poco le sta bruna -,

mi venne in sogno una femmina balba,

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,

con le man monche, e di colore scialba.

Io la mirava; e come ‘l sol conforta

le fredde membra che la notte aggrava,

così lo sguardo mio le facea scorta

la lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d’ora, e lo smarrito volto,

com’amor vuol, così le colorava.

Poi ch’ell’avea ‘l parlar così disciolto,

cominciava a cantar sì, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.

«Io son», cantava, «io son dolce serena»,

che ‘ marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s’ausa,

rado sen parte; sì tutto l’appago!».

Ancor non era sua bocca richiusa,

quand’una donna apparve santa e presta

lunghesso me per far colei confusa.

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,

fieramente dicea; ed el venìa

con li occhi fitti pur in quella onesta.

L’altra prendea,e dinanzi l’apria

fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre;

quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.

Io mossi li occhi, e ‘l buon maestro: «Almen tre

voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;

troviam l’aperta per la qual tu entre».

Sù mi levai, e tutti eran già pieni

de l’alto dì i giron del sacro monte,

e andavam col sol novo a le reni.

Seguendo lui, portava la mia fronte

come colui che l’ha di pensier carca,

che fa di sé un mezzo arco di ponte;

quand’io udi’ «Venite: qui si varca»

parlare in modo soave e benigno,

qual non si sente in questa mortal marca.

Con l’ali aperte, che parean di cigno,

volseci in sù colui che sì parlonne

tra due pareti del duro macigno.

Mosse le penne poi e ventilonne,

Qui lugent‘ affermando esser beati,

ch’avran di consolar l’anime donne.

«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,

la guida mia incominciò a dirmi,

poco amendue da l’angel sormontati.

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi

novella visïon ch’a sé mi piega,

sì ch’io non posso dal pensar partirmi».

«Vedesti», disse, «quell’antica strega

che sola sovr’ a noi omai si piagne;

vedesti come l’uom da lei si slega.

Bastiti, e batti a terra le calcagne;

li occhi rivolgi al logoro che gira

lo rege etterno con le rote magne».

Quale ‘l falcon, che prima a’ piè si mira,

indi si volge al grido e si protende

per lo disio del pasto che là il tira,

tal mi fec’io; e tal, quanto si fende

la roccia per dar via a chi va suso,

n’andai infin dove ‘l cerchiar si prende.

Com’io nel quinto giro fui dischiuso,

vidi gente per esso che piangea,

giacendo a terra tutta volta in giuso.

Adhaesit pavimento anima mea

sentia dir lor con sì alti sospiri,

che la parola a pena s’intendea.

«O eletti di Dio, li cui soffriri

e giustizia e speranza fa men duri,

drizzate noi verso li alti saliri».

«Se voi venite dal giacer sicuri,

e volete trovar la via più tosto,

le vostre destre sien sempre di fori».

Così pregò ‘l poeta, e sì risposto

poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io

nel parlare avvisai l’altro nascosto,

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:

ond’elli m’assentì con lieto cenno

ciò che chiedea la vista del disio.

Poi ch’io potei di me fare a mio senno,

trassimi sovra quella creatura

le cui parole pria notar mi fenno,

dicendo: «Spirto in cui pianger matura

quel sanza ‘l quale a Dio tornar non pòssi,

sosta un poco per me tua maggior cura.

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi

al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri

cosa di là ond’io vivendo mossi».

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri

rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima

scias quod ego fui successor Petri.

Intra Sïestri e Chiaveri s’adima

una fiumana bella, e del suo nome

lo titol del mio sangue fa sua cima.

Un mese e poco più prova’ io come

pesa il gran manto chi dal fango il guarda,

che piuma sembran tutte l’altre some.

La mia conversione, omè!, fu tarda;

ma, come fatto fui roman pastore,

così scopersi la vita bugiarda.

Vidi che lì non s’acquetava il core,

né più salir potiesi in quella vita;

per che di questa in me s’accese amore.

Fino a quel punto misera e partita

da Dio anima fui, del tutto avara;

or, come vedi, qui ne son punita.

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara

in purgazion de l’anime converse;

e nulla pena il monte ha più amara.

Sì come l’occhio nostro non s’aderse

in alto, fisso a le cose terrene,

così giustizia qui a terra il merse.

Come avarizia spense a ciascun bene

lo nostro amore, onde operar perdési,

così giustizia qui stretti ne tene,

ne’ piedi e ne le man legati e presi;

e quanto fia piacer del giusto Sire,

tanto staremo immobili e distesi».

Io m’era inginocchiato e volea dire;

ma com’io cominciai ed el s’accorse,

solo ascoltando, del mio reverire,

«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».

E io a lui: «Per vostra dignitate

mia coscïenza dritto mi rimorse».

«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,

rispuose: «non errar: conservo sono

teco e con li altri ad una podestate.

Se mai quel santo evangelico suono

che dice ‘Neque nubent‘ intendesti,

ben puoi veder perch’io così ragiono.

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;

ché la tua stanza mio pianger disagia,

col qual maturo ciò che tu dicesti.

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,

buona da sé, pur che la nostra casa

non faccia lei per essempro malvagia;

e questa sola di là m’è rimasa».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67



Intra Sïestri e Chiaveri s’adima

19^ canto del Purgatorio.

Adriano V.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Adriano V: «Apprenderai perché il cielo faccia volgere a sé i nostri dorsi; ma prima sappi che io fui successore di Pietro. Tra Sestri Levante e Chiavari scende a valle un bel fiume, e il titolo nobiliare della mia famiglia trae origine dal suo nome. Io sperimentai per poco più di un mese come pesa il manto papale a chi lo difende dal fango, che tutti gli altri pesi sembrano leggeri».

Adriano V, al secolo Ottobono Fieschi, posto da Dante in questa cornice tra gli avari e i prodighi, nacque nel periodo compreso tra il 1210 e il 1215 dalla grande famiglia genovese, che possedeva ampi feudi tra Sestri e Chiavari col titolo di conti di Lavagna. Nominato cardinale dallo zio Innocenzo IV, della stessa famiglia Fieschi, prima di assurgere al sacro soglio, pur se per un brevissimo lasso di tempo (11 Luglio-18 Agosto 1276), ebbe molti importanti incarichi e restò sempre fedele alla politica curiale di Innocenzo IV e dei suoi successori.

A onor del vero, nessuna fonte storica ha mai confermato la sua ‘avarizia’, nel senso etimologico del termine, ma, come viene citato nei vv. 109-111 del XIX^ canto (Vidi che lì non s’acquetava il core, né più salir potiesi in quella vita; per che di questa in me s’accese amore) e dalla sua stessa attività episcopale, “egli è qui posto”, chiosa la Chiavacci Leonardi, “per la sua avidità di potenza e grandezza terrena, il vero peccato che Dante rimprovera ai papi del suo tempo, dei quali Adriano V Fieschi è nel Purgatorio il rappresentante”.

La figura di questo papa ha rilievo esclusivamente personale, e per nulla politico, in coerenza con l’ispirazione etica che il poeta ha conferito a tutto il canto. Infatti, nell’uomo disteso per terra che narra a Dante la sua vicenda in tono appassionato si palesa, al di là del pontefice che ne rappresenta l’ufficialità, “una singolare personalità con una sua interna e drammatica storia morale, simile per taglio e intensità a quelle di altri personaggi della cantica, come Manfredi o Sapia, ai quali egli appare tuttavia superiore per l’alta consapevolezza della sua coscienza”, ancora la Chiavacci Leonardi.

@ INTRA SÏESTRI E CHIAVERI S’ADIMA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Com’io nel quinto giro fui dischiuso

19^ canto del Purgatorio.

Gli avari e i prodighi.

Nella quinta cornice del Purgatorio. Dante narra: “Quando io uscii all’aperto della quinta cornice, vidi sul ripiano di essa spiriti che piangevano, giacendo a terra tutti volti in basso. ‘La mia anima è attaccata alla terra’ udivo dire loro con sospiri così profondi, che a stento s’intendeva il discorso.

“«O spiriti destinati al Paradiso, le cui sofferenze sono rese meno penose dalla speranza di giustizia, indirizzateci verso gli alti gradini».

“«Se voi venite esenti dalla pena del giacere, e volete trovare più presto la strada, le vostre destre stiano continuamente dalla parte di fuori».

“Così pregò il poeta, e così ci fu risposto un poco davanti a noi; per cui io per mezzo delle sue parole scoprii il resto che rimaneva celato, e volsi gli occhi agli occhi del mio signore: ed egli acconsentì con un cenno compiacente a ciò che chiedevano gli occhi attraverso i quali si affaccia il desiderio.

“Dopo che io potei disporre di me a mio piacere, mi accostai e mi piegai sopra quell’anima le cui parole prima attrassero la mia attenzione, dicendo: «O spirito in cui il pianto fa maturare quello senza il quale non si può tornare a Dio, interrompi un poco per me la tua occupazione più intensa. Dimmi chi fosti e perché tenete le spalle volte in alto, e se vuoi che io ottenga qualcosa per te con preghiere da dove venni ancora vivo».

@ COM’IO NEL QUINTO GIRO FUI DISCHIUSO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970