Colui che più siede alto e fa sembianti

7^ canto del Purgatorio.

L’imperatore Rodolfo e gli altri principi negligenti.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Pendici del Purgatorio. I due poeti sentono dire da Sordello da Goito: «Prima che a questo punto tramonti lo scarso sole, desideriate che io non vi guidi tra quelli. Da questo balzo voi vedrete meglio i modi e i volti di tutti quanti, che ricevuti da essi giù nella bassura. Colui che siede più in alto e dimostra con l’atteggiamento di aver trascurato ciò che avrebbe dovuto fare, e che non si accompagna al canto degli altri, fu l’imperatore Rodolfo, che avrebbe potuto placare le discordie intestine che hanno distrutto l’Italia, sicché dopo il tempo conveniente e opportuno sarà rimessa in sesto da altri.

«Il secondo che lo rincuora per quello che appare all’aspetto, governò la terra in cui si formano le acque che la Moldava porta nell’Elba, e l’Elba da lì nel mare: ebbe nome Ottocaro, e da bambino fu assai migliore che suo figlio Venceslao adulto, che è dedito alla lussuria e all’ozio. E quel Nasetto che seduto vicino sembra in reciproca consultazione con colui che ha un sembiante così dolce, morì ritirandosi in fuga e disonorando l’insegna della casa reale di Francia: guardate là come si percuote il petto! Vedete il terzo che, sospirando, tiene adagiata la guancia sulla palma della sua mano come in un letto.

«Sono il padre e il suocero di colui che è causa della rovina della Francia: conoscono la sua vita peccaminosa e sozza moralmente, e di conseguenza deriva la sofferenza che li tormenta così. Colui che sembra così robusto e che si armonizza, cantando, con colui che ha il naso virile, fu adorno di ogni virtù; e se dopo di lui fosse rimasto re il giovanetto che siede dietro di lui, il retaggio dell’eccellenza morale sarebbe pienamente trasmesso di padre in figlio, che non si può dire degli altri eredi; Giacomo e Federico hanno i regni; nessuno dei due ha preso il meglio dell’eredità del padre.

«Rare volte l’umana virtù sorge di nuovo nei figli; e vuole questo Colui che la elargisce, affinché sia riconosciuto come derivato da lui. Le mie parole si riferiscono pure al Nasuto non meno che all’altro, Pietro, che canta con lui, per cui già si dolgono il regno di Puglia e la contea di Provenza. La progenie fu tanto di meno rispetto a suo padre, quanto Costanza si compiace ancora del marito, più che del loro Beatrice e Margherita. Vedete il re dalla sciocca vita, Enrico d’Inghilterra, sedere là in disparte: questi ha più virtuosi discendenti. Colui che tra costoro sta seduto a terra più in basso, guardando in alto, è il marchese Guglielmo, per cui sia Alessandria sia la sua guerra fanno soffrire il Monferrato e il Canavese».

@ COLUI CHE PIÙ SIEDE ALTO E FA SEMBIANTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Quindi seder cantando anime vidi

7^ canto del Purgatorio.

La valletta fiorita.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Pendici del Purgatorio. Dante narra: “L’oro e l’argento puro, il carminio e il bianco di zinco, l’indaco, il legno lucente e chiaro, il verde fresco dello smeraldo nel momento in cui la pietra viene spezzata, disposti all’interno di quello spazio cavo, ciascuno sarebbe stato superato dal colore dell’erba e dei fiori, come il minore è superato dal suo maggiore. La natura non aveva soltanto dipinto il terreno, ma dalla delicatezza di mille profumi si formava lì un insieme inconsueto e indefinito. Da quel luogo vidi anime star sedute sul prato e sui fiori cantando il ‘Salve, Regina‘, che a causa dell’avvallamento non apparivano da fuori”.

In questo luogo, verso sinistra a partire dal secondo balzo, il pendio forma un avvallamento, in sé soave a causa di un numero indefinito di profumi, dipinto dall’erba e dai fiori. Esso è cinto da un margine, che a un dato punto è interrotto per dare luogo all’ingresso. Qui Sordello da Goito conduce i due poeti (essi potranno fermarvisi durante la notte, perché le tenebre rendono impossibile la salita), tagliando a sghembo il pendio e i tre, subito dopo, sostano in un punto basso dell’orlo della valletta, da dove si possono vedere sia gli atteggiamenti sia i volti di coloro che vi dimorano. Quindi il trovatore comincia a parlare del primo di essi… ma questa è un’altra storia.

Qui ci preme soltanto sottolineare che la valletta fiorita è una sorta di Eden, forse venuto in mente al poeta sì traendo spunto dai Campi Elisi virgiliani del VI canto dell’Eneide, ma anche, secondo il D’Ancona, dal ‘verziere’ del ‘Trionfo della morte’ nel Camposanto di Pisa; per il Buck, invece, non è da sottovalutare il fatto che nella descrizione dantesca si colgano vasti echi di tutta la tradizione letteraria del cd. locus amoneus. Ma giunti a questo punto la domanda è: qui sono concentrati i principi più eminenti di tutta Europa. Perché? Se per il D’Ancona questo luogo riflette la loro dignità sulla Terra, valore sacro che l’epoca di Dante attribuiva al concetto di autorità, per il Landino il luogo ricorda loro lo stato di privilegio in cui vissero, del quale però non fecero buon uso.

Tuttavia la critica più recente, altrettanto autorevole, consolidatasi nelle pagine dell’Enciclopedia dantesca della Treccani, è più orientata ad affermare che i principi rappresentano il continente, in crisi “per difetto d’impegno umano”, per pusillanimità e disordine sociale, nonché per meri interessi di parte e per una specie di rilassatezza morale. In particolare, l’attaccamento al potere distolse tali personaggi dal loro compito precipuo: quello di guidare i popoli a loro sottoposti e di salvaguardarne le aspettative di vita. Infatti, anche per il Forti, è proprio questa per Dante la colpa maggiore di costoro: non aver soddisfatto la tutela dei propri sudditi, così indicando loro la retta via. Ma “sono tuttavia dei salvati; su di essi non grava – come appare da tutto il tono che governa la scena – lo sdegno violento di Dante. Non a loro infatti, ma ai loro figli, è indirizzata la vera condanna contenuta in questo testo”, chiosa la Chiavacci Leonardi.

@ QUINDI SEDER CANTANDO ANIME VIDI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

S’io son d’udir le tue parole degno

7^ canto del Purgatorio.

I due Mantovani.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Sordello da Goito a Virgilio: «O gloria degli Italiani, per cui l’idioma italico rese palese ciò di cui era capace, o eterno onore del mio luogo d’origine, quale merito o quale grazia divina ti mostra a me? Possa io essere meritevole di ascoltare le tue parole, dimmi se vieni dall’Inferno, e da quale cerchio».

Dopo che i due si sono abbracciati, dopo la lunghissima ‘digressione’ dantesca che occupa oltre la metà del canto precedente a questo, dopo che essi si sono sciolti da quell’abbraccio, e il primo chiesto al secondo chi egli fosse (sentendosi rispondere con un semplice “Io sono Virgilio, e per nessun altro peccato persi il Paradiso che per non avuto la fede in Cristo”), Sordello da Goito replica al suo conterraneo nel modo riportato sopra.

Il Sordello che appare in questa prima parte del 7^ canto è il Sordello che omaggia Virgilio, da ‘minore’ a ‘maggiore’; nulla a che vedere quindi con la sua precedente apparizione nel 6^ rappresentato a guisa di leon quando si posa, quindi con altera fierezza. In questa occasione, invece, un poeta, un trovatore, celebra l’eccellenza di un altro poeta (accadrà la stesso quando Stazio, che Virgilio incontrerà molto più avanti, si comporterà come Sordello da Goito).

E a proposito del Virgilio personaggio e poeta, e non guida e maestro di Dante, “… in tutta la scena risuonano così, come accade nelle altre due ad essa parallele”, chiosa la Chiavacci Leonardi, “quasi due corde: la grandezza del poeta da una parte, la sua esclusione del paradiso dall’altra. La dolorosa condizione che ne deriva, profondamente sofferta ma accettata, genera come negli altri luoghi un movimento di alta e mesta poesia, che imprime ai versi un ritmo elegiaco, proprio nel dolore a cui non ci si ribella: Non per far, ma per non fare ho perduto a veder l’alto Sol che disiri e che fu tardi per me conosciuto (n.d.r. 7^ canto, vv. 24-27; queste le parole di Virgilio in risposta alla domanda dell’altro, che vuole essere edotto circa la di lui provenienza)”.

@ S’IO SON D’UDIR LE TUE PAROLE DEGNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

6^ canto del Purgatorio.

(Canto VI, dove si tratta di quella medesima qualitade, dove si purga la predetta mala volontà di vendicare la ‘ngiuria, e per questo si ritarda sua confessione, e dove truova e nomina Sordello da Mantua.)

Quando si parte il gioco de la zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro, e qua e là, la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

che fé parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l’anima divisa

dal corpo suo per astio e per inveggia,

com’e’ dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

mentr’è di qua, la donna di Brabante,

sì che però non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante

quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,

sì che s’avacci lor divenri sante,

io cominciai: «El par che tu mi nieghi,

o luce mia, espresso in alcun testo

che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:

sarebbe dunque loro speme vana,

o non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?».

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;

e la speranza di costor non falla,

se ben si guarda con la mente sana;

ché cima di giudicio non s’avvalla

perché foco d’amor compia in un punto

ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;

e là dov’io fermai cotesto punto,

non s’ammendava, per pregar, difetto,

perché ‘l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a così alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto.

Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice;

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

di questo monte, ridere e felice».

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,

che già non m’affatico come dianzi,

e vedi omai che ‘l poggio l’ombra getta».

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,

rispuose, «quanto più potremo omai;

ma ‘l fatto è d’altra forma che non stanzi.

Prima che sie là sù, tornar vedrai

colui che già si cuopre de la costa,

sì che ‘ suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi là un’anima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

quella ne ‘nsegnerà la via più tosta».

Venimmo a lei: o anima lombarda,

come ti stavi altera e disdegnosa

e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicëa alcuna cosa,

ma lasciavane gir, solo sguardando

a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita

ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava

«Mantüa…», e l’ombra, tutta in sé romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,

dicendo: «O Mantoano, io son Sordello

de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s’alcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vòta?

Sanz’esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia

sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà costretti,

che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vieni, crudel, vieni, e vedi la pressura

d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m’accompagne?».

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne l’abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto de l’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercé del popol tuo che s’argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l’arco;

ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace e con senno!

S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno

l’antiche leggi e furon sì civili,

fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch’a mezzo novembre

non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, nel tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato, e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Ahi serva Italia, di dolore ostello

6^ canto del Purgatorio.

Le invettive dantesche.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta, dopo che insieme a Virgilio ha incontrato Sordello da Goito, il più importante trovatore italiano, discosto dai negligenti “morti per forza”, e aver descritto l’incontro tra Virgilio e costui, suo conterraneo, in questi termini: “… e mentre la cara guida iniziava a dire «Mantova…», l’ombra, tutta raccolta in sé e sola, si levò in piedi verso di lui dal luogo in cui stava in precedenza, dicendo: «O Mantovano, io sono Sordello della tua patria!»; e l’uno abbracciava l’altro”, parte con la lancia in resta, inveendo contro l’Italia, la Chiesa di Roma, l’imperatore dell’epoca e la sua città natale, in particolare contro i suoi avversari Guelfi di parte Nera.

La prima di tali invettive, famosissima, che reca questo inizio: “Ahi Italia schiava, ricettacolo di sofferenza, nave senza timoniere durante una grande tempesta, non più signora di popoli, ma postribolo!”, è quindi diretta contro l’Italia dilaniata dalle lotte intestine, nido di corruzione e di decadenza, mentre viene paragonata a una bestia selvaggia contraria a ogni disciplina e a ogni legge.

Segue quella contro la Chiesa di Roma, che attraverso i suoi alti prelati, invece di dedicarsi esclusivamente a Dio, si occupa degli affari civili, così confondendo malamente potere spirituale e temporale, di competenza dell’imperatore. A proposito del quale, gli si rivolge in tal modo (e siamo alla terza invettiva): “O Alberto tedesco che abbandoni costei che è diventata indomabile e irrequieta, mentre dovresti guidarla, una giusta vendetta scenda dai cieli sopra la tua discendenza, e sia straordinaria e manifesta, tale che il tuo successore ne abbia paura! Dal momento che tu e tuo padre avete tollerato, trattenuti di là delle Alpi dalla brama di governare la Germania, che il giardino dell’impero sia reso come un deserto”.

Da ultimo, a completare il doloroso sfogo, inveisce contro la sua amata patria, verso la quale si rivolge con amara ironia: “Firenze mia, puoi essere davvero felice di questa divagazione che non ti riguarda, in grazia del tuo popolo che si dà da fare” (n.d.r., il ‘popolo’, come detto sopra, è rappresentato dai suoi avversari della fazione guelfa dei Neri, che lo hanno costretto a un infamante esilio).

E a tutto ciò, cioè alla rappresentazione di una società in cui i sono banditi i supremi ideali dell’ordinato vivere civile, si aggiunge l’invocazione disperata per un soccorso divino, nella fattispecie rappresentato da Cristo: “E se mi è permesso, o sommo Cristo che fosti crocifisso per noi in Terra, i tuoi giusti occhi sono rivolti verso un altro luogo? O prepari nella profondità imperscrutabile della tua mente provvidenziale qualche bene completamente separato dalla nostra capacità d’intendere o di giudicare?”, che possa mettere fine al postribolo italico.

@ AHI SERVA ITALIA, DI DOLORE OSTELLO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Sola soletta, inverso noi riguarda

6^ canto del Purgatorio.

Sordello da Goito.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Virgilio a Dante: «Noi avanzeremo con questo giorno, quanto più potremo senz’altro indugio; ma le cose stanno in altro modo di quanto pensi. Prima che tu giunga in cima, vedrai risorgere colui che ormai è coperto dal pendio, così che non interromperai i suoi raggi. Ma vedi là un’anima che, seduta tutta sola, guarda verso di noi: quella c’indicherà il cammino più breve».

Sordello, posto dal poeta nell’Antipurgatorio discosto dai negligenti “morti per forza”, nacque a Goito nei pressi di Mantova tra la fine del XII^ secolo e l’inizio del XIII^, da una famiglia della piccola nobiltà locale, e trascorse la sua gioventù presso le corti di Ferrara, Verona e Treviso. A Verona diventò ‘familiare’ del conte Rizzardo di San Bonifacio, signore della città, e qui rapì e riportò a casa Cunizza, moglie del conte, nonché sorella di Ezzelino III da Romano, al fine di compiacere i fratelli di lei (il fatto ebbe grande risonanza e gli diede fama).

Trasferitosi a Treviso, presso il suddetto Ezzelino, sposò in segreto Otta di Strasso, evento che gli procurò l’avversione della famiglia di lei, per cui dové abbandonare l’Italia per approdare in Provenza, poi in Spagna presso la corte di Ferdinando III, re di León e di Castiglia, e ancora in Provenza, dove visse alla corte di Raimondo Berengario IV, collaborando con Romeo di Villanova. Alla morte di Berengario passò al servizio di Carlo d’Angiò, conte di Provenza. Con questi scese in Italia nel 1265 in veste di consigliere nella spedizione contro Manfredi, e da costui fu successivamente ricompensato con un feudo nel Cuneese e altri in Abruzzo. Morì in Italia, di vecchiaia o di malattia non si sa, nel 1269, forse nel reame angioino.

Sordello fu il più importante trovatore italiano e di lui ci sono state tramandate, tutte in lingua provenzale, molte opere: canzoni d’amore, sirventesi a sfondo politico e moraleggiante, un poemetto didattico sulle virtù cavalleresche, e la composizione più famosa di tutte, il Planher de Blacatz, sul genere del planh o compianto, in cui viene deplorata la viltà dei signori europei, passati in rassegna con aspre parole di rimprovero. Una nota da non sottovalutare sul suo conto è che egli ha nel contesto dell’Antipurgatorio un particolare rilievo: non fa parte dei negligenti “morti per forza”, sebbene qualche commentatore moderno (il Barbi e il Torraca, per esempio) abbia dissentito su ciò, né dei principi negligenti della valletta, i protagonisti del 7^ canto.

Infatti, se tra lui e gli appartenenti alla schiera degli uccisi ingiustamente c’è una netta linea di demarcazione, oltre che per la distanza che li separa, soprattutto a causa della sua sdegnosa solitudine e della completa assenza in lui della brama di preghiere che questi spiriti manifestano, ce n’è altrettanta con i ‘principi della valletta’, non fosse altro perché, non accomunandosi ad essi come lascia intendere a Virgilio e Dante, ne parla con distacco e di costoro appare censore e giudice più che loro sodale. In sostanza, siamo di fronte a una vera e propria guida dei due pellegrini relativamente a questo tratto dell’Antipurgatorio.

@ SOLA SOLETTA, INVERSO NOI RIGUARDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

6^ canto del Purgatorio.

Gli altri negligenti “morti per forza”.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta narra: “Tale ero io tra quella moltitudine numerosa, volgendo loro la faccia, sia qua sia là, e mi liberavo da essa impegnandomi a pregare a loro favore. Lì c’era l’Aretino chefu ucciso dalle braccia feroci di Ghino di Tacco, e l’altro che morì affogato inseguendo i nemici. Lì pregavacon le mani protese Federico Novello, e quello di Pisa che fece sembrare forte il valente Marzucco.

“Vidi il conte Orso e l’anima separata dal suo corpo per rancore e per invidia, come lei diceva, non per mancanza perpetrata; parlo di Pier dalla Broccia; e a questo proposito si penta, finché è viva, la donna di Brabante, sicché per questo peccato commesso non sia di una schiera peggiore”.

Benincasa da Laterina, Ghino di Tacco, Guccio de’ Tarlati, Federico Novello, Gano degli Scornigiani (quel da Pisa, per Dante), Orso degli Alberti, Pier de la Brosse, collocati da Dante nell’Antipurgatorio, sono gli altri negligenti “morti per forza”, che egli e Virgilio incontrano nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, dopo Iacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei. Ma andiamo con ordine.

Benincasa da Laterina fu un noto giurista del XIII^ secolo. Avendo, come assessore del podestà di Siena, condannato a morte due familiari di Ghino di Tacco, perché insieme a lui avevano sottratto al comune di Siena un castello in Maremma, “e quive stavano e rubavano chiunque passava per la strada”, secondo il Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, fu ucciso per vendetta da Ghino, tramite decapitazione, a Roma, dove esercitava la sua funzione di giudice. Ghino di Tacco fu signore di Torrita e della Fratta, della stirpe dei Cacciaconti, una delle più influenti famiglie senesi. Secondo il Boccaccio, divenne “per la sua fierezza e per le sue ruberie uomo assai famoso; essendo di Siena cacciato e nimico de’ conti di Santafiora, ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma, e in quel dimorando, chiunque per le circostanti parti passava, rubare faceva a’ suoi masnadieri”. Riconciliatosi in tarda età con Bonifacio VIII, ottenne il perdono del comune di Siena. Morì assassinato ad Asinalonga, nelle campagne senesi. Il ritratto che se ne fece dopo la sua morte fu quello di un uomo dall’indole sì fiera e bizzarra, ma cavalleresca e intrisa di magnanimità.

Guccio de’ Tarlati fu il capo dei ghibellini aretini. Per Pietro di Dante e Benvenuto da Imola, anch’essi tra i primi commentatori della Commedia, annegò nell’Arno mentre inseguiva i fuoriusciti guelfi di Arezzo della famiglia Bostoli (mentre secondo il Buti, il Lana e l’Ottimo commento, sarebbe morto annegato mentre tentava la fuga dagli inseguitori durante la battaglia di Campaldino). Federico Novello, figlio di Guido dei conti Guidi del Casentino, fu ucciso nel 1289 (o nel 1291) nei pressi di Bibbiena da un avversario politico, identificato da alcuni in Fumo o Fumaiolo di Alberto Bostoli.

Gano degli Scornigiani, figlio di Marzucco, fu fatto uccidere nel 1288 dal conte Ugolino, nel corso della dura contesa tra costui e Nino Visconti per il dominio di Pisa. Questo assassinio fu l’inizio degli eventi che portarono successivamente Ugolino alla sua tragica fine, raccontata dal poeta nel 33^ canto dell’Inferno. Orso degli Alberti, figlio del conte Napoleone, venne ucciso dal cugino Alberto, figlio del conte Alessandro, nel 1286. “La sua morte si inserisce in quella orrenda cronaca familiare, che si pare con l’odio implacabile fra i genitori del morto e dell’uccisore, i due fratricidi della Caina (Inf., XXXII, 55-60) e si continuerà con la morte violenta dello stesso Alberto, nel 1325, per mano del nipote Spinello”, chiosava il Sapegno.

Da ultimo, Pierre de la Brosse. “Gentiluomo della Turenna, fu ciambellano di Filippo III l’Ardito. Fu impiccato nel 1278 a seguito dell’accusa di tradimento mossagli dalla regina Maria di Brabante, seconda moglie del re; due anni prima, egli l’aveva accusata di aver avvelenato l’erede al trono, Luigi, figlio della prima regina morto misteriosamente, perché il regno potesse spettare al proprio figlio, il futuro Filippo il Bello. Di qui l’odio della regina, la quale, appoggiata dagli invidiosi cortigiani, portò alla rovina di questo personaggio. Dante lo considerò innocente e lo accostò a un altro Piero, Pier della Vigna, il favorito di Federico II, anch’egli vittima dell’invidia, morte comune e delle corti vizio (Inferno, XIII, 66)”, annota la Chiavacci Leonardi su questo personaggio.

@ QUIV’ERA L’ARETIN CHE DA LE BRACCIA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

5^ canto del Purgatorio.

(Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cioè di coloro che per cagione di vendicarsi d’alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere sé esser peccatori e sodisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo da Fano, e Bonconte di Montefeltro.)

Io era già da quell’ombre partito,

e seguitava l’orme del mio duca,

quando di retro a me, drizzando ‘l dito,

una gridò: «Ve’ che non par che luca

lo raggio da sinistra a quel di sotto,

e come vivo par che si conduca!».

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

e vidile guardar per meraviglia

pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,

disse ‘l maestro, «che l’andare allenti?

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla

sovra pensier, da sé dilunga il segno,

perché la foga l’un de l’altro insolla».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?

Dissilo, alquanto del color consperso

che fa l’uom di perdon talvolta degno.

E ‘ntanto per la costa di traverso

venivan genti innanzi a noi un poco,

cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco

per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,

mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,

corsero incontr’a noi e dimandarne:

«Di vostra condizione fatene saggi».

E il mio maestro: «Voi potete andarne

e ritrarre a color che vi mandaro

che ‘l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,

com’io avviso, assai è lor risposto:

fàccianli onore, ed esser può lor caro».

Vapori accesi non vid’io sì tosto

di prima notte mai fender sereno,

né, sol calando, nuvole d’agosto,

che color non tornasser suso in meno;

e, giunti là, con li altri a noi dier volta,

come schiera che scorre sanza freno.

«Questa gente che preme a noi è molta,

e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta:

«però pur va, e in andando ascolta».

«O anima che vai per esser lieta

con quelle membra con le quai nascesti»,

venian gridando, «un poco il passo queta.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,

sì che di lui di là novella porti:

deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,

e peccatori fino a l’ultima ora;

quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora

di vita uscimmo a Dio pacificati,

che del desio di sé veder n’accora».

E io: «Perché ne’ vostri visi guati,

non riconosco alcun; ma s’a voi piace

cosa ch’io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io farò per quella pace

che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,

di mondo in mondo cercar mi si face».

E uno incominciò: «Ciascun si fida

del beneficio tuo sanza giurarlo,

pur che ‘l voler nonpossa non ricida.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,

ti priego, se mai vedi quel paese

che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese

in Fano, sì che ben per me s’adori

pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri

ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov’io più sicuro esser credea:

quel da Esti il fé far, che m’avea in ira

assai più là che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,

quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,

ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco

m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io

de le mie vene farsi in terra laco».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio

si compia che ti tragge a l’alto monte,

con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

Giovanna o altri non ha di me cura;

per ch’io vo tra costor con bassa fronte».

E io a lui: «Qual forza o qual ventura

ti travïò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai la tua sepultura?».

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino

traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,

arriva’ io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini’, e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ‘l ridì tra ‘ vivi:

l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno

gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno

per una lagrimetta che ‘l mi toglie;

ma io farò de l’altro altro governo!”.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie

quell’umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento

per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come il dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse».

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via»,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Siena mi fé, disfecemi Maremma

5^ canto del Purgatorio.

Pia de’ Tolomei.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Pia de’ Tolomei: «Deh, quando tu sarai ritornato in Terra e ristorato dal lungo viaggio, ti sovvenga di me, che sono la Pia; nacqui a Siena, morii in Maremma: lo sa bene colui che prima mi aveva donato l’anello con la sua pietra preziosa dichiarandosi pronto a prendermi in sposa».

Pia de’ Tolomei, posta da Dante nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu identificata da alcuni antichi commentatori della Commedia (Pietro di Dante, Benvenuto da Imola e l’Anonimo) con una donna recante tali generalità, moglie di Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, signore del castello della Pietra, nei pressi di Massa Marittima, nonché capitano della Taglia guelfa nel 1284 e ancora vivo nel 1322.

Questi l’avrebbe fatta uccidere, inducendo qualcuno dei suoi accoliti a sospingerla giù da una finestra del proprio castello, per potersi poi sposare con Margherita Aldobrandeschi, quando, nel 1297, fu dichiarato sciolto il matrimonio di costei con Loffredo Caetani, nipote di Bonifacio VIII; tutto ciò per alcuni, mentre, secondo altri, l’evento sarebbe accaduto per gelosia.

Nondimeno si rileva che, al di fuori della citazione che ne fa il poeta nella parte finale di questo canto, nessun documento ufficiale è giunto fino a noi a dimostrare l’esistenza di questo personaggio. E da come Dante presenta Pia, è possibile ritenere che la vicenda di una contessa morta in Maremma in circostanze comunque avvolte nel mistero, fosse ben nota in Toscana e avesse suscitato viva compassione nel popolo.

“La brevità della storia – che il suo alto significato richiede – sarà propria di altre chiusure di canto, dove altre persone, tutte strettamente legate alla vita e all’esperienza di Dante, appariranno in modo rapido e intenso (Provenzan Salvani nell’XI, Arnaut Daniel nel XXVI, Romeo di Villanova in Par.VI), secondo un procedimento tipico dell’arte dantesca. Questa tuttavia è fra tutte la storia più breve, di appena due terzine. Forse il grande maestro sapeva che una certa qualità di incanto non poteva durare oltre senza spezzarsi”, secondo la Chiavacci Leonardi.

@ SIENA MI FÉ, DISFECEMI MAREMMA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte

5^ canto del Purgatorio.

Bonconte da Montefeltro.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Bonconte da Montefeltro a Dante: «Deh, così quel desiderio che ti conduce verso la sommità del monte possa realizzarsi, soccorri il mio con una valida compassione! Io fui di Montefeltro, io sono Bonconte; Giovanna o altri non si curano di me; per cui io cammino tra costoro a capo chino».

Bonconte da Montefeltro, collocato dal poeta nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu figlio del conte Guido da Montefeltro (il famoso condottiero ghibellino incontrato dal poeta tra i consiglieri fraudolenti, Inferno, 27^ canto), e nacque intorno alla seconda metà del Duecento. Distintosi particolarmente nel 1287 nelle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini aretini, fu tra i protagonisti principali della cacciata dei primi dalla città.

L’anno successivo fu uno dei comandanti che portarono allo scontro vittorioso con Siena alla Pieve del Toppo. Nel 1289 guidò i Ghibellini aretini nella guerra contro Firenze, comportandosi con valore nella battaglia di Campaldino (l’11 Giugno), dove morì. Non venne mai ritrovato il suo cadavere, e probabilmente fin dal giorno dopo nacque qualche leggenda per spiegare la misteriosa sparizione dello stesso; quindi, il racconto che ne fa il poeta, per bocca dello stesso Bonconte, nel prosieguo di quanto riportato in apertura nel momento in cui i due s’incontrano, si ritiene essere frutto della fantasia dantesca.

Aveva sposato una tale Giovanna, la quale, stando sempre a Dante, doveva essere ancora viva nel 1300. Ne ebbe una figlia, Manentessa. Quanto egli dice al poeta “Giovanna o altri non ha di me cura”, sembra riferirsi ad altre persone della sua casata (il fratello Federico o il conte Galasso di Montefeltro, che, avendolo dimenticato, non pregavano per lui in modo tale da affrettare la sua purificazione per poter ascendere in Paradiso.

Chiosa la Chiavacci Leonardi: “Dante, che partecipò alla battaglia (di Campaldino, ndr) nella schiera opposta, ne fa qui una figura mesta ed elegiaca, condotta in controcanto a quella cupa e tragica di Guido: le lacrime del figlio, che nella morte chiude le braccia facendo croce di se stesso, danno forte risalto al chiuso ed impenitente rancore del padre, e allo stesso tempo questa salvezza vuol essere, forse, un conforto a quella perdizione”.

@ IO FUI DI MONTEFELTRO, IO SON BONCONTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe