Ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

25^ canto del Purgatorio.

La magrezza dei golosi.

Tra la sesta e la settima cornice. Il poeta narra: “Era l’ora in cui il salire non consentiva indugio; perché il sole aveva lasciato il meridiano alla costellazione del Toro e la notte a quella dello Scorpione: per cui, come agisce chi non si ferma ma prosegue il suo cammino, qualsiasi cosa gli si mostri, se lo colpisce l’incitamento della necessità, così noi ci avviammo per il passaggio stretto, uno davanti all’altro inoltrandoci per la scala che a causa della strettezza obbliga coloro che salgono ad avanzare in fila.

“E quale il piccolo della cicogna che solleva l’ala per il desiderio di volare, e non si azzarda di allontanarsi dal nido, e la piega; tale ero io con il desiderio di domandare che si accendeva e si spegneva, giungendo fino al gesto che fa colui che si dispone a parlare. Il mio caro padre non tralasciò di parlare, per quanto fosse rapido l’andare; ma disse: «Distendi l’arco del dire, che hai teso fino alla punta ferrata della freccia».

“Quindi aprii tranquillamente la bocca e iniziai a dire: «Come può dimagrire un corpo in cui non si fa sentire bisogno di nutrimento?».

“«Se ti rammentassi come Meleagro si logorò al deteriorarsi di un tizzone ardente, questo non ti sarebbe così ostico», disse; «e se tu considerassi come, al vostro minimo movimento, la vostra immagine si muove rapidamente all’interno dello specchio, ciò che sembra arduo a comprendere ti sembrerebbe agevole. Ma affinché ti acquieti dentro al tuo desiderio, ecco qui Stazio; e io lo invoco e prego che adesso sia il risanatore delle piaghe della tua mente».

“«Se gli rivelo la conoscenza delle cose eterne dandogli la possibilità di vederle», rispose Stazio, «quando ci sei tu, mi sia di scusa il non poter io rifiutarmi»”.

@ ECCO QUI STAZIO; E IO LUI CHIAMO E PREGO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

24^ canto del Purgatorio.

(Canto XXIV nel quale si tratta del sopradetto sesto girone e di quelli che si purgano del predetto peccato e vizio de la gola; e predicesi qui alcune cose a venire de la città lucana.)

Né ‘l dir l’andar, né l’andar lui più lento

facea, ma ragionando andavam forte,

sì come nave pinta da buon vento;

e l’ombre, che parean cose rimorte,

per le fosse de li occhi ammirazione

traean di me, di mio vivere accorte.

E io, continüando al mio sermone,

dissi: «Ella sen va sù forse più tarda

che non farebbe, per altrui cagione.

Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda;

dimmi s’io veggio da notar persona

tra questa gente che sì mi riguarda».

«La mia sorella, che tra bella e buona

non so qual fosse più, trïunfa lieta

ne l’alto Olimpo già di sua corona».

Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta

di nominar ciascun, da ch’è sì munta

nostra sembianza via per la dïeta.

Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,

Bonagiunta da Lucca; e quella faccia

di là da lui più che l’altre trapunta

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:

dal Torso fu, e purga per digiuno

l’anguille di Bolsena e la vernaccia».

Molti altri mi nomò ad uno ad uno;

e del nomar parean tutti contenti,

sì ch’io però non vidi un atto bruno.

Vidi per fame a vòto usar li denti

Ubaldin da la Pila e Bonifazio

che pasturò col rocco molte genti.

Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio

già di bere a Forlì con men secchezza,

e sì fu tal, che non si sentì sazio.

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza

più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,

che più parea di me aver contezza.

El mormorava; e non so che «Gentucca»

sentiv’io là, ov’el sentia la piaga

de la giustizia che sì li pilucca.

«O anima», diss’io, «che par sì vaga

di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,

e te e me col tuo parlare appaga».

«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,

cominciò el, «che ti farà piacere

la mia città, come ch’om la riprenda.

Tu te n’andrai con questo antivedere:

se nel mio mormorar prendesti errore,

dichiareranti ancor le cose vere.

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore

trasse le nove rime, cominciando

Donne ch’avete intelletto d’amore‘».

E io a lui: «I’ mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando».

«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo

che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne

di qual dal dolce stil novo ch’i’ odo!

Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a gradire oltre si mette,

non vede più da l’uno a l’altro stilo»;

e, quasi contentato, si tacette.

Come li augei che vernan lungo ‘l Nilo,

alcuna volta in aere fanno schiera,

poi volan più a fretta e vanno in filo,

così tutta la gente che lì era,

volgendo ‘l viso, raffrettò suo passo,

e per magrezza e per voler leggera.

E come l’uom che di trottare è lasso,

lascia andar li compagni, e sì passeggia

fin che si sfoghi l’affollar del casso,

sì lasciò trapassar la santa greggia

Forese, e dietro meco sen veniva,

dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».

«Non so», rispuos’io lui, «quant’io mi viva»;

ma già non fïa il tornar mio tantosto,

ch’io non sia col voler prima a la riva;

però che ‘l loco u’ fui a viver posto,

di giorno in giorno più di ben si spolpa,

e a trista ruina par disposto».

«Or va», diss’el; «che quei che più n’ha colpa,

vegg’ïo a coda d’una bestia tratto

inver’ la valle ove mai non si scolpa.

La bestia ad ogne passo va più ratto,

crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,

e lascia il corpo vilmente disfatto.

Non hanno molto a volger quelle ruote»,

e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro

ciò che ‘l mio dir più dichiarar non puote.

Tu ti rimani omai; ché ‘l tempo è caro

in questo regno, sì ch’io perdo troppo

venendo teco sì a paro a paro».

Qual esce alcuna volta di gualoppo

lo cavalier di schiera che cavalchi,

e va per farsi onor del primo intoppo,

tal si partì da noi con maggior valchi;

e io rimasi in via con esso i due

che fuor del mondo sì gran marescalchi.

E quando innanzi noi intrato fue,

che li occhi miei si fero a lui seguaci,

come la mente a le parole sue,

parvermi i rami gravidi e vivaci

d’un altro pomo, e non molto lontani

per esser pur allora vòlto in laci.

Vidi gente sott’esso alzar le mani

e gridar non so che verso le fronde,

quasi bramosi fantolini e vani

che pregano, e ‘l pregato non risponde,

ma, per fare esser ben la voglia acuta,

tien alto lor disio e nol nasconde.

Poi si partì sì come ricreduta;

e noi venimmo al grande arbore adesso,

che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

«Trapassate oltre sanza farvi presso:

legno è più sù che fu morso da Eva,

e questa pianta si levò da esso».

Sì tra le frasche non so chi diceva;

per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,

oltre andavam dal lato che si leva.

«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti

nei nuvoli formati, che, satolli,

Tesëo combatter co’ doppi petti;

e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,

per che no i volle Gedeon compagni,

quando inver’ Madïan discese i colli».

Sì accostati a l’un d’i due vivagni

passammo, udendo colpe de la gola

seguite già da miseri guadagni.

Poi, rallargati per la strada sola,

ben mille passi e più ci portar oltre,

contemplando ciascun sanza parola.

«Che andate pensando sì voi sol tre?»,

sùbita voce disse; ond’io mi scossi

come fan bestie spaventate e poltre.

Drizzai la testa per veder chi fossi;

e già mai non si videro in fornace

vetri o metalli sì lucenti e rossi,

com’io vidi un che dicea: «S’a voi piace

montare in sù, qui si convien dar volta;

quinci si va chi vuole andar per pace».

L’aspetto suo m’avea la vista tolta;

per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,

com’om che va secondo ch’elli ascolta.

E quale, annunziatrice de li albori,

l’aura di maggio movesi e olezza,

tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;

tal mi senti’ un vento dar per mezza

la fronte, e ben senti’ mover la piuma,

che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.

E senti’ dir: «Beati cui alluma

tanto di grazia, che l’amor del gusto

nel petto lor troppo disir non fuma,

esurïendo sempre quanto è giusto!».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Sì tra le frasche non so chi diceva

24^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di golosità punita.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Quale il cavaliere talora galoppa fuori da un drappello che faccia una scorreria in campo nemico, e va per procurarsi la degna fama del primo scontro, tale si allontanò da noi tre con passi più lunghi; e io rimasi in cammino solo con i due che furono maestri di vita così insigni dell’umanità. E quando si fu allontanato da noi, tanto che i miei occhi gli tennero dietro, come l’intelletto a ciò che le sue parole significavano, mi apparvero i rami carichi di frutti e pieni di vita e di vigore di un altro albero, e non molto lontani per il fatto che soltanto in quel momento mi ero volto verso là.

“Vidi spiriti sotto di esso sollevare le mani e gridare non so che cosa verso le foglie, come bimbi avidi e sprovveduti che pregano, e la persona pregata non esaudisce la preghiera, ma, per far essere più intenso proprio il loro desiderio, tiene in alto l’oggetto desiderato e non lo nasconde. Poi si allontanarono come se fossero disingannati; e noi giungemmo rapidamente al grande albero, che non esaudisce tante preghiere e lacrime.

“«Passate oltre senza avvicinarvi: in cima al monte c’è l’albero il cui frutto fu addentato da Eva, e questa pianta derivò da esso». Così tra il fogliame diceva non so chi; per cui Virgilio e Stazio e io, avvicinati, proseguivamo dalla parte del monte che s’innalza. Diceva: «Vi sovvenga dei maledetti generati da una nuvola, che, ebbri, combatterono contro Teseo con la loro duplice natura; e degli Ebrei che si dimostrarono lascivi nel modo in cui si misero a bere, per cui Gedeone non li accettò come compagni, quando discese i colli verso l’esercito di Madian».

“Così passammo avvicinati a uno dei due margini della cornice, sentendo ricordare esempi del peccato di gola seguiti già da miseri danni e castighi. Poi, discostati dal monte e tra noi procedendo lungo il pavimento deserto del ripiano, ci fecero arrivare avanti ben mille e più passi, ciascuno meditando in silenzio. «Che cosa andate pensando così voi tre soli?», disse una voce improvvisa; per cui io sussultai come fanno le bestie impaurite mentre riposano tranquille.

@ SÌ TRA LE FRASCHE NON SO CHI DICEVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Io veggio ben come le vostre penne

24^ canto del Purgatorio.

Il Dolce Stil Novo.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Bonagiunta Orbicciani a Dante: «O fratello, adesso io intendo l’impedimento che il Notaio e Guittone e me tenne relegati al di qua del dolce modo di fare poesia non ancora tentato in arte che sento enunciare! Io intendo veramente come le vostre penne seguono strettamente le parole del dettatore che le ispira, e ciò con le nostre certo non accadde; e chi si pone a procedere nella questione, non vede altra differenza tra l’uno e l’altro stile».

Dunque parliamo del Dolce Stil Novo, solo una pennellata sulla tela, per carità, giusto per informare più che per istruire. Queste tre parole (diventate poi il manifesto di un nuovo movimento poetico, e parafrasate per comodità del lettore in ‘dolce modo di fare poesia’, con le quali il poeta, attraverso Bonagiunta Orbicciani, indica la sua nuova poesia e quella dei suoi amici) sono entrate nella storia della letteratura come il paradigma del movimento letterario toscano che rinnovò la lirica d’amore italiana sul finire del ‘200, fino allora più o meno ispirata a schemi poetici derivati da quelli occitanici.

Chiosa la Chiavacci Leonardi a tal proposito: “Il significato dei due aggettivi definitori si chiarisce alla luce di altri luoghi danteschi (soprattutto Vulg. El. I, X, 3-4 e Purg. XXVI 97-9 e 112-4) e di questo stesso contesto: dolce è riferito all’aspetto formale e indica la fusione melodica del dettato (Contini, PD II, pag. 444) a confronto con la durezza e l’asprezza dei predecessori, soprattutto guittoniani…”

L’aggettivo dolce (li dolci detti vostri di cui al verso 112 del 26^ canto) tornerà, peraltro, sempre a proposito di Dante e dei poeti suoi amici, quando incontrerà nell’ultima cornice il loro ispiratore Guido Guinizzelli, incontro che chiarirà ancor meglio il significato dello stesso. A proposito di novo, invece, sempre la studiosa citata precisa che questo è riferito “alla sostanza stessa di quelle rime, che consiste, come Dante ha detto prima e come dirà ora Bonagiunta, nel seguire fedelmente l’interna dettatura di Amore…”

@ IO VEGGIO BEN COME LE VOSTRE PENNE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

E te e me col tuo parlare appaga

24^ canto del Purgatorio.

Bonagiunta Orbicciani.

Nella sesta cornice del Purgatorio. «O anima che sembri così desiderosa di conversare con me, fa’ in modo che io ti comprenda, e soddisfa te e me con le tue parole».

Bonagiunta Orbicciani, posto da Dante in questa cornice tra i golosi, fu un rimatore lucchese del XIII^ secolo. Di professione notaio (in quell’epoca a Lucca notai di quel nome ve n’erano almeno nove, e di qui la difficoltà per gli studiosi per trovare le notizie che lo riguardassero), visse tra la prima e la seconda metà del secolo, comunque fino al 1296.

Fu il primo a introdurre in Toscana la poesia d’amore nata e sviluppatasi in Sicilia alla corte di Federico II (secondo il Contini, ne fu ‘l’autentico trapiantatore’), in un modo più coerentemente fedele rispetto al modello di Guittone d’Arezzo, entrambi, peraltro, i principali autori che precedono nella regione la nascita dello Stil Novo (Chiavacci Leonardi).

A parte le ‘tenzoni’ (famosa quella con Guido Guinizzelli, con il sonetto Voi ch’avete mutata la mainera, con il quale rimproverava al poeta bolognese di aver mutato lo stile delle liriche d’amore con l’introduzione di un eccessivo intellettualismo e filosofeggiare, rendendo la parola poetica quasi inintelligibile – e qui Guinizzelli risponderà con il sonetto Omo ch’è saggio non corre leggero), Bonagiunta fu autore di undici canzoni, cinque ballate, due discordi e diciotto sonetti (compreso uno di dubbia attribuzione), opere raccolte in un canzoniere edito dal Parducci.

Nella sua opera sono molto frequenti le tematiche moraleggianti, come la natura dell’onore e del piacere, la fragilità del potere, la condanna di chi si vanta e di coloro che amministrano male la giustizia, la necessità di resistere agli avversi colpi della fortuna e l’elogio della perseveranza. Ma la la maggior parte delle sue composizioni tratta dell’amore; e per di più le sue riflessioni in tema di morale abbondano proprio in aggiunta delle vicende amorose svolte.

@ E TE E ME COL TUO PARLARE APPAGA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

23^ canto del Purgatorio.

(Canto XXIII, dove si tratta del sopradetto girone e di quella medesima colpa de la gola, e sgrida contro a le donne fiorentine; dove truova Forese de’ Donati di Fiorenze col quale molto parla.)

Mentre che li occhi per la fronda verde

ficcava ïo sì come far suole

chi dietro a li uccellin sua vita perde,

lo più che padre mi dicea: «Figliuole,

vienne oramai, ché il tempo che n’è imposto

più utilmente compartir si vuole».

Io volsi ‘l viso, e ‘l passo non men tosto,

appresso i savi, che parlavan sìe,

che l’andar mi facean di nullo costo.

Ed ecco piangere e cantar s’udìe

Labïa mëa, Domine‘ per modo

tal, che diletto e doglia parturìe.

«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,

comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno

forse di lor dover solvendo il nodo».

Sì come i peregrin pensosi fanno,

giugnendo per cammin gente non nota,

che si volgono ad essa e non restanno,

così di retro a noi, più tosto mota,

venendo e trapassando ci ammirava

d’anime turba tacita e devota.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,

palida ne la faccia, e tanto scema

che da l’ossa la pelle s’informava.

Non credo che così a buccia strema

Erisittone fosse fatto secco,

per digiunar, quando più n’ebbe tema.

Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco

la gente che perdé Ierusalemme,

quando Maria nel figlio diè di becco!’.

Parean l’occhiaie anella sanza gemme:

chi nel viso de li uomini legge ‘omo’

ben avria quivi conosciuta l’emme.

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo

sì governasse, generando brama,

e quel d’un’acqua, non sappiendo como?

Già era in ammirar che sì li affama,

per la cagione ancor non manifesta

di lor magrezza e di lor trista squama,

ed ecco del profondo de la testa

volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;

poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».

Mai non l’avrei riconosciuto al viso;

ma ne la voce sua mi fu palese

ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.

Questa favilla tutta mi raccese

mia conoscenza a la cangiata labbia,

e ravvisai la faccia di Forese.

«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia

che mi scolora», pregava, «la pelle,

né a difetto di carne ch’io abbia;

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle

due anime che là ti fanno scorta;

non rimaner che tu non mi favelle!».

«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,

mi dà di pianger mo non minor doglia»,

rispuos’io lui, «veggendola sì torta.

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;

non mi far dir mentr’io mi maraviglio,

ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».

Ed elli a me: «De l’etterno consiglio

cade vertù ne l’acqua e ne la pianta

rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.

Tutta esta gente che piangendo canta

per seguitar la gola oltra misura,

in fame e ‘n sete qui si rifà santa.

Di bere e di mangiar n’accende cura

l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo

che si distende su per sua verdura.

E non pur una volta, questo spazzo

girando, si rinfresca nostra pena:

io dico pena, e dovria dir sollazzo,

ché quella voglia a li alberi ci mena

che menò Cristo lieto a dire ‘Elì‘,

quando ne liberò con la sua vena».

E io a lui: «Forese, da quel dì

nel qual mutasti mondo a miglior vita,

cinqu’anni non son vòlti infino a qui.

Se prima fu la possa in te finita

di peccar più, che sovvenisse l’ora

del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,

come se’ tu qua sù venuto ancora?

Io ti credea trovar là giù di sotto

dove tempo per tempo si ristora».

Ond’elli a me: «Sì tosto m’ha condotto

a ber lo dolce assenzo d’i martìri

la Nella mia con suo pianger dirotto.

Con suoi prieghi devoti e con sospiri

tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,

e liberato m’ha de li altri giri.

Tanto è a Dio più cara e più diletta

la vedovella mia, che molto amai,

quanto in bene operare è più soletta;

ché la Barbagia di Sardigna assai

ne le femmine sue più è pudica

che la Barbagia dov’io la lasciai.

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?

Tempo futuro m’è già nel cospetto,

cui non sarà quest’ora molto antica,

nel qual sarà in pergamo interdetto

a le sfacciate donne fiorentine

l’andar mostrando con le poppe il petto.

Quai barbare fuor mai, quai saracine,

cui bisognasse, per farle ir coperte,

o spiritali o altre discipline?

Ma se le svergognate fosser certe

di quel che ‘l ciel veloce loro ammanna,

già per urlare avrian le bocche aperte;

ché, se l’antiveder qui non m’inganna,

prima fien triste che le guance impeli

colui che mo si consola con nanna.

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!

vedi che non pur io, ma questa gente

tutta rimira là dove ‘l sol veli».

Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente

qual fosti meco, e qual io teco fui,

ancor fia grave il memorar presente.

Di quella vita mi volse costui

che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda

vi si mostrò la suora di colui»,

e ‘l sol mostrai; «costui per la profonda

notte menato m’ha d’i veri morti

con questa vera carne che ‘l seconda.

Indi m’han tratto sù li suoi conforti,

salendo e rigirando la montagna

che drizza voi che ‘l mondo fece torti.

Tanto dice di farmi sua compagna

che io sarò là dove fia Beatrice;

quivi convien che sanza lui rimagna.

Virgilio è questi che così mi dice»,

e addita’lo; «e quest’altro è quell’ombra

per cui scosse dianzi ogne pendice

lo vostro regno, che da sé lo sgombra».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Tanto è a Dio più cara e più diletta

23^ canto del Purgatorio.

La ‘Nella mia’.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Dante sente dire da Forese Donati: «Così presto mi ha portato a bere il dolce assenzio dei tormenti la Nella mia con il suo pianto dirotto. Con le sue preghiere devote e con i sospiri mi ha portato via dal pendio in cui si attende, e mi ha tolto dalle pene delle cornici precedenti. È tanto più amata e più cara a Dio la vedovella mia, che amai molto, quanto più è tutta sola a operare in maniera retta; perché la Barbagia della Sardegna è assai più casta nelle sue donne che la Barbagia in cui io la lasciai».

Di tale Nella, moglie di Forese Donati, niente sappiamo se non che è presa di mira dal poeta (la mal fatata) nel sonetto iniziale della Tenzone tra i due amici, come donna trascurata dal marito. Tuttavia, come sostenuto da alcuni commentatori moderni (vedi il Bosco), Nella, più che una realtà biografica storicamente plausibile, è un luogo comune tout court (si veda l’argomento della ‘malmaritata’ così presente nella poesia italiana dell’epoca, segnatamente in quella comico-realistica).

Comunque l’offesa, se vogliamo chiamarla così, c’è, eccome! Ma in Purgatorio, nel ricordo che Dante ne fa (la vedovella mia) per bocca di Forese, quale donna devota e soprattutto onesta tra le le sfrontate donne fiorentine, è come se egli volesse fare ammenda di quella definizione. A tal proposito, s’invita il gentile lettore a leggere o a rileggere la Tenzone riportata nelle Rime, secondo il testo curato da Michele Barbi, per l’ed. della Società Dantesca Italiana, 1921, scandita come segue: Dante a Forese, Chi udisse tossir la mal fatata; Forese a Dante, L’altra notte mi venne una gran tosse; Dante a Forese, Ben ti faranno il nodo Salamone; Forese a Dante, Va, rivesti San Gal prima che dichi; Dante a Forese, Bicci novel, figliuol di non so cui; Forese a Dante, Ben so che fosti figliuol d’Alaghieri.

@ TANTO È A DIO PIÙ CARA E PIÙ DILETTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Non rimaner che tu non mi favelle!

23^ canto del Purgatorio.

Forese Donati.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Forese Donati a Dante: «Deh, non badare alla secca scabbia che mi priva di colore la pelle, né alla mancanza di carne che io abbia; ma dimmi la verità su di te, di’ chi sono quelle due anime che ti guidano là; non restare senza che tu mi parli!».

Forese Donati, collocato dal poeta in questa cornice tra i golosi, fu figlio di Simone e fratello di Corso, il famoso capo di parte Nera, e di Piccarda, che Dante incontrerà nel cielo della Luna (3^ canto del Paradiso), nonché lontano cugino di Gemma, la moglie del poeta. Forse poco più grande di quest’ultimo, morì nel luglio del 1296.

Fu in rapporti stretti con Dante: ciò è testimoniato, oltre che da questo ricordo nel Purgatorio, da una ‘tenzone’ composta di sei sonetti, giunta fino a noi, della corrente poetica denominata comico-realistica. Detti sonetti, infarciti di ingiurie abbastanza triviali, furono scambiati tra di loro in un breve lasso di tempo in età giovanile.

Questa ‘tenzone’, in cui spesso Forese Donati viene tacciato dal poeta per goloso, non deve essere presa in senso propriamente biografico. Piuttosto il suo tono spregiudicato va riportato agli usi stilistici della corrente poetica denominata comico-realistica, in voga in quel preciso momento storico. Da quella si deduce, pertanto, che anche costui “fu un rimatore, e dedito a una vita gaudente e spendereccia (Dante lo accusa in quei sonetti di ingordigia e di furti)”, chiosa la Chiavacci Leonardi.

Dunque Forese Donati apparteneva a quella tipologia di quei giovani ricchi e viziati che furono etichettati come poeti ‘burleschi’, quali Cecco Angiolieri (che con Dante scambiò sonetti alquanto coloriti), Rustico di Filippo e Folgore da San Gimignano.

@ NON RIMANER CHE TU NON MI FAVELLE!

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava

23^ canto del Purgatorio.

Arrivano i golosi.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Frattanto che io scrutavo il fogliame verde come è solito fare chi perde il suo tempo cercando gli uccellini, il più che padre mi diceva: «Figliolo, a questo punto vieni via di qui, perché il tempo che ci è assegnato deve essere distribuito in modo da trarne un maggior profitto». Io volsi lo sguardo, e non meno velocemente il passo, dietro ai saggi, che parlavano così, che mi rendevano il percorso di nessuna fatica. Ed ecco si udì piangere e cantare ‘Signore, aprirai le mie labbra’ in tal modo, che produsse piacere e sofferenza.

“«O caro padre, che cos’è quello che odo?», io iniziai a dire; ed egli: «Ombre che forse vanno sciogliendo il legame del loro debito verso Dio».

“Come fanno i viandanti assorti, quando raggiungono lungo la strada persone non conosciute, che si volgono a esse e non si fermano, così, con il passo più rapido del nostro, venendo dietro di noi e passando oltre una moltitudine di anime ci guardava con attenzione silenziosa e raccolta in devota preghiera. Ciascuna era colma d’ombra e scavata nelle orbite degli occhi, pallida nella faccia, e tanto scarna che la pelle si modellava sulla struttura delle ossa e da queste prendeva forma.

“Non credo che Erisitone fosse diventato così rinsecchito fino alla superficie esterna della pelle, a causa della sua fame, quando ne ebbe maggiore timore. Io dicevo dentro me stesso pensando: ‘Ecco il popolo che per fame fu costretto a cedere Gerusalemme, quando Maria mangiò il figlio!’. Le cavità degli occhi somigliavano a castoni di anelli senza pietre preziose: chi nel viso degli uomini legge ‘OMO’ senz’altro lì avrebbe visto la M”.

@ NE LI OCCHI ERA CIASCUNA OSCURA E CAVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

22^ canto del Purgatorio.

(Canto XXII, dove tratta de la qualità del sesto girone, dove si punisce e purga la colpa e vizio de la gola; e qui narra Stazio sua purgazione e sua conversione a la cristiana fede.)

Già era l’angel dietro a noi rimaso,

l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,

avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c’hanno a giustizia lor disiro

detto n’avea beati, e le sue voci

con ‘sitiunt‘, sanz’altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l’altre foci

m’andava, sì che sanz’alcun labore

seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò:«Amore,

acceso di virtù, sempre altro accese,

pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l’ora che tra noi discese

nel limbo de lo ‘nferno Giovenale,

che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale

più strinse mai di non vista persona,

sì ch’or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona

se troppa sicurtà m’allarga il freno,

e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno

loco avarizia, tra cotanto senno

di quanto per tua cura fosti pieno?».

Queste parole Stazio mover fenno

un poco a riso pria; poscia rispuose:

«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose

che danno a dubitar falsa matera

per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m’avvera

esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,

forse per quella cerchia dov’io era.

Or sappi ch’avarizia fu partita

troppo da me, e questa dismisura

migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch’io drizzai mia cura,

quand’io intesi là dove tu chiame,

crucciato quasi a l’umana natura:

‘Per che non reggi tu, o sacra fame

de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,

voltando sentirei le giostre grame.

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali

potean le mani a spendere, e pente’mi

così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi

per ignoranza, che di questa pecca

toglie ‘l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca

per dritta opposizione alcun peccato,

con esso insieme qui suo verde secca;

però, s’io son tra quella gente stato

che piange l’avarizia, per purgarmi,

per lo contrario suo m’è incontrato».

«Or quando tu cantasti le crude armi

de la doppia tristizia di Giocasta»,

disse ‘l cantor de’ buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta,

non par che ti facesse ancor fedele

la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele

ti stenebraron sì, che tu drizzasti

poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: ‘Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenïe scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,

a colorare stenderò la mano.

Già era ‘l mondo tutto quanto pregno

de la vera credenza, seminata

per li messaggi de l’etterno regno;

e la parola tua sopra toccata

si consonava a’ nuovi predicanti;

ond’io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi,

che, quando Domizian li perseguette,

sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette,

io li sovvenni, e i lor dritti costumi

fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi

di Tebe poetando, ebb’io battesmo;

ma per paura chiuso cristian fu’mi,

lungamente mostrando paganesmo;

e questa tepidezza il quarto cerchio

cerchiar mi fé più che ‘l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio

che m’ascondeva quanto bene io dico,

mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov’è Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai»,

rispuose ‘l duca mio, «siam con quel Greco

che le Muse lattar più ch’altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco;

spesse fïate ragioniam del monte

che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v’è nosco e Antifonte,

Simonide, Agatone e altri piùe

Greci che già di lauro ornar la fronte.

Qui si veggion de le genti tue

Antigone, Deïfile e Argia,

e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia;

èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,

e con le suore sue Deïdamia.

Tacevansi ambedue già li due poeti,

di novo attenti a riguardar dintorno,

liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno

rimase a dietro, e la quinta era al temo,

drizzando pur in sù l’ardente corno,

quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo

le destre spalle volger ne convegna,

girando il monte come far solemo».

Così l’usanza fu lì nostra insegna,

e prendemmo la via con men sospetto

per l’assentir di quell’anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto

di retro, e ascoltava i lor sermoni,

ch’a poeter mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada,

con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, così quello in giuso,

cred’io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde ‘l cammin nostro era chiuso,

cadea de l’alta roccia un liquor chiaro

e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l’alber s’appressaro;

e una voce per entro le fronde

gridò: «Di questo cibo avrete caro».

Poi disse: «Più pensava Maria onde

fosser le nozze orrevoli e intere,

ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere,

contente furon d’acqua; e Danïello

dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant’oro fu bello,

fé savorose con fame le ghiande,

e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande

che nodriro il Batista nel diserto;

per ch’elli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v’è aperto».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67