10^ canto del Purgatorio.
I superbi.
Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Virgilio: «La molesta qualità del loro tormento li fa piegare in due verso terra, sicché prima i miei occhi ne ebbero motivo di contesa. Ma guarda fissamente là, e districa con gli occhi quello che viene sotto a quei massi: puoi già vedere come ciascuno è battuto e castigato dalla giustizia divina».
I superbi, posti da Dante in questa cornice, appaiono d’un tratto a Virgilio, che ne rende subito edotto Dante, mentre costui è ancora completamente immerso nell’ammirare le sculture ultraterrene che, raffigurando in marmorei bassorilievi gli esempi di umiltà esaltata, sono situate sulla parete della cornice sopra citata che circonda il monte.
Costoro, da sinistra rispetto ai due poeti, procedono lentamente, rannicchiati sotto il peso di massi enormi, sotto i quali a malapena è riconoscibile la figura umana, celata alla vista proprio dagli stessi che gravano sulle loro spalle. “I volti, che si ersero superbi, ora sono costretti a forza verso terra; tutta la persona, abituata ad esprimere la dignità e l’alterigia, ora si piega e si contorce in atti di forzata contrizione, viva immagine di una grandezza proterva che è stata umiliata e vinta”, evidenziava il Sapegno nella presentazione di questo canto.
I superbi, nella loro vita terrena, non si accorsero, a causa della loro cecità mentale, che gli uomini vivono sulla Terra soltanto nell’attesa di ‘volare in cielo’ e hanno ben poco da compiacersi di sé stessi. “Voi non vi avvedete che noi siamo forme difettive e transitorie nate per generare l’anima angelica, che sale alla giustizia divina senza la possibilità di difendersi? Per che cosa il vostro animo si erge in superbia, dal momento che siete come insetti non giunti a perfezione, come il bruco in cui non viene a compimento la sua metamorfosi?”, narra Dante in chiusura del canto.
E un’altra chiosa, della Chiavacci Leonardi, completa il quadro: “La sofferenza del superbo schiacciato e quasi irriconoscibile come persona umana esprime la condizione dell’anima penitente, che espia la sua colpa con dolore e abbassamento eguali alla presunzione precedente”. Per concludere, non è secondario il fatto che, nell’efficacissima rappresentazione dantesca, l’ispirazione possa essere venuta al poeta appunto dalle cariatidi citate poco sopra, raffigurate nei portali delle chiese.
@ MA GUARDA FISO LÀ, E DISVITICCHIA
Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970
Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa
Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe