28^ canto dell’Inferno.
I seminatori di discordie e di scismi.
Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Il poeta narra: “Se anche si riunissero tutte le persone che, nella famosa terra del meridione d’Italia, si dolsero già del sangue versato a causa della lunga battaglia dei Romani che trasformò gli anelli d’oro in un bottino così prezioso, come attesta Livio, che non si parte dal vero, con quelle che sentirono il dolore delle ferite per opporre resistenza a Roberto Guiscardo; e le altre il cui mucchio di ossa ancora si trova riunito a Ceprano, là dove ogni suddito napoletano fu traditore, e là presso Tagliacozzo, dove il vecchio Erard riuscì vincitore senza combattere; e chi facesse vedere le sue membra ferite e chi amputate, sarebbe impossibile eguagliare il deforme spettacolo della nona bolgia”.
I seminatori di discordie e di scismi, posti da Dante nella nona bolgia di questo cerchio, si resero colpevoli della separazione di ciò che era unito nelle città e nella comunità ecclesiale, entità in cui abbondavano, appunto, tutti quelli che avevano, e hanno ancora oggi, il loro interesse a “seminare zizzania” tra gli esseri umani. Al poeta, quindi, non restò altro che rappresentare i personaggi descritti attraverso efferate mutilazioni, al tempo stesso effetto e configurazione plastica delle divisioni da essi prodotte tra cristiani, tra cittadini, addirittura tra genitori e figli.
Infatti, la sua attenzione fu rivolta a definire nei minimi particolari le feroci modalità della pena e del contrappasso confacente alla stessa, per cui, secondo il Sapegno, “coloro che introdussero nella società umana le ferite della discordia, l’atrocità degli odi, delle vendette e del sangue, sono alla loro volta orrendamente dilaniati, lacerati e insanguinati nelle loro stesse carni”.
@ S’EL S’AUNASSE ANCOR TUTTA LA GENTE
Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970
Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta