Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero

27^ canto dell’Inferno.

Guido da Montefeltro.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Guido da Montefeltro a Dante: «Io fui un guerriero, e poi fui un frate minore, illudendomi, così vestito di quel cordone, di espiare le mie colpe».

Guido da Montefeltro, collocato dal poeta nell’ottava bolgia di questo cerchio tra i consiglieri fraudolenti, fu un uomo dalla vita alquanto avventurosa. Dal 1274 capo dei Ghibellini romagnoli, per cinque anni fu il paladino, come capitano del popolo di Forlì, della lunga resistenza contro il papa a favore delle prerogative comunali, finché nel 1281 Martino IV, istigato dai Geremei, i Guelfi bolognesi, affidò a Giovanni d’Appia, il rettore di Romagna, il mandato di debellare quella.

Il d’Appia, alla testa di una coalizione di truppe papali, angioine e francesi, iniziò l’assedio della città, fino a quando commise un errore fatale, che permise al nostro eroe d’ideare una geniale contromossa. Poiché una parte degli assedianti, prevalentemente cavalieri francesi, era penetrata in città attraverso una porta difesa per finta, le forze resistenti si concentrarono sulla parte delle truppe restata al di fuori, così che alla fine, in due fasi, i difensori prevalsero su entrambe le parti nemiche.

Ma subito dopo Guido da Montefeltro si rese conto che i Forlivesi erano comunque rassegnati a cedere le armi, e così si ritirò sui monti con pochi amici; e, dopo aver firmato la pace con Onorio IV, se ne stette per qualche tempo al confino di Chioggia. Tornato nel consorzio civile nel 1289, a Pisa, fu eletto capitano del popolo e capitano della guerra contro Firenze.

Stipulata poi la pace tra le due città nel 1293, si dimise da entrambe le cariche. Prima a Celestino V, poi a Bonifacio VIII chiese di riavvicinarsi alla Chiesa. Dal momento che il secondo era favorevole a una politica di pacificazione in Romagna, durante una udienza concessa ai rappresentanti di Cesena e di Rimini, il papa riuscì a convincerlo a entrare nell’ordine dei frati francescani, dove vi rimase fino alla morte avvenuta nel settembre 1298.

@ IO FUI UOM D’ARME, E POI FUI CORDIGLIERO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ravenna sta come stata è molt’anni

27^ canto dell’Inferno.

La situazione politica della Romagna.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Il poeta a Guido da Montefeltro: «O anima che sei celata laggiù, la Romagna tua non è, e non fu mai, senza guerra nei cuori dei suoi tiranni; ma testé non vi lasciai nessuna in atto. Ravenna sta come è stata per molti anni: l’aquila dei da Polenta la tiene sotto di sé, sicché protegge Cervia con le sue ali.

«La città che fece già la lunga resistenza e un sanguinoso ammasso di cadaveri dei Francesi, è dominata dall’insegna con il leone rampante listato di verde in campo d’oro. E il vecchio e il giovane mastino da Verucchio, che trattarono assai crudelmente Montagna, trasformano i denti in un succhiello là dove sono soliti farlo. Le città del Lamone e del Santerno le governa il leoncino azzurro in campo bianco, che cambia fazione dalla Toscana alla Romagna. E quella cui il Savio lambisce le mura, così come essa è situata tra la pianura e l’Appennino, vive in uno stato di mezzo tra la signoria e il governo libero».

Questa breve rassegna delle città romagnole operata da Dante si sviluppa con un linguaggio fortemente allusivo, con l’utilizzo di due specie di riferimenti: le immagini tipicamente zoomorfe, che si evidenziano sulle insegne nobiliari dei tiranni, peraltro mai nominati, e quelle riguardanti i fiumi Lamone, Santerno e Savio, per designare rispettivamente le città di Faenza, Imola e Cesena.

Chiosava il Sapegno: “Questo quadro delle cose di Romagna non è affatto una digressione oziosa e neppure soltanto un vivace e pittoresco frammento di cronaca politica, isolato dalla situazione fondamentale del canto. Nella domanda ansiosa del dannato (Guido da Montefeltro ha chiesto al poeta se i Romagnoli han pace o guerra, N.d.R.), Dante ha intuito il legame che avvince il suo personaggio a quell’ambiente; e rappresentando quel mondo di intrighi e di violenze, di prepotenze crudeli e di volpine astuzie, pone le premesse al grande episodio che segue, e cioè al ritratto della furberia politica che si inorgoglisce dei suoi effimeri trionfi terreni, ma è condannata e alla fine sconfitta dalla logica semplice e rettilinea della giustizia divina”.

@ RAVENNA STA COME STATA È MOLT’ANNI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

26^ canto dell’Inferno.

(Canto XXVI, nel quale si tratta de l’ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a’ fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d’Ulisse e Diomedes pone loro pene.)

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande

che per mare e per terra batti l’ali,

e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,

tu sentirai, di qua da picciol tempo,

di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.

Così foss’ei, da che pur esser dee!

ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee

che n’avea fatto iborni a scender pria,

rimontò ‘l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,

tra le schegge e tra ‘ rocchi de lo scoglio

lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,

e più lo ‘ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;

sì che, se stella bona o miglior cosa

m’ha dato ‘l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa,

nel tempo che colui che ‘l mondo schiara

la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,

vede lucciole giù per la vallea,

forse colà dov’e’ vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea

l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi

tosto che fui là ‘ve ‘l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi

vide ‘l carro d’Elia al dipartire,

quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,

ch’el vedesse altro che la fiamma sola,

sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola

del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto,

e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra ‘l ponte a veder surto,

sì che s’io non avessi un ronchion preso,

caduto sarei giù sanz’esser urto.

E ‘l duca, che mi vide tanto atteso,

disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;

catun si fascia di quel ch’elli è inceso».

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti

son io più certo; ma già m’era avviso

che così fosse, e già voleva dirti:

chi è ‘n quel foco che vien sì diviso

di sopra, che par surger de la pira

dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira

Ulisse e Dïomede, e così insieme

a la vendetta vanno come a l’ira;

e dentro da la lor fiamma si geme

l’agguato del caval che fé le porta

onde uscì de’Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,

Deïdamìa ancor si duol d’Achille,

e del Palladio pena vi si porta».

«S’ei posson dentro da quelle faville

parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego

e ripriego, che ‘l priego vaglia mille,

che non mi facci de l’attender niego,

fin che la fiamma cornuta qua vegna;

vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna

di molta loda, e io però l’accetto;

ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto

ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,

perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi

dove parve al mio duca tempo e loco,

in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,

s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,

s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l’un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi».

Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

me più d’un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ‘l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov’ Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l’altra già m’avea lasciata Setta.

“O frati” dissi, “che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”.

Li miei compagni fec’io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67