Caccianli i ciel per non esser men belli

3^ canto dell’Inferno.

Gli ignavi.

Nel vestibolo dell’Inferno. Virgilio al poeta: «In questa misera condizione stanno le anime sciagurate di coloro che vissero senza cattiva fama e senza merito. Sono frammiste con quell’abietto gruppo degli angeli che non furono ribelli né credenti in Dio, ma se ne stettero in disparte. I cieli li scacciano per non essere meno belli, né li trattiene la parte profonda dell’Inferno, poiché i dannati avrebbero su di essi qualche vanto».

Gli ignavi, collocati da Dante in questo luogo, secondo il Sapegno, “non seppero operare il bene per viltà, corrono senza posa dietro un’insegna, stimolati da schifosi insetti, che rigano di sangue il loro volto; e il sangue, misto con le lagrime, offre un pasto, ai loro piedi, a una turba di fastidiosi vermi.

“Non salvi e neppure propriamente dannati, ugualmente disdegnati da Dio e dai diavoli, la condizione di questi ignavi stimola il fiero disprezzo di Dante; e il disprezzo si traduce nell’invenzione di una pena, che scolpisce in simboli evidenti la miseria, il grigiore, la vergogna della loro esistenza opaca ed ignobile”.

In tale rappresentazione, il poeta ci dà il primo esempio del “contrappasso”, cioè la norma per la quale la pena è adeguata in modo proporzionale al peccato commesso. Egli, desumendola dapprima dalla cd. legge del taglione della quale si parla nell’Antico Testamento, ripresa poi dagli Scolastici, che tradussero un vocabolo di Aristotele, se ne serve per costruire più che una proporzione legata alla quantità, una corrispondenza qualitativa tra colpa e forma della pena.

@ CACCIANLI I CIEL PER NON ESSER MEN BELLI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta