Ne l’ora che comincia i tristi lai

9^ canto del Purgatorio.

Il sogno di Dante.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta narra: “La moglie del vecchio Titone s’imbiancava già al balcone d’oriente, lontano dalle braccia del suo caro amante; la sua fronte era splendente di astri celesti, disposti a formare il disegno della costellazione dell’animale dal sangue freddo che colpisce le persone con la coda; e la notte, dei passi con cui ascende verso lo zenit, ne aveva percorsi due nel punto in cui eravamo, e il terzo chinava già le ali in basso; quando io, che avevo con me il corpo mortale, sopraffatto dalla sonnolenza, mi chinai sul terreno là dove sedevamo già tutti e cinque.

“Nell’ora in cui la rondinella inizia le voci querule vicino alla mattina, forse in ricordo dei suoi primi lamenti, e in cui la mente umana, più distaccata dai vincoli corporei e meno occupata dai pensieri, è quasi divinatrice nei suoi sogni, avevo l’impressione di vedere in sogno un’aquila con le piume di colore aureo librata nel cielo, con le ali distese ed essere intenta a scendere; e mi sembrava di essere là dove furono abbandonati i suoi compagni da Ganimede, quando fu trasportato fino al supremo concilio degli dèi.

“Dentro di me riflettevo: ‘Forse questa si dirige proprio qui per abitudine, e forse ritiene non degno di sé il levare prede tra gli artigli da altri luoghi’. Poi avevo l’impressione che, dopo aver roteato un poco, discendesse terribile come un fulmine, e mi trasportasse in alto fino alla sfera del fuoco. Lì sembrava che bruciassimo essa e io; e la visione dell’ardore immaginato mi scottò così, che fu inevitabile che mi destassi.

“Non in modo diverso Achille si scosse, volgendo intorno a sé gli occhi appena aperti e non sapendo là dove fosse, quando la madre togliendolo alle cure di Chirone lo portò via di nascosto dormiente sulle braccia a Sciro, da dove poi Ulisse e Diomede lo condussero via; di quello che mi riscossi io, quando il sonno si dileguò dalla mia faccia, e impallidii, come fa chi si sente gelare per lo spavento. Accanto a me c’era solo il mio conforto, e il sole era sorto già da più che due ore, e la mia vista era rivolta verso il tratto di mare“.

@ NE L’ORA CHE COMINCIA I TRISTI LAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

8^ canto del Purgatorio.

(Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimalmente per non ritrarre le mani da l’utilità de la pecunia, si tardaro a confessare di qui all’ultima ora di loro vita e non facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.)

Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ‘ntenerisce il core

lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;

quand’io incominciai a render vano

l’udire e a mirare l’una de l’alme

surta, che l’ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levò ambo le palme,

ficcando li occhi verso l’orïente,

come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.

Te lucis ante‘ sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

che fece me a me uscir di mente;

e l’altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l’inno intero,

avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché ‘l velo è ora ben tanto sottile,

certo che ‘l trapassar dentro è leggero.

Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe,

quasi aspettando, palido e umìle;

e vidi uscir de l’alto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.

L’un poco sovra noi a star si venne,

e l’altro scese in l’opposita sponda,

sì che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernëa in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l’occhio si smarria,

come virtù ch’a troppo si confonda.

«Ambo vegnon del grembo di Maria»,

disse Sordello, «a guardia de la valle,

per lo serpente che verrà vie via».

Ond’io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto m’accostai,

tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: «Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

grazïoso fia lor vedervi assai».

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

pur me, come conoscer mi volesse.

Temp’era già che l’aere s’annerava,

ma non sì che tra li occhi suoi e ‘ miei

non dichiarisse ciò che pria serrava.

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra ‘ rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: «Quant’è che tu venisti

a piè del monte per le lontane acque?».

«Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

ancor che l’altra, sì andando, acquisti».

E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

come gente di sùbito smarrita.

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse

che sedea lì, gridando: «Sù, Corrado!

vieni a veder che Dio per grazia volse».

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado

che tu dei a colui che sì nasconde

lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,

dì a Giovanna mia che per me chiami

là dove a li ‘nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m’ami,

poscia che trasmutò le bianche bende,

le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco d’amor dura,

se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.

Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com’avria fatto il gallo di Gallura».

Così dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur là dove le stelle son più tarde,

sì come rota più presso a lo stelo.

E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».

E io a lui: «A quelle tre facelle

di che ‘l polo di qua tutto quanto arde».

Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

e queste son salite ov’eran quelle».

Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse

dicendo: «Vedi là ‘l nostro avversaro»;

e drizzò il dito perché ‘n là guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l’erba e ‘ fior venìa la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso

leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e però dicer non posso,

come mosser li astor celestïali;

ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.

Sentendo fender l’aere a le verde ali,

fuggì ‘l serpente, e li angeli dier volta,

suso a le poste rivolando iguali.

L’ombra che s’era al giudice raccolta

quando chiamò, per tutto quello assalto

punto non fu da me guardare sciolta.

«Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

quant’è mestiere infino al sommo smalto»,

cominciò ella, «se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

sai, dillo a me, che già grande là era.

Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l’antico, ma di lui discesi;

a’ miei portai l’amor che qui raffina».

«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi

già mai non fui; ma dove si dimora

per tutta Europa ch’ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s’io di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia».

Ed elli: «Or va; che ‘l sol non si ricorca

sette volte nel letto che ‘l Montone

con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinïone

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Fui chiamato Currado Malaspina

8^ canto del Purgatorio.

Corrado Malaspina.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta sente dire da Corrado Malaspina: «Così la grazia illuminante che ti conduce verso l’alto possa trovare tanto alimento nel tuo libero arbitrio, quanto è necessario fino alla cima del monte smaltato di verde e di fiori, se hai una conoscenza verace dei fatti della Lunigiana o delle zone vicine, dimmelo, che là ero già potente. Fui chiamato Corrado Malaspina; non sono il capostipite, ma derivai da lui; per i parenti provai l’affetto esclusivo che si purifica qui».

Corrado Malaspina, posto da Dante nell’Antipurgatorio tra i principi negligenti, fu figlio di Federico I marchese di Villafranca e nipote di Corrado il Vecchio, capostipite della casata. Sulla biografia di questo personaggio ci sono giunte testimonianze non molto significative. Da qualche documento risulta che la sua vita fu votata prevalentemente alla cura degli interessi della sua famiglia e del suo territorio. Egli avrebbe liberato per due volte Sarzana dal giogo dei Pisani, e da ciò avrebbe avuto origine il suo rapporto con il suo avversario Nino Visconti (suo compagno di penitenza, poi, nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio), nonché avrebbe partecipato alle lotte contro il vescovo di Luni. In base al testamento redatto da lui stesso il 28 settembre 1294, divise tra i fratelli e i congiunti le terre in Lunigiana e in Sardegna, che aveva posseduto in compartecipazione con loro.

Il poeta, con tale personaggio, non fece altro che innalzare a condizione eccelsa un tipico rappresentante del mondo cavalleresco, rimasto nel suo animo per tutta la sua vita da esule, come momento storico di pace e di giustizia. Così, nell’incontro con lui, egli avvertì in maniera marcata il contrasto con gli anni che era costretto a vivere nel disordine sociale e politico della sua patria. A quest’epoca idealizzata, Dante guardava con molto rimpianto, e ciò traspare qua e là, come si vedrà, nella seconda e nella terza cantica, in cui tale rimpianto raggiungerà la vetta per mezzo della figura del suo avo Cacciaguida.

@ FUI CHIAMATO CURRADO MALASPINA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Sentendo fender l’aere a le verdi ali

8^ canto del Purgatorio.

Gli angeli e la mala striscia.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Dante narra: “Da quel lato in cui la valletta non ha protezione, c’era un serpente, forse come quello che procurò a Eva il frutto proibito. Il serpente malvagio strisciava tra la vegetazione bassa e folta e i fiori, piegando la testa di quando in quando, passandosi la lingua sul dorso come un animale che si lecca il pelo.

“Io non vidi, e perciò non lo posso raccontare, come partirono gli astori divini; ma vidi chiaramente sia l’uno sia l’altro quando erano in movimento. Sentendo tagliare l’aria dalle verdi ali, il serpente si allontanò in fretta, e gli angeli tornarono indietro, volando di nuovo con ritmo regolato e simultaneo su ai posti di guardia dove erano prima”.

Poco prima dell’incontro col giudice Nino Visconti, e subito dopo che i principi della valletta hanno continuato a cantare e terminare l’inno ambrosiano ‘Te lucis ante terminum’ iniziato da uno di essi, il poeta vede dapprima la folla silenziosa delle anime nobili che guardano verso l’alto, quasi in attesa, pallida e umile, e poi vede rendersi visibili in alto e scendere giù due angeli con due spade infuocate, tronche e prive delle loro estremità. Essi sono verdi nelle vesti come fogliette nate allora allora, che si tirano alle loro spalle urtate e mosse dal vento provocato dal battito di verdi ali. L’uno va a stare un poco più in alto di Dante, Virgilio e Sordello, e l’altro scende nel bordo opposto, così che gli spiriti sono contenuti nel mezzo. «Vengono entrambi dalla cavità della candida rosa a cui Maria presiede, a difesa dell’avvallamento, a causa del serpente che verrà ben presto», dice Sordello.

Così, espletato l’incontro col personaggio sopra citato, ecco la mala striscia, come il poeta definisce il serpente, fare la sua comparsa, e che Sordello indica a dito, svolgendosi in seguito la scena riportata in apertura. Bene. Gli angeli con la spada infuocata sono una chiara reminiscenza, tratta dalla Bibbia, del cherubino posto a guardia dell’Eden e rappresentano la raffigurazione dell’esilio dell’uomo, dal quale si può ritornare soltanto in virtù della redenzione. “Essi hanno infatti una funzione opposta al loro modello: il primo cherubino cacciò gli uomini dall’Eden perché non vi tornassero, i secondi cacciano il serpente perché gli uomini restino al sicuro nella valle fiorita” (Chiavacci Leonardi). E il serpente? Nient’altro che la tentazione diabolica sconfitta dalla grazia divina invocata dai penitenti della valletta fiorita, così che il nostro nemico di sempre, che nel Paradiso Terrestre riuscì a prevalere sull’umanità, adesso è cacciato dagli angeli alquanto facilmente. Soltanto con la loro presenza.

@ SENTENDO FENDER L’AERE A LE VERDI ALI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Giudice Nin gentil, quanto mi piacque

8^ canto del Purgatorio.

Nino Visconti.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta narra: “Credo di essere sceso solo di tre passi, e mi trovai di sotto, e vidi uno che contemplava ancora me, come se mi volesse riconoscere. Era già l’ora in cui si faceva buio, ma non così che non rivelasse ciò che in precedenza teneva chiuso tra i suoi occhi e i miei. Si mosse verso di me, e io mi mossi verso di lui: nobile giudice Nino, quanto fui contento quando ti vidi che non eri tra i dannati!”.

Nino Visconti, collocato da Dante nell’Antipurgatorio tra i principi negligenti, nacque nel 1265 circa e morì nel 1296. Fu signore del giudicato di Gallura e cittadino pisano tra i più influenti, a capo della fazione guelfa. Associato al governo di Pisa da Ugolino della Gherardesca, suo nonno materno, ed entrambi assunto il titolo di “rettori e governatori del Comune”, nel 1286 riformò con costui Breve communitis Pisani e il Breve populi Pisani, per venire incontro alle necessità di un ristretto governo di tipo signorile, e ponendo limitazioni all’autonomia delle Arti maggiori.

Nulla è pervenuto circa i suoi rapporti con il conte Ugolino, ma è certo che egli fu colui che accusò presso la Santa Sede l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini dell’eccidio che ebbe come protagonista la famiglia dei della Gherardesca (vedi Inferno XXXIII^ canto), dopo il quale, a causa della vittoria dei ghibellini pisani, dovette andarsene dalla città. Divenuto l’animatore della lega contro Pisa, rinsaldò i suoi rapporti con Firenze e fu in quel periodo che conobbe Dante.

Quando Pisa, nel luglio del 1293, aderì alla pace, egli non poté rientrare in città, visti i pericoli cui poteva incorrere, lui e la sua fazione. Ma qualche mese dopo, da Lucca, scrisse una missiva piena di risentimento ai Fiorentini, per raccomandarsi a essi sul rispetto dei patti fissati dal trattato di pace. Non avendo avuto riscontro, lasciò la Toscana riparando a Genova, che lo elesse come suo cittadino. Dalla città ligure si trasferì subito dopo nel giudicato di Gallura, dove ebbe contrasti con il suo vicario, il frate Gomita citato in Inferno nel XXII^ canto, che poi fece impiccare, e proseguì la sua battaglia contro Pisa fino a quando morì. Poco prima aveva espresso il desiderio che il suo cuore venisse portato nella guelfa Lucca, dove fu deposto nella chiesa dei frati minori di san Francesco.

@ GIUDICE NIN GENTIL, QUANTO MI PIACQUE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

7^ canto del Purgatorio.

(Canto VII, dove si purga la qualitade di coloro che, per propria negligenza, di die in die di qui a l’ultimo giorno di loro vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti altri.)

Poscia che l’accoglienze oneste e liete

furo iterate tre e quattro volte,

Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».

«Anzi che a questo monte fosser volte

l’anime degne di salire a Dio,

fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null’altro rio

lo ciel perdei che per non aver fé».

Così rispuose allora il duca mio.

Qual è colui che cosa innanzi sé

sùbita vede ond’e’ si maraviglia,

che crede e non, dicendo «Ella è… non è…»,

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,

e umilmente ritornò ver’ lui,

e abbracciòl là ‘ve ‘l minor s’appiglia.

«O gloria di Latin», disse, «per cui

mostrò ciò che potea la lingua nostra,

o pregio etterno del loco ond’io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?

S’io son d’udir le tue parole degno,

dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».

«Per tutt’i cerchi del dolente regno»,

rispuose lui, «son io di qua venuto;

virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto

a veder l’alto Sol che tu disiri

e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo è là giù non tristo di martìri,

ma di tenebre solo, ove i lamenti

non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti

dai denti morsi de la morte avante

che fosser da l’umana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante

virtù non si vestiro, e sanza vizio

conobber l’altre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio

dà noi per che venir possiam più tosto

là dove purgatorio ha dritto inizio».

Rispuose: «Loco certo non c’è posto;

licito m’è andar suso e intorno;

per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.

Ma vedi già come dichina il giorno,

e andar sù di notte non si puote;

però è buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote;

se mi consenti, io ti merrò ad esse,

e non sanza diletto ti fier note».

«Com’è ciò?», fu risposto. «Chi volesse

salir di notte, fora elli impedito

d’altrui, o non sarria ché non potesse?».

E ‘l buon Sordello in terra fregò ‘l dito,

dicendo: «Vedi? sola questa riga

non varcheresti dopo ‘l sol partito:

non però ch’altra cosa desse briga,

che la notturna tenebra, ad ir suso;

quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso

e passeggiar la costa intorno errando,

mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».

Allora il mio segnor, quasi ammirando,

«Menane», disse, «dunque là ‘ve dici

ch’aver si può diletto dimorando».

Poco allungati c’eravam di lici,

quand’io m’accorsi che ‘l monte era scemo,

a guisa che i vallon li sceman quici.

«Colà», disse quell’ombra, «n’anderemo

dove la costa face di sé grembo;

e là il novo giorno attenderemo».

Tra erto e piano era un sentiero sghembo,

che ne condusse in fianco de la lacca,

là dove più ch’a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,

indaco, legno lucido e sereno,

fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno

posti, ciascun saria di color vinto,

come dal suo maggiore è vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,

ma di soavità di mille odori

vi facea uno incognito e indistinto.

Salve, Regina‘ in sul verde e ‘n su’ fiori

quindi seder cantando anime vidi,

che per la valle non parean di fuori.

«Prima che ‘l poco sole omai s’annidi»,

cominciò ‘l Mantoan che ci avea vòlti,

«tra color non vogliate ch’io vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e ‘ volti

conoscerete voi di tutti quanti,

che ne la lama giù tra essi accolti.

Colui che più siede alto e fa sembianti

d’aver negletto ciò che far dovea,

e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea

sanar le piaghe c’hanno Italia morta,

sì che tardi per altri si ricrea.

L’altro che ne la vista lui conforta,

resse la terra dove l’acqua nasce

che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce

fu meglio assai che Vincislao suo figlio

barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio

par con colui c’ha sì benigno aspetto,

morì fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate là come si batte il petto!

L’altro vedete c’ha fatto a la guancia

de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:

sanno la vita sua viziata e lorda,

e quindi viene il duol che sì li lancia.

Quel che par sì membruto e che s’accorda,

cantando, con colui dal maschio naso,

d’ogne valor portò cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso

lo giovanetto che retro a lui siede,

ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de l’altre rede;

Iacomo e Federigo hanno i reami;

del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami

l’umana probitate; e questo vole

quei che la dà, perché da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole

non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,

onde Puglia e Proenza già si dole.

Tant’è del seme suo minor la pianta,

quanto, più che Beatrice e Margherita,

Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita

seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:

questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.

Quel che più basso tra costor s’atterra,

guardando in suso, è Guiglielmo marchese,

per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Colui che più siede alto e fa sembianti

7^ canto del Purgatorio.

L’imperatore Rodolfo e gli altri principi negligenti.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Pendici del Purgatorio. I due poeti sentono dire da Sordello da Goito: «Prima che a questo punto tramonti lo scarso sole, desideriate che io non vi guidi tra quelli. Da questo balzo voi vedrete meglio i modi e i volti di tutti quanti, che ricevuti da essi giù nella bassura. Colui che siede più in alto e dimostra con l’atteggiamento di aver trascurato ciò che avrebbe dovuto fare, e che non si accompagna al canto degli altri, fu l’imperatore Rodolfo, che avrebbe potuto placare le discordie intestine che hanno distrutto l’Italia, sicché dopo il tempo conveniente e opportuno sarà rimessa in sesto da altri.

«Il secondo che lo rincuora per quello che appare all’aspetto, governò la terra in cui si formano le acque che la Moldava porta nell’Elba, e l’Elba da lì nel mare: ebbe nome Ottocaro, e da bambino fu assai migliore che suo figlio Venceslao adulto, che è dedito alla lussuria e all’ozio. E quel Nasetto che seduto vicino sembra in reciproca consultazione con colui che ha un sembiante così dolce, morì ritirandosi in fuga e disonorando l’insegna della casa reale di Francia: guardate là come si percuote il petto! Vedete il terzo che, sospirando, tiene adagiata la guancia sulla palma della sua mano come in un letto.

«Sono il padre e il suocero di colui che è causa della rovina della Francia: conoscono la sua vita peccaminosa e sozza moralmente, e di conseguenza deriva la sofferenza che li tormenta così. Colui che sembra così robusto e che si armonizza, cantando, con colui che ha il naso virile, fu adorno di ogni virtù; e se dopo di lui fosse rimasto re il giovanetto che siede dietro di lui, il retaggio dell’eccellenza morale sarebbe pienamente trasmesso di padre in figlio, che non si può dire degli altri eredi; Giacomo e Federico hanno i regni; nessuno dei due ha preso il meglio dell’eredità del padre.

«Rare volte l’umana virtù sorge di nuovo nei figli; e vuole questo Colui che la elargisce, affinché sia riconosciuto come derivato da lui. Le mie parole si riferiscono pure al Nasuto non meno che all’altro, Pietro, che canta con lui, per cui già si dolgono il regno di Puglia e la contea di Provenza. La progenie fu tanto di meno rispetto a suo padre, quanto Costanza si compiace ancora del marito, più che del loro Beatrice e Margherita. Vedete il re dalla sciocca vita, Enrico d’Inghilterra, sedere là in disparte: questi ha più virtuosi discendenti. Colui che tra costoro sta seduto a terra più in basso, guardando in alto, è il marchese Guglielmo, per cui sia Alessandria sia la sua guerra fanno soffrire il Monferrato e il Canavese».

@ COLUI CHE PIÙ SIEDE ALTO E FA SEMBIANTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Quindi seder cantando anime vidi

7^ canto del Purgatorio.

La valletta fiorita.

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Pendici del Purgatorio. Dante narra: “L’oro e l’argento puro, il carminio e il bianco di zinco, l’indaco, il legno lucente e chiaro, il verde fresco dello smeraldo nel momento in cui la pietra viene spezzata, disposti all’interno di quello spazio cavo, ciascuno sarebbe stato superato dal colore dell’erba e dei fiori, come il minore è superato dal suo maggiore. La natura non aveva soltanto dipinto il terreno, ma dalla delicatezza di mille profumi si formava lì un insieme inconsueto e indefinito. Da quel luogo vidi anime star sedute sul prato e sui fiori cantando il ‘Salve, Regina‘, che a causa dell’avvallamento non apparivano da fuori”.

In questo luogo, verso sinistra a partire dal secondo balzo, il pendio forma un avvallamento, in sé soave a causa di un numero indefinito di profumi, dipinto dall’erba e dai fiori. Esso è cinto da un margine, che a un dato punto è interrotto per dare luogo all’ingresso. Qui Sordello da Goito conduce i due poeti (essi potranno fermarvisi durante la notte, perché le tenebre rendono impossibile la salita), tagliando a sghembo il pendio e i tre, subito dopo, sostano in un punto basso dell’orlo della valletta, da dove si possono vedere sia gli atteggiamenti sia i volti di coloro che vi dimorano. Quindi il trovatore comincia a parlare del primo di essi… ma questa è un’altra storia.

Qui ci preme soltanto sottolineare che la valletta fiorita è una sorta di Eden, forse venuto in mente al poeta sì traendo spunto dai Campi Elisi virgiliani del VI canto dell’Eneide, ma anche, secondo il D’Ancona, dal ‘verziere’ del ‘Trionfo della morte’ nel Camposanto di Pisa; per il Buck, invece, non è da sottovalutare il fatto che nella descrizione dantesca si colgano vasti echi di tutta la tradizione letteraria del cd. locus amoneus. Ma giunti a questo punto la domanda è: qui sono concentrati i principi più eminenti di tutta Europa. Perché? Se per il D’Ancona questo luogo riflette la loro dignità sulla Terra, valore sacro che l’epoca di Dante attribuiva al concetto di autorità, per il Landino il luogo ricorda loro lo stato di privilegio in cui vissero, del quale però non fecero buon uso.

Tuttavia la critica più recente, altrettanto autorevole, consolidatasi nelle pagine dell’Enciclopedia dantesca della Treccani, è più orientata ad affermare che i principi rappresentano il continente, in crisi “per difetto d’impegno umano”, per pusillanimità e disordine sociale, nonché per meri interessi di parte e per una specie di rilassatezza morale. In particolare, l’attaccamento al potere distolse tali personaggi dal loro compito precipuo: quello di guidare i popoli a loro sottoposti e di salvaguardarne le aspettative di vita. Infatti, anche per il Forti, è proprio questa per Dante la colpa maggiore di costoro: non aver soddisfatto la tutela dei propri sudditi, così indicando loro la retta via. Ma “sono tuttavia dei salvati; su di essi non grava – come appare da tutto il tono che governa la scena – lo sdegno violento di Dante. Non a loro infatti, ma ai loro figli, è indirizzata la vera condanna contenuta in questo testo”, chiosa la Chiavacci Leonardi.

@ QUINDI SEDER CANTANDO ANIME VIDI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

S’io son d’udir le tue parole degno

7^ canto del Purgatorio.

I due Mantovani.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Sordello da Goito a Virgilio: «O gloria degli Italiani, per cui l’idioma italico rese palese ciò di cui era capace, o eterno onore del mio luogo d’origine, quale merito o quale grazia divina ti mostra a me? Possa io essere meritevole di ascoltare le tue parole, dimmi se vieni dall’Inferno, e da quale cerchio».

Dopo che i due si sono abbracciati, dopo la lunghissima ‘digressione’ dantesca che occupa oltre la metà del canto precedente a questo, dopo che essi si sono sciolti da quell’abbraccio, e il primo chiesto al secondo chi egli fosse (sentendosi rispondere con un semplice “Io sono Virgilio, e per nessun altro peccato persi il Paradiso che per non avuto la fede in Cristo”), Sordello da Goito replica al suo conterraneo nel modo riportato sopra.

Il Sordello che appare in questa prima parte del 7^ canto è il Sordello che omaggia Virgilio, da ‘minore’ a ‘maggiore’; nulla a che vedere quindi con la sua precedente apparizione nel 6^ rappresentato a guisa di leon quando si posa, quindi con altera fierezza. In questa occasione, invece, un poeta, un trovatore, celebra l’eccellenza di un altro poeta (accadrà la stesso quando Stazio, che Virgilio incontrerà molto più avanti, si comporterà come Sordello da Goito).

E a proposito del Virgilio personaggio e poeta, e non guida e maestro di Dante, “… in tutta la scena risuonano così, come accade nelle altre due ad essa parallele”, chiosa la Chiavacci Leonardi, “quasi due corde: la grandezza del poeta da una parte, la sua esclusione del paradiso dall’altra. La dolorosa condizione che ne deriva, profondamente sofferta ma accettata, genera come negli altri luoghi un movimento di alta e mesta poesia, che imprime ai versi un ritmo elegiaco, proprio nel dolore a cui non ci si ribella: Non per far, ma per non fare ho perduto a veder l’alto Sol che disiri e che fu tardi per me conosciuto (n.d.r. 7^ canto, vv. 24-27; queste le parole di Virgilio in risposta alla domanda dell’altro, che vuole essere edotto circa la di lui provenienza)”.

@ S’IO SON D’UDIR LE TUE PAROLE DEGNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

6^ canto del Purgatorio.

(Canto VI, dove si tratta di quella medesima qualitade, dove si purga la predetta mala volontà di vendicare la ‘ngiuria, e per questo si ritarda sua confessione, e dove truova e nomina Sordello da Mantua.)

Quando si parte il gioco de la zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro, e qua e là, la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

che fé parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l’anima divisa

dal corpo suo per astio e per inveggia,

com’e’ dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

mentr’è di qua, la donna di Brabante,

sì che però non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante

quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,

sì che s’avacci lor divenri sante,

io cominciai: «El par che tu mi nieghi,

o luce mia, espresso in alcun testo

che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:

sarebbe dunque loro speme vana,

o non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?».

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;

e la speranza di costor non falla,

se ben si guarda con la mente sana;

ché cima di giudicio non s’avvalla

perché foco d’amor compia in un punto

ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;

e là dov’io fermai cotesto punto,

non s’ammendava, per pregar, difetto,

perché ‘l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a così alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto.

Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice;

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

di questo monte, ridere e felice».

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,

che già non m’affatico come dianzi,

e vedi omai che ‘l poggio l’ombra getta».

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,

rispuose, «quanto più potremo omai;

ma ‘l fatto è d’altra forma che non stanzi.

Prima che sie là sù, tornar vedrai

colui che già si cuopre de la costa,

sì che ‘ suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi là un’anima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

quella ne ‘nsegnerà la via più tosta».

Venimmo a lei: o anima lombarda,

come ti stavi altera e disdegnosa

e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicëa alcuna cosa,

ma lasciavane gir, solo sguardando

a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita

ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava

«Mantüa…», e l’ombra, tutta in sé romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,

dicendo: «O Mantoano, io son Sordello

de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s’alcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vòta?

Sanz’esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia

sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà costretti,

che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vieni, crudel, vieni, e vedi la pressura

d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m’accompagne?».

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne l’abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto de l’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercé del popol tuo che s’argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l’arco;

ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace e con senno!

S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno

l’antiche leggi e furon sì civili,

fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch’a mezzo novembre

non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, nel tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato, e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67