Io fui abate in San Zeno a Verona

18^ canto del Purgatorio.

L’abate di San Zeno.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire dall’abate di San Zeno: «Io fui abate di San Zeno a Verona al tempo del valoroso Barbarossa, di cui ancora Milano ne parla con dolore. E un tale ha già un piede all’interno della fossa, che presto pagherà il fio per l’offesa fatta a quel monastero, e si dorrà di avere avuto potere su di esso; perché ha posto suo figlio, non integro nel corpo, e peggio nell’anima, e che fu bastardo, in sostituzione del suo abate legittimo».

L’abate di San Zeno, collocato da Dante in questa cornice tra gli accidiosi, visse sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa, come dice egli stesso al poeta quando gli si presenta. Da alcune ricerche storiche pubblicate a suo tempo relativamente alle chiese di Verona, è risultato che un tale Gherardo II fu abate del monastero di San Zeno, dove morì nel 1187. Questi resse le sorti dello stesso per oltre venticinque anni, e sembra che il Barbarossa, di passaggio a Verona, gli avesse conferito la giurisdizione di vari villaggi delle zone circostanti, nonché altri privilegi.

Altro non si sa. “Forse Dante raccolse a Verona una tradizione su questo abate accidioso di più di un secolo prima, ma la cosa non è probabile, né necessaria”, chiosa la Chiavacci Leonardi. Che così prosegue: “Nulla ne sanno i suoi commentatori (addirittura per i primi di essi, vedi Benvenuto da Imola e il Vellutello, questo abate di San Zeno si chiamava Alberto e fu ‘uomo di santa vita’, N.d.R.).

Questo personaggio dantesco, sia stato esso Gherardo II o Alberto o addirittura Giovanni (per l’Anonimo), rappresenta dunque il vizio ritenuto tra i più caratteristici dei monasteri, e il poeta ne parla per accusare il suo successore, del quale si vuole denunciare l’abuso e la vergogna legata ad esso . L’allusione nel testo di cui sopra, infatti, è riferita ad Alberto della Scala, signore di Verona, padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande, morto nel settembre 1301. Questi impose come abate di San Zeno il figlio naturale Giuseppe, “sciancato nel corpo e, al dire di Dante e dei suoi commentatori, corrotto nell’animo”, sempre per la Chiavacci Leonardi. Che conclude: “Questo severo giudizio contro il padre dei due ospiti veronesi celebrati in Par. XVII (vv. 70-93) ha dato da pensare”.

@ IO FUI ABATE IN SAN ZENO A VERONA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

E quale Ismeno già vide e Asopo

18^ canto del Purgatorio.

Gli accidiosi e gli esempi di accidia punita.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Dante narra: “La luna, tardiva a levarsi fin verso la mezzanotte, ci faceva sembrare le stelle più distanziate, diventata come un grande paiolo di rame che ancora splenda; e compiva il suo corso nel senso contrario al movimento apparente del cielo per quella parte che il sole rende del colore rosso della fiamma allorché il Romano lo vede quando tramonta fra la Sardegna e la Corsica. E quell’ombra nobile per cui Pietole è famosa più che la città di Mantova, mi aveva scaricato del peso dei miei dubbi; per cuiio, che avevo accolto la sua spiegazione chiara e facilmente intelligibile riguardo alle mie domande, stavo come chi vaneggia assonnato.

“Ma questo torpore mi fu rimosso all’improvviso da spiriti che a tergo si dirigevano già verso di noi. E quale furiosa calca un tempo videro di notte lungo le loro rive l’Ismeno e l’Asopo, soltanto che i Tebani avessero bisogno di Bacco, tale, per quello che io vidi, corre al galoppo in quel girone, di coloro che venivano, che sono stimolati alla penitenza dalla disposizione della volontà al bene e al giusto zelo. Rapidamente furono presso di noi, perché tutta quella folta schiera procedeva correndo; e due davanti gridavano piangendo: «Maria si affrettò verso la montagna; e Cesare, per assoggettare Lerida, assediò Marsiglia e poi corse in Spagna»”.

“«Presto, presto, che non si perda il tempo per un debole affetto», gridavano gli altri dietro, «affinché la cura del fare cose buone rinverdisca in noi la grazia divina»”.

@ E QUALE ISMENO GIÀ VIDE E ASOPO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

L’animo, ch’è creato ad amar presto

18^ canto del Purgatorio.

La natura dell’amore.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Il nobile maestro aveva concluso il suo ragionamento, e guardava attento i miei occhi se io sembravo soddisfatto; e io, che ero stimolato ancora da un’altra sete, fuori tacevo, e dentro dicevo: ‘Forse lo infastidisce il chiedere eccessivo che io faccio’. Ma quel padre veridico, che si avvide dell’esitante desiderio che non si manifestava, parlando, concesse a me il coraggio di parlare.

“E io: «Maestro, la mia vista intellettuale si ravviva così nella tua sapienza, che io comprendo esattamente quanto il tuo ragionamento distingua o esponga analiticamente. Perciò ti prego, caro padre amato, che mi dai la prova di che cosa sia l’amore, a cui fai risalire ogni buona azione e il suo opposto».

“Disse: «Volgi a quello che io dico i penetranti occhi della mente, e ti sarà palese l’opinione erronea dei falsi maestri che diventano guida per gli altri. L’animo, che è creato disposto ad amare, si volge a ogni cosa che dà piacere, appena è spinto dalla potenza all’atto dalla cosa piacente. La vostra facoltà conoscitiva astrae l’immagine dalle cose reali, e la rappresenta dentro di voi, sicché fa rivolgere l’animo verso di essa; e se, rivolto, s’inclina verso di essa, quell’inclinarsi è l’amore, quella è la disposizione innata ad amare che a causa della bellezza dell’immagine si unisce a voi per la prima volta.

“«Poi, come il fuoco si dirige verso l’alto per la sua natura propria che tende a salire là dove resiste di più nel suo elemento, così l’animo animato dall’amore verso l’oggetto, che è un movimento dello spirito, inizia a desiderare, e non si arresta mai fino a che l’oggetto amato lo fa gioire. A questo punto ti può essere palese quanto sia nascosta la verità alle persone che affermano come vero che ogni amore sia di per sé una cosa meritevole di approvazione; poiché forse la sua disposizione naturale ad amare si rivela alla mente essere sempre buona, ma non ogni sigillo è buono, quantunque sia buona la cera»”.

@ L’ANIMO, CH’È CREATO AD AMAR PRESTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

17^ canto del Purgatorio.

(Canto XVII, dove tratta de la qualità del quarto girone, dove si purga la colpa de la accidia, dove si ristora l’amore de lo imperfetto bene; e qui dichiara una questione che indi nasce.)

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe

ti colse nebbia per la qual vedessi

non altrimenti che per pelle talpe,

come, quando i vapori umidi e spessi

a diradar cominciansi, la spera

del sol debilemente entra per essi;

e fia la tua imagine leggera

in giugnere a veder com’io rividi

lo sole in pria, che già nel corcar era.

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi

del mio maestro, uscì’ fuor di tal nube

ai raggi morti già ne’ bassi lidi.

O imaginativa che ne rube

talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge

perché dintorno suonin mille tube,

chi move te, se ‘l senso non ti porge?

Moveti lume che nel ciel s’informa,

per sé o per voler che giù lo scorge.

De l’empiezza di lei che mutò forma

ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,

ne l’imagine mia apparve l’orma;

e qui fu la mia mente sì ristretta

dentro da sé, che di fuor non venìa

cosa che fosse allor da lei ricetta.

Poi piovve dentro a l’alta fantasia

un crucifisso, dispettoso e fero

ne la sua vista, e cotal si moria;

intorno ad esso era il grande Assüero,

Estèr sua sposa e ‘l giusto Mardoceo,

che fu al dire e al far così intero.

E come questa imagine rompeo

sé per sé stessa, a guisa d’una bulla

cui manca l’acqua sotto la qual si feo,

surse in mia visïone una fanciulla

piangendo forte, e dicea: «O regina,

perché per ira hai voluto esser nulla?

Ancisa t’hai per non perder Lavina;

or m’hai perduta! Io son essa che lutto,

madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».

Come si frange il sonno ove di butto

nova luce percuote il viso chiuso,

che fratto guizza pria che muoia tutto;

così l’imaginar mio cadde giuso

tosto che lume il volto mi percosse,

maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

I’ mi volgea per veder ov’io fosse,

quando una voce disse «Qui si monta»,

che da ogne altro intento mi rimosse;

e fece la mia voglia tanto pronta

di riguardar chi era che parlava,

che mai non posa, se non si raffronta.

Ma come al sol che nostra vista grava

e per soverchio sua figura vela,

così la mia virtù quivi mancava.

«Questo è divino spirito, che ne la

via da ir sù ne drizza sanza prego,

e col suo lume sé medesmo cela.

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;

ché quale aspetta prego e l’uopo vede,

malignamente già si mette al nego.

Or accordiamo a tanto invito il piede;

procacciam di salir pria che s’abbui,

ché poi non si poria, se ‘l dì non riede».

Così disse il mio duca, e io con lui

volgemmo i nostri passi ad una scala;

e tosto ch’io al primo grado fui,

senti’mi presso quasi un muover d’ala

e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati

pacifici, che son sanz’ira mala!’.

Già eran sovra noi tanto levati

li ultimi raggi che la notte segue,

che le stelle apparivan da più lati.

‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,

fra me stesso dicea, ché mi sentiva

la possa de le gambe posta in triegue.

Noi eravam dove più non saliva

la scala sù, ed eravamo affissi,

pur come nave ch’a la piaggia arriva.

E io attesi un poco, s’io udissi

alcuna cosa nel novo girone;

poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

«Dolce mio padre, dì, quale offensione

si purga qui nel giro dove semo?

Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».

Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo

del suo dover, quiritta si ristora;

qui si ribatte il mal tardato remo.

Ma perché più aperto intendi ancora,

volgi la mente a me, e prenderai

alcun buon frutto di nostra dimora».

«Né creator, né creatura mai»,

cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,

o naturale o d’animo; e tu ‘l sai.

Lo naturale è sempre sanza errore,

ma l’altro puote errar per malo obietto

o per troppo o per poco di vigore.

Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,

e ne’ secondi sé stesso misura,

esser non può cagion di mal diletto;

ma quando al mal si torce, o con più cura

o con men che non dee corre nel bene,

contra ‘l fattore adovra sua fattura.

Quinci comprender puoi ch’esser convene

amor sementa in voi d’ogne virtute

e d’ogne operazion che merta pene.

Or, perché mai non può da la salute

amor del suo subietto volger viso,

da l’odio proprio son le cose tute;

e perché intender non si può diviso,

e per sé stante, alcuno esser dal primo,

da quello odiare ogne effetto è deciso.

Resta, se dividendo bene stimo,

che ‘l mal che s’ama è del prossimo; ed esso

amor nasce in tre modi in vostro limo.

È chi, per esser suo vicin soppresso,

spera eccellenza, e sol per questo brama

ch’el sia di sua grandezza in basso messo;

è chi podere, grazia, onore e fama

teme di perder perch’altri sormonti,

onde s’attrista sì che ‘l contrario ama;

ed è chi per ingiuria par ch’aonti,

sì che si fa de la vendetta ghiotto,

e tal convien che ‘l male altrui impronti.

Questo triforme amor qua giù di sotto

si piange; or vo’ che tu de l’altro intende,

che corre al ben con ordine corrotto.

Ciascun confusamente un bene apprende

nel qual si queti l’animo, e disira;

per che di giugner lui ciascun contende.

Se lento amore a lui veder vi tira

o a lui acquistar, questa cornice,

dopo giusto penter, ve ne martira.

Altro ben è che non fa l’uom felice;

non è felicità, non è la buona

essenza, d’ogne ben frutto e radice.

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,

di sovr’a noi si piange per tre cerchi;

ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Quinci comprender puoi ch’esser convene

17^ canto del Purgatorio.

L’ordinamento morale del Purgatorio.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Virgilio: «Né il Creatore né le creature», egli iniziò a dire, «figliolo, furono mai senza amore, o innato o d’elezione; e tu lo sai. L’amore innato è sempre senza colpa, ma il secondo può cadere in errore o in quanto diretto al male o per eccesso o per carenza d’intensità. Fino a quando esso è rivolto verso il primo Bene, e modera sé stesso verso i beni terreni, non può essere causa di piacere peccaminoso; ma quando si volge al male, o corre con più zelo verso i beni terreni o con minore di quanto dovrebbe verso il sommo Bene, la creatura opera contro il suo Creatore.

«Di conseguenza puoi capire che è necessario che l’amore sia in voi l’origine di ogni virtù e di ogni azione che meriti di essere punita. Ora, poiché l’amore non può mai distogliere lo sguardo dal bene del suo soggetto, tutte le creature sono immuni dall’odiare sé stesse; e poiché nessuna creatura può considerarsi separata dall’Essere primo, e sussistente per sé stessa, ogni creatura è distolta dall’odiare Dio.

«Resta, se argomentando per divisione giudico esattamente, che il male che si desidera è del prossimo; e questo amore ha origine in tre maniere nella natura umana creata dal fango. C’è chi, per il fatto che sia in basso stato il suo prossimo, spera il primato, e solo per questo desidera che egli sia abbassato nella sua potenza; c’è chi teme di perdere potenza, gradimento, alta reputazione e fama per il fatto che altri s’innalzi sopra di lui, per cuisi affligge così che desidera l’opposto; e c’è chi per un oltraggio sembra che se ne copra di vergogna, sicché diventa bramoso della vendetta, e tale è inevitabile che solleciti il male dell’altro.

«Questo amore che si presenta in tre forme si espia nei ripiani sottostanti: ora voglio che tu oda con attenzione quanto dirò dell’altro, che corre verso il bene in modo errato. Ciascuno si forma una vaga idea di un Bene nel quale si appaghi l’animo, e lo desidera; per cui ciascuno si sforza di arrivare a lui. Se a conoscerlo o a raggiungerlo vi attira un fiacco amore, ve ne punisce questo ripiano, in conseguenza di una giusta espiazione. C’è un altro bene che non rende felice l’uomo; non è la vera felicità, non è l’Essenza perfetta, origine e premio di ogni bene. L’amore che cede troppo a esso, è espiato nelle tre cornici di sopra a noi; ma come ragionando si dimostri essere distinto in tre modi, ometto di dirlo, affinché tu ne faccia ricerca da solo».

@ QUINCI COMPRENDER PUOI CH’ESSER CONVENE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Or accordiamo a tanto invito il piede

17^ canto del Purgatorio.

L’angelo della pace.

Nella terza cornice del Purgatorio. Dante narra: “Come il sonno s’interrompe quando di colpo una luce improvvisa colpisce gli occhi serrati, che interrotto si dilegua a poco a poco prima che svanisca tutto; così la mia visione si dissolse appena una luce mi colpì il volto, assai più lucente che quella a cui siamo abituati. Mi volgevo per vedere dove io fossi, quando una voce disse «Si sale qui», che distolse la mia attenzione da ogni altro oggetto d’interesse; e rese il mio desiderio tanto vivo di guardare chi era che parlava, che non si acquieta mai, se non viene a fronte della cosa desiderata. Ma come davanti al sole che abbaglia la vista umana e per l’eccesso di luce nasconde la sua forma, così veniva meno la mia facoltà visiva.

“«Questo è un angelo divino, che c’indirizza verso la via per salire senza che lo si preghi, e nasconde sé stesso con la sua luce. Così agisce con noi, come uno agisce con sé; perché chi aspetta di essere richiesto per donare mentre vede il bisogno altrui, già si appresta malvagiamente al rifiuto. Ora mettiamo il piede d’accordo con il suo invito; adoperiamoci di salire prima che si faccia sera, perché poi non si potrebbe, se non ritorna il giorno».

“Così disse il mio mentore, e io con lui ci dirigemmo verso una scala; e appena io fui sul primo gradino, mi sentii vicino quasi un movimento d’ali e farmi vento nel viso e dire: ‘Beati gli operatori di pace, che sono senza l’ira cattiva!’. Gli ultimi raggi di sole a cui segue la notte erano già tanto innalzati al di sopra di noi, che le stelle si mostravano da molte direzioni. ‘O forza vitale mia, perché svanisci così?’, dicevo dentro me stesso, perché mi sentivo sospesa la forza fisica delle gambe”.

@ OR ACCORDIAMO A TANTO INVITO IL PIEDE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

O imaginativa che ne rube

17^ canto del Purgatorio.

Le visioni estatiche di ira punita.

Nella terza cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Ricordati come, lettore, se mai ti raggiunse la nebbia in montagna attraverso la quale tu vedessi non diversamente da una talpa attraverso la pellicola che le ricopre gli occhi, quando i vapori umidi e densi iniziano a ridursi, la luce del sole penetra debolmente attraverso di essi; e la tua immaginazione sarà pronta a riuscire a vedere come io inizialmente vidi di nuovo il sole, che era già prossimo a coricarsi.

“Così, rendendo pari i miei coi passi fidati del mio maestro, uscii fuori di tale caligine ai raggi di sole già spenti sulla spiaggia. O fantasia che a volte ci sottrai così a ciò che è al di fuori di noi, che non ci si avvede della realtà per quanto intorno mille trombe emettano il loro suono, chi ti determina, se i sensi non ti offrono forme sensibili da fissare in te? Ti determina una luce che prende forma nel Paradiso, o per l’influsso delle sfere celesti o per la volontà divina che la dirige sulla Terra .

“Nella mia immaginazione apparve l’impronta della spietata crudeltà di colei che fu trasformata nell’uccello che si compiace di più a emettere suoni; e qui la mia mente fu cosi concentrata dentro di sé, che una cosa che le fosse posta in quel momento dai sensi esteriori non era percepita da essa. Poi dentro la profonda fantasia cadde uno crocifisso, sprezzante e altero per quello che appariva all’aspetto, e così moriva; intorno a lui c’era il nobile Assuero, la sua sposa Ester e l’innocente Mardocheo, che fu così integro nelle parole e nelle azioni.

“E appena questa rappresentazione svanì per propria virtù, similmente a una bolla a cui manca l’acqua sotto alla quale si formò, apparve nella mia visione una fanciulla piangendo tanto, e diceva: «O regina, perché hai voluto annullarti per un impeto d’ira? Ti sei uccisa per non perdere Lavinia; ora mi hai perduta! Sono proprio io che piango, madre, per la tua morte cruda piuttosto che per quella di altri»”.

@ O IMAGINATIVA CHE NE RUBE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

16^ canto del Purgatorio.

(Canto XVI, dove si tratta del sopradetto terzo girone e del purgare la detta colpa de l’ira; e qui Marco Lombardo solve uno dubbio a Dante.)

Buio d’inferno e di notte privata

d’ogne pianeto, sotto pover cielo,

quant’esser può di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio sì grosso velo

come quel fummo ch’ivi ci coperse,

né a sentir di così aspro pelo,

che l’occhio stare coperto non sofferse;

onde la scorta mia saputa e fida

mi s’accostò e l’omero m’offerse.

Sì come cieco va dietro a sua guida

per non smarrirsi e per non dar di cozzo

in cosa che ‘l molesti, o forse ancida,

m’andava io per l’aere amaro e sozzo,

ascoltando il mio duca che diceva

pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

Io sentia voci, e ciascuna pareva

pregar per pace e per misericordia

l’Agnel di Dio che le peccata leva.

Pur ‘Agnus Dei‘ eran le loro essordia;

una parola in tutte era e un modo,

sì che parea tra esse ogne concordia.

«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,

diss’io. Ed elli a me. «Tu vero apprendi,

e d’iracundia van solvendo il nodo».

«Or tu chi se’ che ‘l nostro fummo fendi,

e di noi parli pur come se tue

partissi ancor lo tempo per calendi?».

Così per una voce detto fue;

onde ‘l maestro mio disse: «Rispondi,

e domanda se quinci si va sùe».

E io: «O creatura che ti mondi

per tornar bella a colui che ti fece,

maraviglia udirai, se mi secondi».

«Io ti seguiterò quanto mi lece»,

rispuose; «e se veder fummo non lascia,

l’udir ci terrà giunti in quella vece».

Allora incominciai: «Con quella fascia

che la morte dissolve men vo suso,

e venni qui per l’infernale ambascia.

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,

tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte

per modo tutto fuor del moderno uso,

non mi celar chi fosti anzi la morte,

ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;

e tue parole fier le nostre scorte».

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;

del mondo seppi, e quel valore amai

al quale ha or ciascun disteso l’arco.

Per montar su dirittamente vai».

Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego

che per me prieghi quando sù sarai».

E io a lui: «Per fede mi ti lego

di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio

dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora è fatto doppio

ne la sentenza tua, che mi fa certo

qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.

Lo mondo è ben così tutto diserto

d’ogne virtute, come tu mi sone,

e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m’addite la cagione,

sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;

ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,

mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,

lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

Voi che vivete ogne cagion recate

pur suso al cielo, pur come se tutto

movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto

libero arbitrio, e non fora giustizia

per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;

non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,

lume v’è dato a bene e a malizia,

e libero voler; che, se fatica

ne le prime battaglie col ciel dura,

poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e miglior natura

liberi soggiacete; e quella cria

la mente in voi, che ‘l ciel non ha in sua cura.

Però, se ‘l mondo presente disvia,

in voi è la cagione, in voi si cheggia;

e io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia

prima che sia, a guisa di fanciulla

che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,

salvo che, mossa da lieto fattore,

volontier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;

quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,

se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre;

convenne rege aver, che discernesse

de la vera città almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Nullo, però che ‘l pastor che procede,

rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede

pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,

di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Ben puoi veder che la mala condotta

è la cagion che ‘l mondo ha fatto reo,

e non natura che ‘n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo,

due soli aver, che l’una e l’altra strada

facean vedere, e del mondo e di Deo.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada

col pasturale, e l’un con l’altro insieme

per viva forza mal convien che vada;

però che, giunti, l’un l’altro non teme:

se non mi credi, pon mente a la spiga,

ch’ogn’erba si conosce per lo seme.

In sul paese ch’Adice e Po riga,

solea valore e cortesia trovarsi,

prima che Federigo desse briga;

or può sicuramente indi passarsi

per qualunque lasciasse, per vergogna,

di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

Ben v’èn tre vecchi in cui rampogna

l’antica età la nova, e par lor tardo

che Dio a miglior vita li ripogna:

Currado da Palazzo e ‘l buon Gherardo

e Guido da Castel, che mei si noma,

francescamente, il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,

per confondere in sé due reggimenti,

cade nel fango, e sé brutta e la soma».

«O Marco mio», diss’io, «bene argomenti;

e or discerno perché dal retaggio

li figli di Levì furono essenti.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio

di’ ch’è rimaso de la gente spenta,

in rimprovèro del secol selvaggio?».

«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,

rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,

par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco,

s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.

Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

Vedi l’albor che per lo fummo raia

già biancheggiare, e me convien partirmi

(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».

Così tornò, e più non volle udirmi.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Lo cielo i vostri movimenti inizia

16^ canto del Purgatorio.

Il libero arbitrio secondo Marco Lombardo.

Nella terza cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Marco Lombardo: «Fratello, l’umanità è oscura moralmente, e tu provieni proprio da essa. Voi che siete vivi attribuite ogni causa soltanto all’influsso dei cieli, proprio come se con il loro movimento producessero in modo necessario la totalità dell’esistente. Se così fosse, in voi sarebbe annientato il libero arbitrio, e non vi sarebbe giustizia divina avere il premio per il bene compiuto, e il castigo per il male commesso.

«L’influsso dei cieli dà inizio ai vostri moti spirituali: non dico tutti, ma ammesso che lo dica, vi è concessa la possibilità di discernere il bene dal male, e una libera volontà; che, se sopporta la fatica nelle prime lotte contro l’influsso dei cieli, poi vince tutto, se è nutrita in modo conveniente. Voi siete sottoposti pur liberi a una forza più potente e a una natura più perfetta; e quella crea in voi l’anima razionale, di cui l’influsso dei cieli non si cura.

«Perciò, se gli uomini attuali sviano, la causa è in voi, si cerchi in voi; e io adesso te ne sarò un dimostratore verace. L’anima inesperta che nulla conosce, esce dalle mani di Colui che la contempla nell’intimità della propria mente prima che sia creata, similmente a una fanciulla che piangendo e ridendo segue come un bambino l’istinto e non la ragione, eccetto che, nata dal Creatore lieto per propria natura, si volge di buon grado a ciò che la diletta.

«Inizialmente è attratta da un piccolo bene e lo gusta; in ciò è tratta in errore, e corre dietro a esso, a meno che una guida o un freno non distolga il suo amore. Per cui fu confacente imporre una legge come freno; fu confacente avere un re, che vedesse se non altro la parte più alta della città di Dio. Le leggi ci sono, ma chi le applica? Nessuno, poiché il pontefice che serve da guida, può meditare e intendere la Sacra Scrittura, ma non ha il discernimento del bene e del male; per cui le persone, che vedono la loro guida tendere soltanto a quei beni di cui è bramosa, si appagano di quelli, e assai più non desiderano».

@ LO CIELO I VOSTRI MOVIMENTI INIZIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Del mondo seppi, e quel valore amai

16^ canto del Purgatorio.

Marco Lombardo.

Nella terza cornice del Purgatorio. Marco Lombardo a Dante: «Fui della Lombardia, e fui chiamato Marco; conobbi le usanze e le umane indoli, e desiderai quell’eccellenza morale verso la quale ora ciascuno ha allentato l’arco. Per salire procedi esattamente».

Marco Lombardo, posto dal poeta in questa cornice tra gli iracondi, fu un personaggio di cui non si sa nulla se non che figura come protagonista del XLVI racconto del Novellino, in cui viene rappresentato come “savissimo uom di corte” e “povero e disdegnoso di chiedere ad altri”, e dove si cita una sua pungente risposta a tale Paolino, il quale gli rimproverava la povertà), nonché citato come “savio e valente uomo” dal Villani nella sua Cronica (VII 121), avendolo trovato a Pisa presso la corte del conte Ugolino, a cui, appena questi volle sapere che cosa ne pensasse della sua corte, avrebbe risposto: «Non vi falla altro che l’ira di Dio». Insomma, queste due fonti letterarie ci dicono che Marco fu un cortigiano dotato di moralità e di notevole intelligenza, ma non sono utili a identificare la sua origine.

Quanto a questa, soltanto a cavallo tra l’800 e il ‘900 la critica dantesca giunse alla conclusione che l’appellativo di “Lombardo”, di cui al verso 46 del 16^ canto (Lombardo fui), si riferiva alla sua origine, mentre in passato, a partire dai primi commentatori della Commedia (il Lana su tutti), si era ritenuto che tale appellativo fosse riferito al suo cognome. Chiosa la Chiavacci Leonardi: “Per essere la sua condizione in vita, e forse in qualche modo il suo carattere morale, ben simile a quella di Dante, il poeta lo introduce qui quasi come un altro se stesso a trattare di alcuni dei più importanti temi della sua meditazione: il libero arbitrio, la causa della corruzione del mondo, il rapporto tra Chiesa e Impero. Egli è quasi solo una voce (è infatti nascosto alla vista dal fumo); tuttavia il suo carattere prende un rilievo personale all’inizio e alla fine del colloquio, quasi a cornice alla parte centrale, dedicata all’enunciazione dei grandi argomenti”.

@ DEL MONDO SEPPI, E QUEL VALORE AMAI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe