Tanto ch’io possa intender che tu canti

28^ canto del Purgatorio.

Matelda.

Nel Paradiso terrestre. Dante a Matelda: «Deh, bella donna, che ardi d’amore per Dio, se devo prestare fede al viso che è solito essere testimonianza del cuore, non ti dispiaccia di farti avanti verso questo fiume, tanto che io possa distinguere le parole che tu canti. Tu mi fai ricordare dove e com’era Proserpina nel momento in cui lei perdette la madre, e i fiori che ella coglieva».

Matelda è il nome dato dal poeta alla donna incontrata nel Paradiso terrestre, che va e cantando e scegliendo fior da fiore sulla sponda del Lete di fronte a quella dove si trova lui. Figura chiaramente allegorica, da subito ha scatenato dubbi e contese tra gli studiosi nel corso dei secoli, sia per quanto attiene il valore simbolico da attribuire alla stessa sia riguardo alla persona da inserire in un determinato momento storico.

Anzitutto, che cosa rappresenti non è semplice definirlo. Forse la felicità sulla Terra conferita all’uomo al momento della sua creazione nel Paradiso terrestre. Concetto non di certo sconosciuto a Dante. Infatti, egli ne parla nella Monarchia. Quanto alla storicità del personaggio, le ipotesi iniziali (vedi il Lano e Pietro Alighieri su tutti) s’indirizzarono verso la contessa Matilde di Canossa (1046-1115), strenua fautrice della Chiesa durante la cd. ‘lotta delle investiture’, per deviare successivamente sulla monaca benedettina Matilde di Hachenborn, autrice di libelli spirituali, e su Matilde di Magdeburgo, anch’essa autrice di opere a carattere religioso. Dai moderni, invece, si è sempre ritenuto che Matelda fosse una delle fanciulle citate nella Vita Nuova: o “la donna gentile”, o una di quelle facenti parte del seguito di Beatrice.

Tuttavia, secondo i più recenti indirizzi della dottrina, nessuna di queste identificazioni risulta soddisfacente. Pertanto, sarebbe più conveniente concentrarsi sulla figura di questo personaggio pervaso di una grazia poetica impareggiabile, in cui, secondo Benedetto Croce, “il fascino della gioventù, della bellezza, dell’amore e del riso si esalta in ogni immagine”, più che dirigere gli sforzi verso la sua identificazione.

@ TANTO CH’IO POSSA INTENDER CHE TU CANTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970