Non aspettar mio dir più né mio cenno

27^ canto del Purgatorio.

Le ultime parole di Virgilio.

Sul limitare del Paradiso terrestre. Il poeta sente dire da Virgilio: «Hai visto le pene transitorie e le eterne, figlio; e sei giunto in un lungo in cui io con le mie sole forze non posso distinguere più avanti. Ti ho condotto qui con l’inventiva e con gli accorgimenti; d’ora innanzi assumi il tuo piacere come guida; sei fuori delle ripide vie, sei fuori delle vie strette.

«Vedi il sole che ti risplende sulla faccia; vedi le erbe tenere e fresche, i fiori e gli alberelli che il terreno genera qui solo spontaneamente. Finché verrà lieta Beatrice che, piangente, mi ingiunse di venire a te, puoi sederti e puoi passeggiare tra essi. Non attendere più le mie parole né i miei consigli; il tuo arbitrio è libero, retto e integro, e sarebbe una colpa non fare a suo piacere; per cui io t’incorono re e pontefice di te stesso».

Secondo il Sapegno, “…nelle parole di Virgilio (e sono le ultime che lo scrittore gli fa pronunciare), la nota malinconica e patetica del congedo è appena accennata, con virile pudicizia. L’accento batte sull’importanza dello sforzo compiuto e sulla grandezza dell’acquisto che ne consegue: il raggiungimento della felicità, invano bramata dagli uomini in terra, la conquista della libertà morale, la promessa di una più alta rivelazione”.

Dunque nel detto di Virgilio si rivela pienamente il suo ultimo momento. Nel punto in cui è giunto Dante, egli non può fare più nulla. La sua funzione, entrata in gioco nel 1^ canto dell’Inferno dopo l’apparizione al poeta delle tre fiere, è terminata. “Il maestro incorona il discepolo come signore di se stesso, affrancato dalla sua custodia, ma non può seguirlo oltre quella franchigia”, scrive al riguardo la Chiavacci Leonardi, per proseguire così: “Il profondo e doloroso tema virgiliano che dominò nei canti di Stazio…torna con tutta la sua forza in questa chiusa, dove la ridente bellezza appena intravista del giardino (l’erbette, i fiori e li arbuscelli) non vale a far dimenticare a Dante – cioè al suo verso – l’angoscia di quel disio sanza speme, di quella vista non appagata; egli è arrivato là, dice infatti Virgilio, dov’io per me più oltre non discerno”.

@ NON ASPETTAR MIO DIR PIÙ NÉ MIO CENNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

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