26^ canto del Purgatorio.
Arnaldo Daniello.
Nella settima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Arnaldo Daniello: «Tanto mi è gradita la vostra cortese domanda, che io non mi posso né voglio nascondere a voi. Io sono Arnaldo, che espio i miei peccati e vado cantando; pensoso vedo la passata follia, e vedo gioioso il gaudio che spero, davanti a me. Ora vi prego, in nome di quella grazia divina che vi guida alla sommità della scala, vi sovvenga a tempo del mio dolore!».
Arnaldo Daniello (Arnaut Daniel), posto da Dante in questa cornice tra i lussuriosi, fu un poeta e trovatore provenzale. Nacque verso il 1150 in Dordogna e fu attivo nella sua produzione artistica nel trentennio che va dal 1180 al 1210, quando presumibilmente morì. Legato da una profonda amicizia con un altro importante trovatore dell’epoca, Bertram dal Bornio (Bertran de Born), anch’egli assurto alla gloria eterna nel 28^ canto dell’Inferno, forse fu il più grande maestro del “trobar clus”, una tipologia di ardua e complessa poetica, basata su una tecnica abilmente elaborata per non dire oscura, che contraddistinse anche altri trovatori.
Di lui si sono rintracciate 18 tra canzoni e poesie. Menzionato, oltre che nel 26^ canto del Purgatorio, anche nel De Vulgari Eloquentia, nonché prendendolo a modello nelle Rime petrose, il poeta ne imita la sestina lirica di Lo ferm voler qu’el cor m’intra. A tal proposito, la Chiavacci Leonardi chiosa: “Quella tappa della sua storia poetica, così importante per il linguaggio della Commedia, è qui riconosciuta altamente da Dante, non meno dell’altra rappresentata dalle dolci rime del Guinizzelli.
“Il suo stretto rapporto e il suo debito verso il provenzale sono stabiliti esplicitamente da questo passo del Purgatorio, non solo perché in esso Arnaut è fatto maggiore (miglior fabbro del parlar materno, ndr), dal punto di vista tecnico, di tutti i poeti volgari, ma anche per l’eccezionale omaggio resogli della lunga parlata nella sua lingua, nella quale, come vedremo, Dante fa trasparire la sua stessa voce”.
A questo punto, non ci resta che riportarla, questa “lunga parlata nella sua lingua”, parafrasata in apertura nel linguaggio odierno:
«Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!».
@ IEU SUI ARNAUT, QUE PLOR E VAU CANTAN
Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970
Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe