Sì tra le frasche non so chi diceva

24^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di golosità punita.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Quale il cavaliere talora galoppa fuori da un drappello che faccia una scorreria in campo nemico, e va per procurarsi la degna fama del primo scontro, tale si allontanò da noi tre con passi più lunghi; e io rimasi in cammino solo con i due che furono maestri di vita così insigni dell’umanità. E quando si fu allontanato da noi, tanto che i miei occhi gli tennero dietro, come l’intelletto a ciò che le sue parole significavano, mi apparvero i rami carichi di frutti e pieni di vita e di vigore di un altro albero, e non molto lontani per il fatto che soltanto in quel momento mi ero volto verso là.

“Vidi spiriti sotto di esso sollevare le mani e gridare non so che cosa verso le foglie, come bimbi avidi e sprovveduti che pregano, e la persona pregata non esaudisce la preghiera, ma, per far essere più intenso proprio il loro desiderio, tiene in alto l’oggetto desiderato e non lo nasconde. Poi si allontanarono come se fossero disingannati; e noi giungemmo rapidamente al grande albero, che non esaudisce tante preghiere e lacrime.

“«Passate oltre senza avvicinarvi: in cima al monte c’è l’albero il cui frutto fu addentato da Eva, e questa pianta derivò da esso». Così tra il fogliame diceva non so chi; per cui Virgilio e Stazio e io, avvicinati, proseguivamo dalla parte del monte che s’innalza. Diceva: «Vi sovvenga dei maledetti generati da una nuvola, che, ebbri, combatterono contro Teseo con la loro duplice natura; e degli Ebrei che si dimostrarono lascivi nel modo in cui si misero a bere, per cui Gedeone non li accettò come compagni, quando discese i colli verso l’esercito di Madian».

“Così passammo avvicinati a uno dei due margini della cornice, sentendo ricordare esempi del peccato di gola seguiti già da miseri danni e castighi. Poi, discostati dal monte e tra noi procedendo lungo il pavimento deserto del ripiano, ci fecero arrivare avanti ben mille e più passi, ciascuno meditando in silenzio. «Che cosa andate pensando così voi tre soli?», disse una voce improvvisa; per cui io sussultai come fanno le bestie impaurite mentre riposano tranquille.

@ SÌ TRA LE FRASCHE NON SO CHI DICEVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Io veggio ben come le vostre penne

24^ canto del Purgatorio.

Il Dolce Stil Novo.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Bonagiunta Orbicciani a Dante: «O fratello, adesso io intendo l’impedimento che il Notaio e Guittone e me tenne relegati al di qua del dolce modo di fare poesia non ancora tentato in arte che sento enunciare! Io intendo veramente come le vostre penne seguono strettamente le parole del dettatore che le ispira, e ciò con le nostre certo non accadde; e chi si pone a procedere nella questione, non vede altra differenza tra l’uno e l’altro stile».

Dunque parliamo del Dolce Stil Novo, solo una pennellata sulla tela, per carità, giusto per informare più che per istruire. Queste tre parole (diventate poi il manifesto di un nuovo movimento poetico, e parafrasate per comodità del lettore in ‘dolce modo di fare poesia’, con le quali il poeta, attraverso Bonagiunta Orbicciani, indica la sua nuova poesia e quella dei suoi amici) sono entrate nella storia della letteratura come il paradigma del movimento letterario toscano che rinnovò la lirica d’amore italiana sul finire del ‘200, fino allora più o meno ispirata a schemi poetici derivati da quelli occitanici.

Chiosa la Chiavacci Leonardi a tal proposito: “Il significato dei due aggettivi definitori si chiarisce alla luce di altri luoghi danteschi (soprattutto Vulg. El. I, X, 3-4 e Purg. XXVI 97-9 e 112-4) e di questo stesso contesto: dolce è riferito all’aspetto formale e indica la fusione melodica del dettato (Contini, PD II, pag. 444) a confronto con la durezza e l’asprezza dei predecessori, soprattutto guittoniani…”

L’aggettivo dolce (li dolci detti vostri di cui al verso 112 del 26^ canto) tornerà, peraltro, sempre a proposito di Dante e dei poeti suoi amici, quando incontrerà nell’ultima cornice il loro ispiratore Guido Guinizzelli, incontro che chiarirà ancor meglio il significato dello stesso. A proposito di novo, invece, sempre la studiosa citata precisa che questo è riferito “alla sostanza stessa di quelle rime, che consiste, come Dante ha detto prima e come dirà ora Bonagiunta, nel seguire fedelmente l’interna dettatura di Amore…”

@ IO VEGGIO BEN COME LE VOSTRE PENNE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

E te e me col tuo parlare appaga

24^ canto del Purgatorio.

Bonagiunta Orbicciani.

Nella sesta cornice del Purgatorio. «O anima che sembri così desiderosa di conversare con me, fa’ in modo che io ti comprenda, e soddisfa te e me con le tue parole».

Bonagiunta Orbicciani, posto da Dante in questa cornice tra i golosi, fu un rimatore lucchese del XIII^ secolo. Di professione notaio (in quell’epoca a Lucca notai di quel nome ve n’erano almeno nove, e di qui la difficoltà per gli studiosi per trovare le notizie che lo riguardassero), visse tra la prima e la seconda metà del secolo, comunque fino al 1296.

Fu il primo a introdurre in Toscana la poesia d’amore nata e sviluppatasi in Sicilia alla corte di Federico II (secondo il Contini, ne fu ‘l’autentico trapiantatore’), in un modo più coerentemente fedele rispetto al modello di Guittone d’Arezzo, entrambi, peraltro, i principali autori che precedono nella regione la nascita dello Stil Novo (Chiavacci Leonardi).

A parte le ‘tenzoni’ (famosa quella con Guido Guinizzelli, con il sonetto Voi ch’avete mutata la mainera, con il quale rimproverava al poeta bolognese di aver mutato lo stile delle liriche d’amore con l’introduzione di un eccessivo intellettualismo e filosofeggiare, rendendo la parola poetica quasi inintelligibile – e qui Guinizzelli risponderà con il sonetto Omo ch’è saggio non corre leggero), Bonagiunta fu autore di undici canzoni, cinque ballate, due discordi e diciotto sonetti (compreso uno di dubbia attribuzione), opere raccolte in un canzoniere edito dal Parducci.

Nella sua opera sono molto frequenti le tematiche moraleggianti, come la natura dell’onore e del piacere, la fragilità del potere, la condanna di chi si vanta e di coloro che amministrano male la giustizia, la necessità di resistere agli avversi colpi della fortuna e l’elogio della perseveranza. Ma la la maggior parte delle sue composizioni tratta dell’amore; e per di più le sue riflessioni in tema di morale abbondano proprio in aggiunta delle vicende amorose svolte.

@ E TE E ME COL TUO PARLARE APPAGA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe