Tanto è a Dio più cara e più diletta

23^ canto del Purgatorio.

La ‘Nella mia’.

Nella sesta cornice del Purgatorio. Dante sente dire da Forese Donati: «Così presto mi ha portato a bere il dolce assenzio dei tormenti la Nella mia con il suo pianto dirotto. Con le sue preghiere devote e con i sospiri mi ha portato via dal pendio in cui si attende, e mi ha tolto dalle pene delle cornici precedenti. È tanto più amata e più cara a Dio la vedovella mia, che amai molto, quanto più è tutta sola a operare in maniera retta; perché la Barbagia della Sardegna è assai più casta nelle sue donne che la Barbagia in cui io la lasciai».

Di tale Nella, moglie di Forese Donati, niente sappiamo se non che è presa di mira dal poeta (la mal fatata) nel sonetto iniziale della Tenzone tra i due amici, come donna trascurata dal marito. Tuttavia, come sostenuto da alcuni commentatori moderni (vedi il Bosco), Nella, più che una realtà biografica storicamente plausibile, è un luogo comune tout court (si veda l’argomento della ‘malmaritata’ così presente nella poesia italiana dell’epoca, segnatamente in quella comico-realistica).

Comunque l’offesa, se vogliamo chiamarla così, c’è, eccome! Ma in Purgatorio, nel ricordo che Dante ne fa (la vedovella mia) per bocca di Forese, quale donna devota e soprattutto onesta tra le le sfrontate donne fiorentine, è come se egli volesse fare ammenda di quella definizione. A tal proposito, s’invita il gentile lettore a leggere o a rileggere la Tenzone riportata nelle Rime, secondo il testo curato da Michele Barbi, per l’ed. della Società Dantesca Italiana, 1921, scandita come segue: Dante a Forese, Chi udisse tossir la mal fatata; Forese a Dante, L’altra notte mi venne una gran tosse; Dante a Forese, Ben ti faranno il nodo Salamone; Forese a Dante, Va, rivesti San Gal prima che dichi; Dante a Forese, Bicci novel, figliuol di non so cui; Forese a Dante, Ben so che fosti figliuol d’Alaghieri.

@ TANTO È A DIO PIÙ CARA E PIÙ DILETTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

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