Io fui abate in San Zeno a Verona

18^ canto del Purgatorio.

L’abate di San Zeno.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire dall’abate di San Zeno: «Io fui abate di San Zeno a Verona al tempo del valoroso Barbarossa, di cui ancora Milano ne parla con dolore. E un tale ha già un piede all’interno della fossa, che presto pagherà il fio per l’offesa fatta a quel monastero, e si dorrà di avere avuto potere su di esso; perché ha posto suo figlio, non integro nel corpo, e peggio nell’anima, e che fu bastardo, in sostituzione del suo abate legittimo».

L’abate di San Zeno, collocato da Dante in questa cornice tra gli accidiosi, visse sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa, come dice egli stesso al poeta quando gli si presenta. Da alcune ricerche storiche pubblicate a suo tempo relativamente alle chiese di Verona, è risultato che un tale Gherardo II fu abate del monastero di San Zeno, dove morì nel 1187. Questi resse le sorti dello stesso per oltre venticinque anni, e sembra che il Barbarossa, di passaggio a Verona, gli avesse conferito la giurisdizione di vari villaggi delle zone circostanti, nonché altri privilegi.

Altro non si sa. “Forse Dante raccolse a Verona una tradizione su questo abate accidioso di più di un secolo prima, ma la cosa non è probabile, né necessaria”, chiosa la Chiavacci Leonardi. Che così prosegue: “Nulla ne sanno i suoi commentatori (addirittura per i primi di essi, vedi Benvenuto da Imola e il Vellutello, questo abate di San Zeno si chiamava Alberto e fu ‘uomo di santa vita’, N.d.R.).

Questo personaggio dantesco, sia stato esso Gherardo II o Alberto o addirittura Giovanni (per l’Anonimo), rappresenta dunque il vizio ritenuto tra i più caratteristici dei monasteri, e il poeta ne parla per accusare il suo successore, del quale si vuole denunciare l’abuso e la vergogna legata ad esso . L’allusione nel testo di cui sopra, infatti, è riferita ad Alberto della Scala, signore di Verona, padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande, morto nel settembre 1301. Questi impose come abate di San Zeno il figlio naturale Giuseppe, “sciancato nel corpo e, al dire di Dante e dei suoi commentatori, corrotto nell’animo”, sempre per la Chiavacci Leonardi. Che conclude: “Questo severo giudizio contro il padre dei due ospiti veronesi celebrati in Par. XVII (vv. 70-93) ha dato da pensare”.

@ IO FUI ABATE IN SAN ZENO A VERONA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

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