Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore

14^ canto del Purgatorio.

Rinieri de’ Calboli.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Guido del Duca: «Questi è Rinieri; questi è colui che dà merito e gloria alla casata de’ Calboli, in cui nessuno è diventato poi erede della sua eccellenza morale».

Rinieri de’ Calboli, collocato da Dante in questa cornice tra gli invidiosi, appartenne alla famiglia de’ Calboli, la più potente tra quelle guelfe di Forlì, il cui nome derivava dal castello omonimo situato presso Rocca San Casciano, nell’alta valle del Montone. Nato intorno al secondo decennio del XIII^ secolo, fu eletto podestà di Faenza nel 1250. Negli anni successivi, ricoprì questa carica a Parma due anni dopo, a Cesena nel 1255 e a Ravenna dieci anni dopo.

Avvalendosi dell’amicizia di Lizio di Valbona e dell’alleanza dei Guelfi fiorentini e bolognesi, contese nel 1277 a Guido da Montefeltro il predominio su Forlì, ma l’operazione fallì miseramente. E l’anno dopo i de’ Calboli si videro distruggere il loro castello avito proprio da Guido da Montefeltro. Nel 1279, dopo l’integrazione della Romagna nello stato della Chiesa, Rinieri guadagnò nuovo prestigio tra i Guelfi romagnoli, tranne a Forlì che era in mano ai Ghibellini, dove poté rientrare soltanto nel 1284.

Alleato dei Guelfi Guido da Polenta, Malatesta da Verucchio e Alberigo Manfredi, assunse gradualmente posizioni di aperta dissidenza nei confronti delle autorità pontificie. Nel 1292 rivestì di nuovo la carica di podestà a Faenza. Da qui in avanti assunse posizioni d’inimicizia verso il reggente pontificio, al quale sottrasse provvisoriamente, con una magistrale incursione, il potere di Forlì, dove però non riuscì mai a dimorarvi assiduamente, a causa dei suoi contrasti dapprima con le famiglie degli Orgogliosi e degli Ordelaffi, poi di nuovo con Guido da Montefeltro. E nell’estate del 1296, entrato con la sua famiglia a Forlì con un colpo di mano, dopo un breve successo iniziale, fu ucciso dai seguaci di Scarpetta degli Ordelaffi.

@ QUESTI È RINIER; QUESTI È ‘L PREGIO E L’ONORE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Però sappi ch’io fui Guido del Duca

14^ canto del Purgatorio.

Guido del Duca.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Guido del Duca a Dante: «Tu vuoi che io mi lasci indurre nel rendere a te ciò che tu non vuoi rendere a me. Ma dal momento che Dio vuole che si diffonda tanto la sua grazia su di te traendone bagliori, non sarò avaro di cortesia con te; perciò sappi che io fui Guido del Duca».

Guido del Duca, posto dal poeta in questa cornice tra gli invidiosi, fu un gentiluomo romagnolo appartenente alla famiglia ravennate degli Onesti. Esponente di spicco della parte ghibellina della sua città, parente delle famiglie gentilizie dei Traversari e dei Mainardi, esercitò la funzione giudicante in diversi comuni della Romagna, e risiedette parecchio tempo a Bertinoro (ricordato da Dante nel prosieguo del canto), rinomato a causa della liberalità dei suoi signori – e forse per questo motivo, sempre nel prosieguo del canto, questo personaggio si chiederà: ”O Bertinoro, perché non ti dilegui, dal momento che la tua stirpe se n’è andata e così molte famiglie gentilizie per non essere malvagie?”.

La Chiavacci Leonardi chiosa a proposito dell’invidia e su altro: “Della sua invidia nulla si sa, se non quello che ce ne dice Dante. Ma molto probabilmente il personaggio è posto in questo cerchio per esigenze compositive; col suo compagno Rinieri, l’uno ghibellino e l’altro guelfo, egli rappresenta la nobiltà romagnola, di cui è descritto il degenerare dell’antica cortesia, a fianco del triste quadro delle corrotte città toscane (n.d.r. Guido, poco prima, si era dilungato a parlare della situazione politica di tutte le città della Toscana interessate in qualche modo dal percorso dell’Arno)”.

@ PERÒ SAPPI CH’IO FUI GUIDO DEL DUCA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

Così due spirti, l’uno e l’altro chini

14^ canto del Purgatorio.

I due spiriti di Romagna.

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “«Chi è costui che percorre il nostro monte in cerchio e sale prima che la morte abbia concesso il volo alla sua anima, e apre e chiude gli occhi a sua volontà?».

“«Non so chi sia, ma so che egli non è solo; domandaglielo tu che gli sei più vicino, e ricevilo gentilmente, sicché parli».

“Così due spiriti, l’uno chino verso l’altro, parlavano di me lì a destra; poi, per parlarmi, volsero all’insù i volti; e uno di essi disse: «O anima chete ne vai verso il Paradiso ancora confitta nel corpo, confortaci in nome della carità e dicci da dove vieni e chi sei; perché tu ci fai tanto meravigliare per la grazia divina che ti è concessa, quanto esige un fatto che non avvenne mai prima d’ora».

“E io: «Nel centro della Toscana distende il suo corso un fiumicelloche si forma nel Falterona, e non gli bastano cento miglia di percorso. Io porto questa veste corporale da un luogo posto su di esso: dirvi chi sia, sarebbe parlare inutilmente, perché la mia nomea per ora non è molto diffusa».

“«Se afferro esattamente con l’intelletto ciò che intendi significare con le tue parole», mi rispose a quel punto colui che parlava prima», «tu tratti dell’Arno».

“E l’altro gli chiese: «Perché questi non palesò il nome proprio di quel fiume, proprio come si fa con le orribili cose?».

“E l’ombra a cui di questo era stata posta la domanda, pagò così il debito della sua risposta: «Non so; ma è una cosa molto giusta che perisca il nome della valle di tale fiume; perché dalla sua sorgente, in cui la catena montuosa da cui il capo Peloro si è staccato violentemente è così grossa e massiccia, che in pochi punti supera quell’ampiezza, fin là dove si restituisce come compenso ciò che il sole prosciuga dal mare, per cui i fiumi hanno ciò che costituisce il loro corso, così la virtù morale è sfuggita da tutti a mo’ di avversaria come un serpente, o a causa della sorte infelice di questo luogo, o dell’abitudine al vizio che li stimola: per cui gli abitanti della misera valle hanno mutato così la loro natura, che appare che Circe li avesse nutriti con cibi degni di loro»”.

@ COSÌ DUE SPIRTI, L’UNO E L’ALTRO CHINI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970