12^ canto del Purgatorio.
Gli esempi di superbia punita.
Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Come, affinché di loro resti viva la fama, sopra i sepolti le tombe a terra portano scolpito quello che essi erano in vita, per cui lì molte volte si piange di nuovo a causa del pungolo del ricordo, che sprona solo i pietosi; così io vidi lì coperto di sculture, ma di aspetto più bello secondo la tecnica artistica, quanto a formare via sporge all’infuori del monte.
“Vedevo da un lato colui che fu creato eccellente più che ogni altra creatura, precipitare dalla volta celeste con la violenza di un fulmine. Vedevo dall’altra parte Briareo trafitto dalla saetta divina cadere morto, che preme sulla terra col suo peso smisurato per il gelo della morte. Vedevo Timbreo, vedevo Pallade e Marte, ancora forniti di armi, intorno al padre loro, contemplare i corpi dei giganti prostrati a terra. Vedevo Nimrod quasi smarrito alla base della grande opera, e in atto di guardare le persone che nella pianura di Sennaar con lui furono mosse dalla superbia.
“O Niobe, con quali occhi afflitti io ti vedevo incisa sul pavimento del ripiano, tra le tue sette figlie e i tuoi sette figli uccisi! O Saul, come lì apparivi morto trafitto dalla tua spada nel Gelboe, che poi non risentì più gli effetti della pioggia né della rugiada! O audace Aracne, proprio io ti vedevo già diventata ragno per metà, sventurata sui resti della tela che con tuo danno fu confezionata da te. O Roboamo, certo la tua immagine effigiata lì sembra che non minacci; ma spaventato lo porta via un carro, senza che alcuno lo insegua.
“Rappresentava anche il pavimento di marmo come Almeone fece sembrare a sua madre pagata a caro prezzo la collana apportatrice di sventura. Rappresentava come i figli si lanciarono contro Sennacherib all’interno del tempio, e come, lui morto, lo lasciarono lì. Rappresentava l’orribile strage che compì Tamiri, quando disse a Ciro: «Fosti assetato di sangue, e io ti sazio di sangue». Rappresentava come gli Assiri in una fuga disordinata si allontanarono in fretta, dopo che Oloferne fu ucciso, e pure i resti dell’uccisione.
“Vedevo Troia con le macerie e con le cavità aperte; o Ilio, come rappresentava te nell’avvilimento della devastazione l’immagine effigiata che si vede lì! Chi fu il maestro di pittura o di disegno che rappresentasse le figure e i lineamenti che lì farebbero meravigliare un artista acuto e abile? I morti e i vivi di pietra apparivano veri morti e veri vivi: chi vide quelle scene dal vero non vide meglio di me tutto quello che io calpestai coi piedi, finché camminai chinato”.
@ NON VIDE MEI DI ME CHI VIDE IL VERO
Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970