Io fui latino e nato d’un gran Tosco

11^ canto del Purgatorio.

Umberto Aldobrandeschi.

Nella prima cornice del Purgatorio. Umberto Aldobrandeschi a Dante: «Io fui italiano e disceso da un Toscano di nobile casata: mio padre fu Guglielmo Aldobrandeschi; non so se il nome suo fu mai a voi noto. L’antica stirpe e le opere magnanime dei miei antenati mi resero così superbo, che, non considerando che tutti gli uomini hanno una comune origine, disprezzai ognuno tanto oltre, che io ne morii, come sanno i Senesi, e ogni fanciullo sa a Campagnatico. Io sono Umberto; e la superbia non danneggia soltanto me, perché essa ha condotto con sé nella rovina tutti i miei congiunti. E qui è inevitabile che io a causa sua trasporti sulle spalle questo peso, tanto tempo finché sia soddisfatto il mio debito verso Dio qui tra i morti, dal momento che io non lo feci tra i vivi».

Umberto Aldobrandeschi, collocato dal poeta in questa cornice tra i superbi, fu figlio di Guglielmo, conte di Sovana e Pitigliano, potente signore della Maremma. Egli si trovò costretto a proseguire la politica del padre contro Siena, che gli creava non pochi problemi, chiedendo più volte l’appoggio dei Fiorentini. Nella seconda metà del 1255, riuscì a ottenere l’alleanza del cugino Ildebrandino di Santafiora, in quanto risentito dalle mire dei Senesi per Grosseto e per il castello di Sassoforte. Il perdurare dell’inimicizia contro Siena si accentuò con la cattura di ambasciatori della città da parte sua, nonché con la promessa fatta, nel gennaio 1257, al cugino di liberarli, senza poi mantenerla.

Sulla sua morte, avvenuta nel 1259, si ha più di una versione. Secondo il cronista senese del XVI^ secolo Angelo Dei, fu soffocato nel suo letto da sicari prezzolati: “Ed in quest’anno fu morto il conte Umberto di Santafiore in Compagnatico, e fu affogato in sul letto… e fello affogare il Comune di Siena per denari”, mentre per una cronaca senese, anonima, egli morì in battaglia, combattendo in difesa del suo castello a Compagnatico: “El fu el campo della nostra città tanto forte, che per bataglia vi entraro dentro e uciseno lo conte Uberto, perché mai non si volse arendere per sospetto di non essare menato a Siena. E inanzi che lui morisse amazzò di molta gente, imperocché lui s’armò, lui e ‘l cavallo, e corriva per la piazza di Compagnatico com’ un drago… e fugli tanta gente adosso, che non poté scampare e fu ferito con una mazza di ferro in su la testa, e manaresi e falconi gli furono adosso per tal modo, che gli fecero lassare questo mondo”.

@ IO FUI LATINO E NATO D’UN GRAN TOSCO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

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