Quiv’era l’Aretin che da le braccia

6^ canto del Purgatorio.

Gli altri negligenti “morti per forza”.

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta narra: “Tale ero io tra quella moltitudine numerosa, volgendo loro la faccia, sia qua sia là, e mi liberavo da essa impegnandomi a pregare a loro favore. Lì c’era l’Aretino chefu ucciso dalle braccia feroci di Ghino di Tacco, e l’altro che morì affogato inseguendo i nemici. Lì pregavacon le mani protese Federico Novello, e quello di Pisa che fece sembrare forte il valente Marzucco.

“Vidi il conte Orso e l’anima separata dal suo corpo per rancore e per invidia, come lei diceva, non per mancanza perpetrata; parlo di Pier dalla Broccia; e a questo proposito si penta, finché è viva, la donna di Brabante, sicché per questo peccato commesso non sia di una schiera peggiore”.

Benincasa da Laterina, Ghino di Tacco, Guccio de’ Tarlati, Federico Novello, Gano degli Scornigiani (quel da Pisa, per Dante), Orso degli Alberti, Pier de la Brosse, collocati da Dante nell’Antipurgatorio, sono gli altri negligenti “morti per forza”, che egli e Virgilio incontrano nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, dopo Iacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei. Ma andiamo con ordine.

Benincasa da Laterina fu un noto giurista del XIII^ secolo. Avendo, come assessore del podestà di Siena, condannato a morte due familiari di Ghino di Tacco, perché insieme a lui avevano sottratto al comune di Siena un castello in Maremma, “e quive stavano e rubavano chiunque passava per la strada”, secondo il Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, fu ucciso per vendetta da Ghino, tramite decapitazione, a Roma, dove esercitava la sua funzione di giudice. Ghino di Tacco fu signore di Torrita e della Fratta, della stirpe dei Cacciaconti, una delle più influenti famiglie senesi. Secondo il Boccaccio, divenne “per la sua fierezza e per le sue ruberie uomo assai famoso; essendo di Siena cacciato e nimico de’ conti di Santafiora, ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma, e in quel dimorando, chiunque per le circostanti parti passava, rubare faceva a’ suoi masnadieri”. Riconciliatosi in tarda età con Bonifacio VIII, ottenne il perdono del comune di Siena. Morì assassinato ad Asinalonga, nelle campagne senesi. Il ritratto che se ne fece dopo la sua morte fu quello di un uomo dall’indole sì fiera e bizzarra, ma cavalleresca e intrisa di magnanimità.

Guccio de’ Tarlati fu il capo dei ghibellini aretini. Per Pietro di Dante e Benvenuto da Imola, anch’essi tra i primi commentatori della Commedia, annegò nell’Arno mentre inseguiva i fuoriusciti guelfi di Arezzo della famiglia Bostoli (mentre secondo il Buti, il Lana e l’Ottimo commento, sarebbe morto annegato mentre tentava la fuga dagli inseguitori durante la battaglia di Campaldino). Federico Novello, figlio di Guido dei conti Guidi del Casentino, fu ucciso nel 1289 (o nel 1291) nei pressi di Bibbiena da un avversario politico, identificato da alcuni in Fumo o Fumaiolo di Alberto Bostoli.

Gano degli Scornigiani, figlio di Marzucco, fu fatto uccidere nel 1288 dal conte Ugolino, nel corso della dura contesa tra costui e Nino Visconti per il dominio di Pisa. Questo assassinio fu l’inizio degli eventi che portarono successivamente Ugolino alla sua tragica fine, raccontata dal poeta nel 33^ canto dell’Inferno. Orso degli Alberti, figlio del conte Napoleone, venne ucciso dal cugino Alberto, figlio del conte Alessandro, nel 1286. “La sua morte si inserisce in quella orrenda cronaca familiare, che si pare con l’odio implacabile fra i genitori del morto e dell’uccisore, i due fratricidi della Caina (Inf., XXXII, 55-60) e si continuerà con la morte violenta dello stesso Alberto, nel 1325, per mano del nipote Spinello”, chiosava il Sapegno.

Da ultimo, Pierre de la Brosse. “Gentiluomo della Turenna, fu ciambellano di Filippo III l’Ardito. Fu impiccato nel 1278 a seguito dell’accusa di tradimento mossagli dalla regina Maria di Brabante, seconda moglie del re; due anni prima, egli l’aveva accusata di aver avvelenato l’erede al trono, Luigi, figlio della prima regina morto misteriosamente, perché il regno potesse spettare al proprio figlio, il futuro Filippo il Bello. Di qui l’odio della regina, la quale, appoggiata dagli invidiosi cortigiani, portò alla rovina di questo personaggio. Dante lo considerò innocente e lo accostò a un altro Piero, Pier della Vigna, il favorito di Federico II, anch’egli vittima dell’invidia, morte comune e delle corti vizio (Inferno, XIII, 66)”, annota la Chiavacci Leonardi su questo personaggio.

@ QUIV’ERA L’ARETIN CHE DA LE BRACCIA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Purgatorio, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1994 e successive ristampe

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