Quel peccator, forbendola a’ capelli

33^ canto dell’Inferno.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta narra: “Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto bestiale, pulendola ai capelli della testa di cui egli aveva fatto scempio dalla parte posteriore”.

Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, collocato da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria, nato nella prima metà del 1200 da una nobile famiglia ghibellina di Pisa, proprietaria di vaste proprietà feudali nella Maremma Pisana e in Sardegna, si accordò con il genero Giovanni Visconti nel 1275 per far vincere a Pisa i Guelfi. Scoperta la cospirazione, fu subito esiliato, ma rientrò in città l’anno dopo, in breve acquistando una grande autorità.

Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria nel 1284, resse la signoria del comune come podestà. Fu in quel momento che, per rompere la lega stretta contro Pisa da Genova, Firenze e Lucca, cedette ai Lucchesi i castelli di Bientina, Ripafratta e Viareggio, e ai Fiorentini quelli di Fucecchio, S. Maria in Monte, Castelfranco e Montecalvoli.

“Sottratto in tal modo il comune ai pericoli più urgenti”, scriveva il Sapegno, “rafforzò la signoria, associandosi nel governo il nipote Ugolino Visconti (1285). Nel giugno del 1288, però la parte ghibellina insorse sotto la guida dellʼarcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi”.

Ugolino fu rinchiuso nella torre dei Gualandi, con i due figli e i due nipoti, e, dopo alcuni mesi di prigionia, cominciata nel luglio del 1288, tutti e cinque furono lasciati morire di fame. Era il marzo del 1289. Scriveva ancora il Sapegno: “La storia di Ugolino della Gherardesca, che racconta come fosse lasciato morire di fame coi figli e i nipoti per ordine dell’arcivescovo Ruggieri, dopo che nobili e il popolo di Pisa s’eran ribellati alla sua signoria, e minutamente rievoca ad uno ad uno i giorni e le ore di quel terribile supplizio, è una delle pagine più famose, e delle più umane, di tutto il poema”.

@ QUEL PECCATOR, FORBENDOLA A’ CAPELLI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

32^ canto dell’Inferno.

(Canto XXXII, nel quale tratta de’ traditori di loro schiatta e di traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l’inferno.)

S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,

come si converrebbe al tristo buco

sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco

più pienamente; ma perch’io non l’abbo,

non sanza tema a dicer mi conduco;

ché non è impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l’universo,

né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso

ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,

sì che dal fatto il dir non sia diverso.

Oh sovra tutte mal creata plebe

che stai nel loco onde parlare è duro,

mei foste state qui pecore o zebe!

Come noi fummo giù nel pozzo scuro

sotto i piè del gigante assai più bassi,

e io mirava ancora a l’alto muro,

dicere udi’mi: «Guarda come passi:

va sì, che tu non calchi con le piante

le teste de’ fratei miseri lassi».

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante

e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d’acqua sembiante.

Non fece al corso suo sì grosso velo

di verno la Danoia in Osterlicchi,

né Tanaï là sotto ‘l freddo cielo,

com’era quivi; che se Tambernicchi

vi fosse sù caduto, o Pietrapana,

non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana

col muso fuor de l’acqua, quando sogna

di spigolar sovente la villana,

livide, insin là dove appar vergogna

eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,

mettendo i denti in nota di cicogna.

Ognuna in giù tenea volta la faccia;

da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

tra lor testimonianza si procaccia.

Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,

volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,

che ‘l pel del capo avieno insieme misto.

«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,

diss’io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;

e poi ch’ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,

gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse

le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse

forte così; ond’ei come due becchi

cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch’avea perduti ambo li orecchi

per la freddura, pur col viso in giùe,

disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,

la valle onde Bisenzo si dichina

del padre loro Alberto e di lor fue.

D’un corpo usciro; e tutta la Caina

potrai cercare, e non troverai ombra

degna più d’esser fitta in gelatina:

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra

con esso un colpo per la man d’Artù;

non Focaccia; non questi che m’ingombra

col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,

e fu nomato Sassol Mascheroni;

se tosco se’, ben sai omai chi fu.

E perché non mi metti in più sermoni,

sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;

e aspetto Carlin che mi scagioni».

Poscia vid’io mille visi cagnazzi

fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

e verrà sempre, de’ gelati guazzi.

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo

al quale ogne gravezza si rauna,

e io tremava ne l’etterno rezzo;

se voler fu o destino o fortuna,

non so; ma, passeggiando tra le teste,

forte percossi ‘l piè nel viso ad una.

Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?

se tu non vieni a crescer la vendetta

di Montaperti, perché mi moleste?».

E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,

sì ch’io esca d’un dubbio per costui;

poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».

Lo duca stette, e io dissi a colui

che bestemmiava duramente ancora:

«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».

«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,

percotendo», rispuose, «altrui le gote,

sì che, se fossi vivo, troppo fora?».

«Vivo son io, e caro esser ti puote»,

fu mia risposta, «se dimandi fama,

ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».

Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.

Lèvati quinci e non mi dar più lagna,

ché mal sai lusingar per questa lama!».

Allor lo presi per la cuticagna

e dissi: «El converrà che tu ti nomi,

o che capel qui sù non ti rimagna».

Ond’elli a me: «Perché tu mi dischiomi,

né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti

se mille fiate in sul capo mi tomi».

Io avea già i capelli in mano avvolti,

e tratti glien’avea più d’una ciocca,

latrando lui con li occhi giù raccolti,

quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?

non ti basta sonar con le mascelle,

se tu non latri? qual diavol ti tocca?».

«Omai», diss’io, «non vo’ che più favelle,

malvagio traditor; ch’a la tua onta

io porterò di te vere novelle».

«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;

ma non tacer, se tu di qua entro eschi,

di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.

El piange qui l’argento de’ Franceschi:

“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera

là dove i peccatori stanno freschi”.

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,

tu hai dallato quel di Beccheria

di cui segò Fiorenza la gorgiera.

Gianni de’ Soldanier credo che sia

più là con Ganellone e Tebaldello,

ch’aprì Faenza quando si dormia».

Noi eravam partiti già da ello,

ch’io vidi due ghiacciati in una buca,

sì che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ‘l pan per fame si manduca,

così ‘l sovran li denti a l’altro pose

là ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tidëo si rose

le tempie a Menalippo per disdegno,

che quei faceva il teschio e l’altre cose.

«O tu che mostri per sì bestial segno

odio sovra colui che tu ti mangi,

dimmi ‘l perché», diss’io, «per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,

sappiendo chi voi siete e la sua pecca,

nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch’io parlo non si secca».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67