A noi venìa la creatura bella

12^ canto del Purgatorio

L’angelo dell’umiltà.

Nella prima cornice del Purgatorio. Dante narra: Ora insuperbitevi, e via a testa alta, figli di Eva, e non chinate il volto così che vediate la vostra erronea via! Da noi era stata percorsa in giro già una parte maggiore del monte e consumato una parte assai maggiore del giorno di quanto stimasse l’animo non libero da occupazioni, quando colui che sempre mi precedeva attento, iniziò a dire: «Alza la testa; non è più il momento di procedere così assorto. Là vedi un angelo che si accinge ad avvicinarsi a noi; vedi che l’ora sesta va via dopo aver prestato il suo servizio al sole. Disponi a riverenza il viso e gli atteggiamenti, cosicché gli piaccia d’indirizzarci in alto; pensa che questo giorno non tornerà più!».

“Io ero senz’altro abituato alle sue sollecitazioni soprattutto di non sciupare il tempo, cosicché su quell’argomento non poteva rivolgermi la parola in modo oscuro. La bella creatura si avvicinava a noi, vestita di bianco e nella faccia come appare tremolante il pianeta del mattino. Distese le braccia, e dopo distese le ali; disse: «Venite: qui vicino sono i gradini, e d’ora innanzi si ascende facilmente. Molto pochi accedono a questo invito: o uomini, creati per volare in Paradiso, perché vi lasciate abbattere da un vento così fiacco?».

“Ci condusse dove la parete rocciosa era recisa; lì mi toccò la fronte con un battito d’ala; poi mi assicurò che la salita si sarebbe compiuta senza impedimenti. Come dalla parte destra, per ascendere al monte in cui è situata la chiesa che sovrasta la città ben governata sopra il ponte di Rubaconte, la ripidità della salita che sembra audacemente slanciarsi verso l’alto s’interrompe a causa della scalinata che fu costruita in un’epoca in cui ci si poteva fidare di registri e misure; così si attenua la parete che scende lì assai ripida dalla cornice successiva; ma di qua e di là l’alta parete rocciosa rasenta chi sale”.

@ A NOI VENÌA LA CREATURA BELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Non vide mei di me chi vide il vero

12^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di superbia punita.

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Come, affinché di loro resti viva la fama, sopra i sepolti le tombe a terra portano scolpito quello che essi erano in vita, per cui lì molte volte si piange di nuovo a causa del pungolo del ricordo, che sprona solo i pietosi; così io vidi lì coperto di sculture, ma di aspetto più bello secondo la tecnica artistica, quanto a formare via sporge all’infuori del monte.

“Vedevo da un lato colui che fu creato eccellente più che ogni altra creatura, precipitare dalla volta celeste con la violenza di un fulmine. Vedevo dall’altra parte Briareo trafitto dalla saetta divina cadere morto, che preme sulla terra col suo peso smisurato per il gelo della morte. Vedevo Timbreo, vedevo Pallade e Marte, ancora forniti di armi, intorno al padre loro, contemplare i corpi dei giganti prostrati a terra. Vedevo Nimrod quasi smarrito alla base della grande opera, e in atto di guardare le persone che nella pianura di Sennaar con lui furono mosse dalla superbia.

“O Niobe, con quali occhi afflitti io ti vedevo incisa sul pavimento del ripiano, tra le tue sette figlie e i tuoi sette figli uccisi! O Saul, come lì apparivi morto trafitto dalla tua spada nel Gelboe, che poi non risentì più gli effetti della pioggia né della rugiada! O audace Aracne, proprio io ti vedevo già diventata ragno per metà, sventurata sui resti della tela che con tuo danno fu confezionata da te. O Roboamo, certo la tua immagine effigiata lì sembra che non minacci; ma spaventato lo porta via un carro, senza che alcuno lo insegua.

“Rappresentava anche il pavimento di marmo come Almeone fece sembrare a sua madre pagata a caro prezzo la collana apportatrice di sventura. Rappresentava come i figli si lanciarono contro Sennacherib all’interno del tempio, e come, lui morto, lo lasciarono lì. Rappresentava l’orribile strage che compì Tamiri, quando disse a Ciro: «Fosti assetato di sangue, e io ti sazio di sangue». Rappresentava come gli Assiri in una fuga disordinata si allontanarono in fretta, dopo che Oloferne fu ucciso, e pure i resti dell’uccisione.

“Vedevo Troia con le macerie e con le cavità aperte; o Ilio, come rappresentava te nell’avvilimento della devastazione l’immagine effigiata che si vede lì! Chi fu il maestro di pittura o di disegno che rappresentasse le figure e i lineamenti che lì farebbero meravigliare un artista acuto e abile? I morti e i vivi di pietra apparivano veri morti e veri vivi: chi vide quelle scene dal vero non vide meglio di me tutto quello che io calpestai coi piedi, finché camminai chinato”.

@ NON VIDE MEI DI ME CHI VIDE IL VERO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

11^ canto del Purgatorio.

(Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de’ superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch’è uno de’ rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.)

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore

da ogne creatura, com’è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,

non spermentar con l’antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».

Così a sé e noi buona ramogna

quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo,

simile a quel che talvolta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo

e lasse su per la prima cornice,

purgando la caligine del mondo.

Se di là sempre ben per noi si dice,

di qua che dire e far per lor si puote

da quei c’hanno al voler buona radice?

Ben si de’ loro atar lavar le note

che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

possano uscire a le stellate ruote.

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

tosto, sì che possiate muover l’ala,

che secondo il disio vostro vi lievi,

mostrate da qual mano inver’ la scala

si va più corto; e se c’è più d’un varco,

quel ne ‘nsegnate che men erto cala;

ché questi che vien meco, per lo ‘ncarco

de la carne d’Adamo onde si veste,

al montar sù, contra sua voglia, è parco».

Le lor parole, che rendero a queste

che dette avea colui cu’ io seguiva,

non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: «A man destra per la riva

con noi venite, e troverete il passo

possibile a salir persona viva.

E s’io non fossi impedito dal sasso

che la cervice mia superba doma,

onde portar convienmi il viso basso,

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,

guardere’ io, per veder s’i’ ‘l conosco,

e per farlo pietoso a questa soma.

Io fui Latino e nato d’un gran Tosco:

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.

L’antico sangue e l’opere leggiadre

d’i miei maggior mi fer sì arrogante,

che, non pensando a la comune madre,

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,

ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,

e sallo in Campagnatico ogne fante.

Io sono Omberto; e non pur a me danno

superbia fa, ché tutti i miei consorti

ha ella tratti seco nel malanno.

E qui convien ch’io questo peso porti

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti».

Ascoltando chinai in giù la faccia;

e un di lor, non questi che parlava,

si torse sotto il peso che li ‘mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,

tenendo li occhi con fatica fisi

a me che tutto chin con loro andava.

«Oh», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,

l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte

che pennelleggia Franco Bolognese;

l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sare’ io stato sì cortese

mentre ch’io vissi, per lo gran disio

de l’eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;

e ancor non sarei qui, se non fosse

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Oh vana gloria de l’umane posse!

com’ poco verde in su la cima dura,

se non è giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura.

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido

la gloria de la lingua; e forse e nato

chi l’uno e l’altro caccerà dal nido.

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,

pria che passin mill’anni? ch’è più corto

spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto.

Colui che del cammin sì poco piglia

dinanzi a me, Toscana sonò tutta;

e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond’era sire quando fu distrutta

la rabbia fiorentina, che superba

fu a quel tempo sì com’ora è putta.

La vostra nominanza è color d’erba,

che viene e va, e quei la discolora

per cui ella esce de la terra acerba».

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora

bona umiltà, e gran tumor m’appiani;

ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;

ed è qui perché fu presuntüoso

a recar Siena tutta a le sue mani.

Ito è così e va, sanza riposo,

poi che morì; cotal moneta rende

a sodisfar chi è di là troppo oso».

E io: «Se quello spirito ch’attende,

pria che si penta, l’orlo de la vita,

qua giù dimora e qua sù non ascende,

se buona orazïon lui non aita,

prima che passi tempo quanto visse,

come fu la venuta lui largita?».

«Quando vivea più glorïoso», disse,

«liberamente nel Campo di Siena,

ogne vergogna diposta, s’affisse;

e lì, per trar l’amico suo di pena,

ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,

si condusse a tremar per ogne vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;

ma poco tempo andrà, che ‘ tuoi vicini

faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67