Tal colpa a tal martiro lui condanna

Tal colpa a tal martiro lui condanna

18^ canto dell’Inferno. Giasone.

Prima bolgia di Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno. Lasciato il ruffiano Venedico Caccianemico alle prese con un diavolo che lo colpito con il suo scudiscio di cuoio, Dante si ricongiunge con Virgilio; dopo pochi passi i due pervengono là dove uno dei ponti di pietra emerge dalla parete di roccia.

Salgono quello molto facilmente; e rivolti a destra su per la china scagliosa, si allontanano dalla parete rocciosa in forma circolare. Quando sono là dove si apre il vuoto sotto di esso per permettere il passaggio ai frustati, Virgilio dice a Dante di fermarsi, e di fare in modo di guardare altri dannati – i seduttori -, ai quali fino a quel momento non hanno visto il volto poiché procedevano nella loro stessa direzione. E Virgilio, senza la richiesta del poeta: “Guarda quel grande che incede, e malgrado la sofferenza non sembra che pianga: quanta altera regalità conserva tuttora! Quegli è Giasone, che con coraggio e con senno privò gli abitanti della Colchide del vello d’oro”.

Dunque Giasone. Personaggio della mitologia greca, fu il capo della spedizione degli Argonauti. In virtù della versione più accreditata delle tante leggende che si sono succedute nei secoli, quando il padre Esone, re di Iolco, fu spodestato dal fratellastro Pelia, fu mandato dal centauro Chirone, che lo tenne con sé fino al ventesimo anno di età. 

Egli tornò a Iolco con una pelle di pantera sulle spalle, una lancia per mano e un calzare al piede sinistro. Pelia, cui era stato predetto dall’oracolo di fare attenzione a chi portasse un solo calzare, gli promise di restituirgli il regno se avesse conquistato il vello d’oro lasciato da Frisso nella Colchide, custodito dal re Eete e guardato da un drago, con la speranza che sarebbe perito. Così fece predisporre una lunga nave e riunì un gruppo di marinai, che dalla nave presero il nome di Argonauti.

Partiti da Iolco, fecero tappa all’isola di Lemno, dove la giovane regine Isifile – la sola donna del luogo a venir meno al patto di uccidere tutti i maschi per punire la loro infedeltà, per aver il padre Toante dalla morte -, s’innamorò di lui, inducendolo a trattenersi sull’isola per qualche tempo. Giasone poi, lasciandola gravida, riprese la rotta verso la Colchide, dove, una volta giunto, sedusse la principessa Medea, esperta di arti magiche, la quale lo aiutò nella buona riuscita dell’impresa. Ritornato in patria, s’impadronì del regno, portando con sé Medea.

Secondo la gran parte dei commentatori, il poeta pose l’eroe greco nella prima bolgia di Malebolge, influenzato dalla cattiva fama di fraudolenza, che ai suoi tempi riguardava i Greci in generale, per aver sedotta e abbandonata Isifile. Tuttavia, ciò non gli impedì di riconoscere a Giasone il suo agire “con coraggio e con senno”. 

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