Ella sen va notando lenta lenta

Ella sen va notando lenta lenta

E io, temendo che stare parecchio infastidisse Virgilio che mi aveva consigliato di stare poco, me ne tornai indietro allontanandomi dalle anime tormentate”.

Detto ciò, il poeta ha trovato il maestro che era montato già sulla schiena della bestia crudele, e da lui si è sentito dire che sarebbe dovuto essere forte e ardimentoso. “Dʼora in poi si scenderà con mezzi simili a questo; sali davanti, dal momento che voglio stare in mezzo, sicché la coda non possa nuocerti”, ha precisato quindi Virgilio, nel settimo cerchio dell’Inferno, terzo girone.

Qui il poeta ci ha regalato una mirabile similitudine, paragonandosi a colui che sente avvicinarsi il brivido della febbre quartana, che ha già le unghie pallide, e trema interamente soltanto mirando un luogo ombroso e fresco.

Per sistemarsi poi sopra quella groppa; “bensì volli dire”, ha precisato, ma il suono della voce non è uscito come ha pensato, vale a dire di fare in modo che Virgilio lo cingesse con le braccia. Ma il maestro, che altre volte lo aveva aiutato in altre situazioni rischiose, non appena il poeta è salito lo ha abbracciato e tenuto fermo; e ha detto a Gerione – qui finalmente abbiamo saputo il nome della bestia crudele di cui sopra – di andare senza indugio: “i volteggi siano ampi, e la discesa lenta; presta attenzione al carico insolito che tu hai”, ha specificato.

17^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione. In cui il poeta ci dona unʼaltra delle sue bellissime similitudini. La seguente: “Come la barca si stacca dalla riva indietreggiando a poco a poco, così si staccò di lì; e dopo che si sentì totalmente a suo agio, là dovʼera il petto, diresse la coda, e dopo averla distesa in lungo, come unʼanguilla, la scosse, e con la zampe fornite di unghie adunche addensò lʼaria intorno a sé”.

A questo punto della narrazione egli intende sottolineare di non aver creduto che fosse stata maggiore la paura “quando Fetonte allentò le redini, e perciò un pezzo di atmosfera, come appare anche ora, fu incendiato; né quando il povero Icaro sentì il dorso perdere le penne a causa della cera che si era sciolta, mentre il padre gli gridava ʻSbagli strada!ʼ “, di quella che fu la sua, quando egli vede che è completamente sospeso nel vuoto, e vede dileguata ogni vista eccetto che della fiera.

Per chiosare: “Essa se ne va calando a volo molto lentamente; vola tracciando larghe ruote e scende, ma non me ne rendo conto se non per il fatto che lʼaria mi ventila davanti al volto e dal basso”.

Io avea una corda intorno cinta

Io avea una corda intorno cinta

I tre sodomiti del girotondo, sulla spianata sabbiosa del terzo girone del settimo cerchio dellʼInferno, hanno compreso come replica lʼinvettiva del poeta verso la sua patria e i suoi concittadini – “I nuovi abitanti e le ricchezze rapidamente acquisite hanno prodotto alterigia e dissolutezza, Firenze, nei tuoi cittadini, sicché tu già te ne duoli” – e si sono contemplati lʼun lʼaltro con lʼatteggiamento di chi è convinto di una verità.

E tutti gli hanno risposto che se le altre volte gli è costato così poco dare risposte così soddisfacenti ad altri, “beato te se parli così quanto ti paia e piaccia”. Perciò, se lui fosse uscito sano e salvo da quelle tenebre infernali e fosse risalito sulla Terra, quando gli sarebbe piaciuto dire di essere venuto lì, che facesse in modo di parlare di loro alle persone. Dopo hanno rotto il cerchio, e ad allontanarsi correndo le loro gambe sono sembrate ali tanto erano veloci.

A quel punto non si sarebbe potuto dire un amen “rapidamente così come essi furono scomparsi”; e perciò a Virgilio è sembrato opportuno allontanarsi. “Io gli tenevo dietro, e ci eravamo incamminati da poco, ma lo scroscio del ruscello ci era tanto vicino, che se pure avessimo parlato saremmo stati uditi a fatica”.

16^ canto dellʼInferno. Verso la conclusione. In cui il poeta ci delizia con una delle sue  similitudini, quando paragona la caduta del ruscello di sangue bollente della diramazione del Flegetonte nel fondo della parete scoscesa, a “quel fiume che ha il proprio corso per primo dal Monviso verso Oriente, dal versante sinistro degli Appennini, che in alto è detto Acquacheta, prima che scenda giù nella pianura, e a Forlì ha già cambiato nome, rimbomba nei pressi del convento di San Benedetto dellʼAlpe per formare un salto laddove doveva essere letto sufficiente per moltissimi fiumi”; per chiosare, poi, che il fragore in poco tempo avrebbe resi sordi lui e Virgilio.

Qui Dante ci informa che ha i fianchi cinti da una corda, “e con essa mi ero proposto talora di catturare la lonza dalla pelliccia screziata. Dopo che la ebbi completamente slegata da me, come mi aveva imposto Virgilio, gliela tesi raccolta e aggrovigliata”.

E Virgilio si rivolge verso destra, e abbastanza distante dallʼorlo del cerchio la lancia giù in fondo al profondo dirupo.

Le ripe eran grommate d’una muffa

Le ripe eran grommate d'una muffa

I due poeti sono risaliti assai facilmente su uno dei ponti di pietra che emerge dalla parete di roccia delimitante Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno; e rivolti a destra su per la china scagliosa, si sono allontanati dalla stessa. Quando sono giunti là dove si apre il vuoto sotto di esso per permettere il passaggio ai frustati, Virgilio ha detto a Dante: “Fermati, e fa si’ che cada su di te lo sguardo di questi altri dannati, ai quali finora non hai visto il volto poiché hanno camminato nella nostra direzione”.

E qui il poeta ha precisato nella narrazione che dall’antico ponte rivolgevano lo sguardo alla fila che si avvicinava a loro dalla parte opposta, “e che la frusta fa camminare di continuo e in fretta allo stesso modo”.

Qui Virgilio, senza essere stato interpellato da Dante, gli ha detto di guardare “quel colosso che si fa avanti, e malgrado la sofferenza non sembra che pianga: quanta altera regalità conserva tuttora!”, parlando di Giasone, che con il coraggio e il senno privò i Colchi del vello d’oro. “Esso toccò in un tratto del suo percorso l’isola di Lemno, dopo che le audaci donne avevano ucciso senza pietà tutti i loro uomini”.

18^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione. In cui Virgilio prosegue così: “Lì con atteggiamenti amorosi e con falsi discorsi trasse in inganno Isifile, la giovanetta che prima aveva tratte in inganno tutte le altre.

“La fece restare lì, incinta, tutta sola; un peccato così grave lo condanna a un tomento altrettanto grave; e si rende giustizia pure a Medea. Con lui si accompagna chi per il proprio piacere trae in inganno le donne; e ti sia sufficiente sapere questo della prima bolgia e di quelli che afferra e strazia dentro di sé”.

“Eravamo già dove l’angusto passaggio del ponte s’incrocia con il secondo argine, e trasforma quello in appoggio ad un altro arco. Da quel luogo udimmo dannati che gemono sommessamente nella bolgia successiva e che con la faccia ansimano fragorosamente, e colpiscono loro stessi con le mani”, precisa il poeta a proposito degli adulatori, quelli della seconda bolgia.

“Le coste erano incrostate da una fetida sostanza, a causa dell’esalazione risalente dal fondo che vi si addensa come pasta, che offendeva la vista e l’olfatto. Il fondo è così profondo, che nessun luogo è sufficiente per vedere se non salendo sul colmo dell’arco, dove il ponte di pietra è più alto”, egli chiosa.