E con le branche l’aere a sé raccolse

Ella sen va notando lenta lenta

17^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

Ma esso, che altre volte mi aveva aiutato in altre situazioni rischiose, non appena io salii mi abbracciò e mi tenne fermo; e disse: “Gerione, vai senza indugio: i volteggi siano ampi, e la discesa lenta; presta attenzione al carico insolito che hai”. 

Come la barca si stacca dalla riva indietreggiando a poco a poco, così si staccò di lì; e dopo che si sentì totalmente a suo agio, là dov’era il petto, diresse la coda, e dopo averla distesa in lungo la scosse, come un’anguilla, e con la zampe fornite di unghie adunche addensò lʼaria intorno a sé”.

Non credo che fosse maggiore la paura quando Fetonte lasciò cadere di mano le redini, e perciò l’atmosfera si incendiò, come appare anche ora; né quando il povero Icaro sentì il dorso perdere le penne per la cera che si era sciolta, mentre il padre gli gridava ‘Segui una strada errata!’, di quella che fu la mia, quando vidi che ero completamente sospeso nel vuoto, e vidi dileguata ogni vista eccetto che della bestia.

Da leggere: Così ne puose al fondo Gerione del 14.01.2020

Io avea una corda intorno cinta

Io avea una corda intorno cinta

16^ canto dellʼInferno. Verso la conclusione.

Come quel fiume che ha il proprio corso per primo dal Monviso verso oriente, dal versante sinistro degli Appennini, che in alto è detto Acquacheta, prima che scenda giù nella pianura, e a Forlì ha già cambiato nome, rimbomba nei pressi del convento di San Benedetto dellʼAlpe per formare un salto laddove doveva essere letto sufficiente per moltissimi fiumi; così, nel fondo di una parete scoscesa, sentimmo cadere con fragore quel ruscello sanguigno, così che in poco tempo ci avrebbe resi sordi. 

Io avevo i fianchi cinti da una corda, e con essa mi ero proposto talora di catturare la lonza dalla pelliccia screziata. Dopo che io la ebbi completamente slegata da me, come la guida mi aveva imposto, gliela tesi raccolta e aggrovigliata. Pertanto egli si rivolse verso destra, e abbastanza distante dall’orlo del cerchio la lanciò giù in quel profondo dirupo.

Da leggere: Ahi quanto cauti li uomini esser dienno del 08.01.2020   

Le ripe eran grommate d’una muffa

Le ripe eran grommate d'una muffa

18^ canto dell’Inferno. Verso la conclusione.

Già eravamo dove l’angusto passaggio del ponte s’incrocia con il secondo argine, e trasforma quello in appoggio ad un altro arco. Di lì sentimmo dannati che gemono sommessamente nella bolgia successiva e che con la faccia ansimano fragorosamente, e colpiscono loro stessi con le mani. Le coste erano incrostate da una fetida sostanza, per l’esalazione risalente dal fondo che vi si addensa come pasta, che faceva contrasto con la vista e con l’olfatto. 

Il fondo è così profondo, che nessun luogo è sufficiente per vedere se non salendo sul culmine dell’arco, dove il ponte di pietra è più alto. Giungemmo lì; e di lì giù nel fondo vidi dannati immersi in uno sterco che sembrava tolto dalle latrine terrene. E frattanto che io ricerco con gli occhi laggiù, vidi un dannato con la testa così sporca di sterco, che non appariva se era laico o ecclesiastico.

Da leggere: E quinci sian le nostre viste sazie del 02.01.2020