Nel vano tutta sua coda guizzava

Nel vano tutta sua coda guizzava

Virgilio, dopo aver presentato a Dante la bestia con la coda acuta, quella che ammorba tutti, della quale solo più in là gli dirà il nome e così anche noi lo apprenderemo, ha fatto cenno a costei di venire fino allʼorlo del cerchio – il settimo dellʼInferno, terzo girone dello stesso – vicino agli argini di pietra che i due poeti hanno percorsi fino a quel punto.

Ed essa non si era fatta pregare più che tanto; si era avvicinata, senza battere ciglio, traendo la testa e il tronco, ma lasciando la coda libera nel vuoto. E Dante così l’aveva rappresentata: volto da persona leale, in quanto era rassicurante il suo aspetto esterno, sebbene tutto il resto del corpo fosse quello di un serpente; zampe fornite di unghie adunche coperte di peli fino alle ascelle, dorso e petto e ambedue i fianchi screziati con striature arabescate e cerchietti.

17^ canto dellʼInferno, dalle parti del principio. Dove lasciamo che a proseguire sia il poeta: “Come a volte i barconi a fondo piatto stanno a riva, che in parte sono immersi nellʼacqua e in parte tirati a secco sulla spiaggia, e come nelle terre nordiche il castoro si prepara a pescare con la coda, così la bestia orribile stava sul bordo che è di pietra e racchiude la spianata sabbiosa. Tutta la sua coda si dibatteva nel vuoto, storcendo in alto la velenosa estremità forcuta che armava la punta a moʼ di scorpione”.

Allora Virgilio, che dopo la presentazione iniziale sopra ricordata, non aveva più parlato, gli dice, guardandolo con affetto: “Adesso dobbiamo deviare un poco dal nostro solito cammino fino a quella fiera crudele che si posa là”.

Perciò i due poeti svoltano sul lato destro, e camminano per un breve tratto sullʼorlo del cerchio, per evitare con cura la sabbia e le falde di fuoco.

E quando noi siamo giunti da lei”, precisa Dante, “poco più in là vedo sulla sabbia dannati seduti vicino al burrone”.

Altri dannati. Bene. Chi legge si chiederà chi siano. Ma dovrà pazientare un poco per appagare la sua legittima curiosità.

La fama nostra il tuo animo pieghi

La fama nostra il tuo animo pieghi

Siamo nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno. Dopo aver lasciato Brunetto Latini alla propria sorte, Virgilio e Dante, sempre camminando sopra uno degli argini che racchiudono il sangue bollente della diramazione del Flegetonte, sono arrivati nel punto in cui alle loro orecchie giunge distinto il fragore del liquido rosso che si getta nel cerchio successivo: Malebolge.

Lì, dopo che hanno visto tre dannati allontanatisi dalla loro schiera, correndo nella loro direzione, e ognuno gridando al poeta di fermarsi, perché dalla sua veste era sembrato loro che fosse Fiorentino, Virgilio aveva imposto all’allievo di sostare in attesa dei tre, “perché a costoro si deve mostrare rispetto”, avvisandolo tuttavia di non dilungarsi oltremodo, vista lʼonnipresente pioggia di fuoco che scende insistentemente ad arroventare la spianata sabbiosa e a tormentare i bestemmiatori, i sodomiti – cui appartengono quei tre – e gli usurai.

16^ canto dellʼInferno, in cui Dante prosegue così il suo racconto: “Non appena ci fermammo, essi ricominciarono le lacrime e i lamenti; e quando furono arrivati presso di noi, tutti e tre fecero un cerchio di loro stessi.

“Come sono soliti fare i lottatori nudi e spalmati di olio, studiando il momento opportuno per afferrare l’avversario in posizione di vantaggio, prima che tra di loro si scambino percosse e ferite, così girando, ognuno mi rivolgeva lo sguardo, sicché il collo si spostava di continuo in senso opposto rispetto ai piedi”.

Poi uno comincia a parlare in nome proprio e di tutti, non interrompendo il girotondo insieme a loro.

E noi non vediamo l’ora di leggere il suo esordio rivolto a Dante: “Se il miserabile stato di questo luogo rende spregevoli noi e le nostre richieste, e il volto annerito e pelato e scorticato dalle fiamme, la nostra fama induca la tua volontà alla benevolenza di dirci chi sei, che cammini ancora vivo per l’Inferno così esente dai tormenti”. 

E quando subito dopo il dannato presenterà al poeta prima i suoi compagni e da ultimo sé stesso, ciò produrrà in Dante il più vivo stupore – sebbene una vera e propria anticipazione sulla presenza di costoro nel basso Inferno l’abbia già avuta in dono da Ciacco. Dove? Alla fine del suo incontro con questi nel cerchio dei golosi.  

Nel fondo erano ignudi i peccatori

Nel fondo erano ignudi i peccatori

A volte anche i mostri sono utili. Pensate a Gerione; questi, infatti, ha permesso ai due poeti di accedere a Malebolge, vale a dire allʼottavo cerchio dellʼInferno, deponendo gli stessi ai margini del vastissimo pianoro caratterizzato da dieci fosse circolari, le famigerate bolge, tutte confluenti per mezzo di numerosi ponti di pietra ai bordi di un ampio pozzo.

Siffatta creatura – descritta nei minimi particolari da Dante nellʼesordio del 18^ canto dellʼInferno, dove siamo adesso – era risalita lungo la parete rocciosa che separa Malebolge dal settimo cerchio, fino al margine che delimita quest’ultimo.

Lo scopo? Prendere in consegna Virgilio e Dante, e trasferirli appunto a Malebolge, dopo una vertiginosa discesa che ha intimorito non poco il poeta – della cui descrizione si renderà conto nel momento opportuno -.

A questo punto egli, dopo aver spiegato con le sue parole ciò che noi abbiamo anticipato sopra, che si sono trovati in questo luogo scossi dalla schiena di Gerione, “Virgilio procedette verso sinistra, e io gli andai dietro”, specifica.

Per proseguire così: “A destra vidi un nuovo spettacolo angoscioso, una pena mai vista e fustigatori di una nuova specie, delle quali cose era piena la prima bolgia. Nel fondo i peccatori erano nudi; nella zona vicino all’argine ci venivano incontro, nell’altra procedevano nella nostra direzione, ma con un’andatura più affrettata della nostra, come i Romani a causa della moltitudine delle persone, l’anno del Giubileo, su per il ponte Sant’Angelo hanno escogitato l’espediente per regolare il traffico dei pellegrini, che da un lato tutti guardano la mole Adriana e si recano a San Pietro, dall’altro lato si dirigono verso il monte Giordano”.

Caro lettore, quelli appena descritti dal poeta sono i ruffiani e i seduttori.