Sì cominciò lo mio duca a parlarmi

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi

Fermi entrambi sul margine che delimita il settimo cerchio dell’Inferno, più precisamente nel terzo girone dello stesso, Virgilio ha informato il suo pupillo che di lì a poco sarebbe salito dal burrone che divide il settimo cerchio dall’ottavo, “ciò che io aspetto e che il tuo pensiero immagina in modo confuso: tosto convien ch’al tuo viso si scovra“.

Il maestro non finisce di parlare, che una massa corporea ascende nuotando attraverso l’aria densa e nebulosa, tale da destare meraviglia ad ogni animo coraggioso.

E infatti, non appena scorge costei, prorompe con voce stentorea all’indirizzo del poeta: “Ecco la fiera con la coda aguzza, che supera tutti gli ostacoli naturali, e distrugge le difese dell’uomo; ecco quella che ammorba tutti!”.

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi“, narra il poeta al principio del 17^ canto dell’Inferno, “e le fece cenno che venisse all’orlo del cerchio, vicino alle estremità degli argini di pietra percorsi. E quel sudicio simbolo d’inganno si avvicinò, e trasse la testa e il tronco, ma lasciò la coda libera nel vuoto”, precisa.

Per proseguire così: “Il suo volto era il volto di una persona onesta, in quanto era rassicurante il suo aspetto esterno, e tutte le parti rimanenti erano quelle di un serpente; aveva le zampe fornite di unghie adunche coperte di peli fino alle ascelle; aveva il dorso e il petto e ambedue i fianchi screziati con striature arabescate e cerchietti”.

E concludere in tal modo la sua descrizione: “Con parecchi colori, fondi e rilievi non confezionarono drappi tanto ricchi né i Tartari né i Turchi, né fuor tai tele per Aragne imposte“.

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Quando tre ombre insieme si partiro

Quando tre ombre insieme si partiro

I due poeti hanno lasciato al loro destino Brunetto Latini, nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno.

E dopo che hanno camminato a passo svelto sull’argine su cui Dante – mentre avanzava con Virgilio che lo precedeva e ser Brunetto che lo affiancava in basso sulla spianata sabbiosa – ha intrattenuto poco prima un bellissimo e nostalgico dialogo con il suo mentore della gioventù, giungono in un punto… “onde d’udia ‘l rimbombo del ruscello  che precipitava nel cerchio successivo, simile al ronzio che le api fanno intorno all’alveare, quando tre ombre insieme si partiro, correndo, da una schiera che passava sotto la pioggia del terribile tormento”, precisa il poeta.

Esse si avvicinano a Virgilio e Dante, e ognuna si mette a gridare: “Fermati tu che dalla veste ci sembri essere qualcuno della nostra terra prava“.

Parte iniziale del 16^ canto dell’Inferno. Dove Dante, alla vista dei tre dannati che si sono allontanati dai loro compagni di pena, non può che dire a sé stesso: “Ahimè, quali ferite recenti e rimarginate vidi nei loro corpi, impresse dalle fiamme! Tuttora me ne dolgo soltanto che me ne ricordi”.

Il maestro non ignora costoro, anzi pone mente alle loro invocazioni; e dice al poeta di aspettare, perché ai tre si deve mostrare rispetto.

Per proseguire in tal modo a completare il suo pensiero, guardandolo fisso negli occhi: “E se non fosse il foco che saetta la natura del loco, direi che la prontezza converrebbe più a te che a loro”.

Nel dritto mezzo del campo maligno

Nel dritto mezzo del campo maligno

Il 18^ canto dellʼInferno si apre con lʼefficace descrizione di un luogo, lunga quanto basta affinché chi ne abbia interesse, mentre sta leggendo, possa sorbirsi in tutta tranquillità un buon tè freddo.

Essa riguarda il vastissimo pianoro di Malebolge, appunto il luogo in cui Virgilio e Dante vengono trasportati, è il caso di dire il mostro alato di cui presto faremo la conoscenza, che li ha prelevati sulla cornice esterna del settimo cerchio, quello suddiviso in tre gironi. Dove sono stati in piacevolissima compagnia con gli omicidi, i predoni, i suicidi, gli scialacquatori, i bestemmiatori, i sodomiti e, dulcis in fundo, gli usurai.

In sostanza, Gerione li ha depositati nellʼottavo cerchio dellʼInferno, dopo essere disceso con ampi volteggi lungo la ripa discoscesa che separa nettamente il cerchio suddetto dal precedente.

NellʼInferno si trova un luogo chiamato Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, narra il poeta, “come la ripida parete rocciosa che lo circonda. Nel centro esatto del piano di Malebolge si apre il vuoto di un pozzo molto ampio e profondo, di cui suo loco dicerò lʼordigno. La corona che resta dunque tra il pozzo e la base dellʼalta parete di roccia è circolare, e ha il fondo suddiviso in dieci bolge.

Quale aspetto, dove per difesa delle mura innumerevoli fossati circondano i castelli, offre il luogo in cui si trovano, tale imagine quivi facean quelli; e come rispetto a questi luoghi fortificati si trovano ponticelli dalle loro porte fino alla sponda esterna, così dalla base della parete rocciosa si partivano ponti di pietra che tagliavano gli argini e le bolge fino al pozzo che li interrompe e contiene”.

Fine della descrizione – e penso pure del tè. Da questo verso egli riprenderà a raccontare le proprie vicissitudini, e noi non vediamo lʼora di leggerle.