Faccian le bestie fiesolane strame

15^ canto dell’Inferno.

Quinta parte.

 “Un’antica nomea sulla terra li definisce privi di senno; è una popolazione avida, invidiosa e mossa a superbia: liberati dai loro usi. La tua sorte ti riserva tanta fama, perché l’una e l’altra fazione avranno un desiderio intenso di te; ma l’erba sarà lontana dal capro. I cittadini discesi dai Fiesolani facciano foraggio di loro stessi, e non danneggino la progenie, se qualcuno si leva tuttora dal loro letamaio, in cui viva di nuovo la discendenza santa di quei Romani che vi rimasero quando fu costruito il nido di tanta mala azione”.

      “Se la mia domanda fosse interamente adempiuta”, gli risposi, “voi non sareste finora esiliato dalla vita umana; perché mi è confitta nella memoria, e adesso mi addolora, l’amata e buona rappresentazione paterna di voi quando sulla terra di tanto in tanto mi insegnavate come gli uomini acquistano fama durevole: e quanto mi sia cara, finché sarò vivo dovrà accadere che si riconosca nel mio discorso.

@ FACCIAN LE BESTIE FIESOLANE STRAME

Dato t’avrei a l’opera conforto

15^ canto dell’Inferno.

Quarta parte.

Egli cominciò: “Quale caso o volontà divina ti fa arrivare quaggiù prima del giorno della tua morte? e chi è questi che rende nota la strada?”.

“Lassù di sopra, nella vita terrena”, io gli risposi, “mi sono smarrito una selva, prima che la mia vita fosse giunta alla maturità. Soltanto ieri mi sono allontanato in direzione opposta: questi si è offerto al mio sguardo, mentre io tornavo in quella, e mi riconduce sulla diretta via per questo cammino”.

Ed egli a me: “Se tu assecondi la costellazione nella quale sei nato, non puoi mancare la tua meta di gloria, se giudicai rettamente nella vita terrena; e se io non fossi morto troppo presto, vedendo l’influsso celeste a te così propizio, ti avrei fornito l’aiuto nella tua attività di cittadino e di poeta. Ma quel popolo dimentico dei benefici ricevuti e malvagio che discese da Fiesole nel tempo antico, e conserva tuttora l’asprezza e la durezza della montagna, ti diverrà avverso, per il tuo fare cose buone; ed è giusto, perché tra gli agri sorbi non è conveniente crescere al dolce fico.

@ DATO T’AVREI A L’OPERA CONFORTO

Io non osava scender de la strada

15^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

E quegli: “O figliolo mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latini ritorni indietro un poco con te e si distacchi dalla schiera ordinata”.

Gli dissi: “Per quanto posso, ve ne prego; e se desiderate che mi sieda con voi, lo farò, se lo concede costui con il quale vado”.

 “O figliolo”, disse, “chi di questa schiera si ferma appena, sta disteso poi cent’anni senza difendersi  quando il fuoco lo ferisca. Perciò procedi in là: ti camminerò rasente; e poi raggiungerò la mia schiera, che va piangendo le sue pene eterne”.

Io non osavo scendere dall’argine per camminare di pari passo a lui; ma tenevo la testa bassa come chi cammini riverente.

@ IO NON OSAVA SCENDER DE LA STRADA

Così adocchiato da cotal famiglia

15^ canto dellInferno.

Seconda parte.

Già ci eravamo allontanati tanto dalla selva, che non avrei visto dov’era, per quanto io mi fossi volto indietro, quando incontrammo un gruppo di anime che camminavano lungo l’argine, e ciascuna ci guardava bene come di sera uno suole volgere lo sguardo a un altro sotto la luna nuova; e così rendevano aguzzi gli occhi verso di noi come fa il sarto avanzato in età verso la cruna dell’ago. Così guardato bene da una schiera di tale specie, fui riconosciuto da un dannato, che mi afferrò per l’orlo della veste e gridò: “Quale meraviglia!”.

E io, quando stese il suo braccio verso di me, scrutai attentamente il volto consunto dal calore, così che il volto bruciato non impedì al mio intelletto il suo riconoscimento; e chinando la mano verso il suo viso, risposi: “Voi siete qui, messer Brunetto?”.

@ COSÌ ADOCCHIATO DA COTAL FAMIGLIA