Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

La statua del Veglio di Creta, canto 14^ dellʼInferno, terzo girone del settimo cerchio, è di sicuro una delle figure allegoriche più riuscite dellʼintera Commedia, tanto da meritarsi perfino lʼattenzione di un pilastro del panorama culturale novecentesco, come Benedetto Croce, ed è al contempo un pretesto che Virgilio usa per arrivare a illustrare a Dante lʼorigine dei fiumi infernali – nascendo questi dalle lacrime che copiose scendono dalle ferite che ricoprono le sue membra e che, raccogliendosi ai suoi piedi, perforano la roccia del monte Ida a Creta in cui dimora, fino a formare, di salto in salto nellʼabisso infernale, lʼAcheronte, lo Stige, il Flegetonte, da cui si stacca una diramazione – il picciol fiumicello di cui parleremo tra poco – e infine il lago ghiacciato di Cocito.

Virgilio e Dante dunque hanno da poco lasciato al suo destino il gigantesco Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, e stanno proseguendo il loro viaggio rasentando la selva dei suicidi e degli scialacquatori, stando attenti a non poggiare i loro preziosi piedi, specialmente quelli di Dante, sulla sabbia rovente.

A un tratto agli occhi di questi si mostra il rivo di cui sopra, di colore rosso, racchiuso da due sponde di pietra, quasi un canale, che gli suscita un moto di raccapriccio. Il maestro coglie lʼoccasione per ricordargli che fino a quel momento non ha visto nulla di più interessante, come questo strano ruscello che sta vedendo ora. Per cui la curiosità del poeta si accende subito: spiegati meglio, ti prego, maestro. Virgilio non se lo fa ripetere… e a questo punto entra in ballo il Veglio di Creta.

La fonte diretta di questo personaggio è la statua apparsa in sogno a Nabucodonosor, di cui si fa cenno nella Bibbia (Daniele, 2,31-45). Essa, nelle intenzioni del poeta, simboleggia la storia del genere umano, che dallʼetà dellʼoro è degenerata via via fino a giungere al suo tempo.

Ma se la fonte è prettamente biblica, molti sono i riferimenti che Dante attinge a piene mani alla mitologia classica, a partire da Creta. Essa è lʼisola che sorge in mezzo al Mediterraneo, un tempo governata da Saturno e che conobbe una mitica felice prima della sua decadenza avviata da Giove, la madre del quale aveva tenuto nascosto nelle viscere del monte Ida.

Questa è formata dai metalli che corrispondono alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi rappresentano la Chiesa e lʼImpero: di terracotta il destro, di ferro il sinistro. Essa poi volge le spalle a Damiata, in Egitto, simbolo dellʼOriente, miscredente agli occhi dei Cristiani, e guarda Roma, cioè lʼOccidente, il cuore della cristianità.

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Io sono colui che tenni ambo le chiavi

Io son colui che tenni ambo le chiavi

Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ognʼuom tolsi: fede portai al glorioso offizio, tanto chʼiʼ ne perdeʼ li sonni eʼ polsi”.

Questo breve discorso è pronunciato da una voce carezzevole, che scaturisce dalla ferita inferta da Dante a un arbusto contorto, dal quale egli poco prima ha divelto un rametto, a ciò indotto da Virgilio, che poi si scuserà . Siamo nel 13^ canto dellʼInferno, il canto dei suicidi e degli scialacquatori trasformati nellʼorrida selva in piante ritorte e sterpaglia varia, nonché il canto di Pier della Vigna, che andiamo subito a conoscere.

Pier della Vigna nacque a Capua intorno al 1190 da unʼumile famiglia, ma nonostante ciò riuscì a compiere gli studi a Bologna. Appena trentenne, su raccomandazione dellʼarcivescovo di Palermo, fu accolto presso la corte di Federico II con la duplice funzione di notaio e scrittore della cancelleria imperiale. Nel 1225 fu eletto a giudice della Magna Curia, carica che mantenne ininterrottamente, quindi per gran parte della propria vita terrena, fino al 1247, quando fu insignito del prestigioso titolo di “imperialis aulae protonotarius et regni Siciliae logotheta”, vale a dire primo segretario e portavoce ufficiale dellʼimperatore.

Nel frattempo, tra la redazione di un atto di governo e una missione diplomatica nei paesi stranieri, ovviamente intendendo con ciò anche gli stati piccoli e grandi disseminati nella penisola italica, si dilettò a poetare in volgare – svettando con il sonetto Amando con fin core – e a redigere un apprezzatissimo epistolario. Infine, nel febbraio 1249, mentre era in missione a Cremona, venne arrestato; ciò portò alla privazione di tutte le sue cariche e, successivamente, un crudele accecamento.

A questo punto con la mente mettiamo a fuoco unʼimmagine. Non è difficile. Gradualmente si dipana la scena. Ci troviamo allʼinterno di una stanza rettangolare, entro la quale il nostro Pietro siede davanti a un bellissimo scrittoio. Lui non ci può vedere – veniamo dal futuro e abbiamo il dono di essere invisibili – ma noi vediamo lui che muove appena le labbra, concentratissimo: sta leggendo. Chissà, forse si tratta di un documento fondamentale per la buona riuscita del suo incarico. Ed ecco che un robusto bussare, ripetuto più volte, lo costringe ad alzare gli occhi, che poi tieni fissi sulla porta per qualche istante, un lunghissimo istante che sembra non finire mai. Scosso da tremiti per tutto il corpo – sa che cosa sta accadendo – resta seduto. Ma lo raggiunge una voce imperiosa, che gli intima di aprire immediatamente la porta. Scrollando il capo, si avvia a passi lenti incontro al suo ineluttabile destino.

Pier della Vigna si suicidò un paio di mesi dopo quella infausta giornata. Tra le versioni della sua tragica fine, che circolarono subito dopo, ne ricordiamo un paio, quanto al luogo e alle modalità: nella rocca di San Miniato, battendo la testa contro il muro della prigione, nella chiesa di San Paolo a Ripa dʼArno a Pisa, sfracellandosi la testa sulla parete esterna.

Anche le cause che provocarono la sua caduta in disgrazia sono alquanto contraddittorie. Quella più accreditata ci riporta a una congiura di palazzo organizzata dai nobili della corte, invidiosi della vertiginosa ascesa ai vertici dellʼamministrazione da parte dellʼumile Pietro, tesi peraltro riportata da Dante nel canto sopra citato, uno dei più significativi di tutta la Commedia, e accolta da quasi tutti i commentatori contemporanei della stessa, nonché da qualche moderno.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi

Ti auguro che tu possa assecondare il tuo segno astrale, e ti dico che non potrai fallire il raggiungimento della meta che ti sei prefissa, se ti conosco bene; e se non fossi morto anzitempo, sapendo che gli astri ti erano tanto favorevoli, ti avrei dato una mano nel tuo agire di ogni giorno, come poeta e come membro della vita cittadina. Ma i Fiorentini saranno i tuoi peggiori nemici, proprio a causa del tuo retto agire; e cʼè un motivo, perché non è conveniente, per un uomo magnanimo come sei tu, operare in mezzo a uomini così ignoranti e malvagi. Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; essi sono avari, pieni dʼinvidia e superbi: faʼ in modo che ti allontani dalle loro abitudini”.

A parlare così è Brunetto Latini, il mentore di Dante, incontrato dal poeta nel girone dei sodomiti del settimo cerchio, di cui si tratta nel 15^ canto dellʼInferno. Dunque, il nostro Brunetto inveisce contro Firenze. Perché? Tutto nasce dallʼipotesi che i Fiorentini si trasformeranno a un certo punto in acerrimi nemici del poeta, a causa della sua giusta azione nella vita politica cittadina.

Ciò si spiega, secondo ser Brunetto, perché i Fiorentini sono una diretta emanazione dei Fiesolani, e quindi di questo luogo del contado mantengono la rozzezza di usi e costumi tipica degli abitanti delle montagne: quello ingrato popolo maligno che discese a Firenze ab antico, e tiene ancor del monte e del macigno – questa è lʼesatta definizione che il poeta fa esprimere per bocca del suo maestro di gioventù.

Il quale si rifà alla nota leggenda, secondo la quale Fiesole fu rasa al suolo dopo essersi ribellata a Catilina, per cui i Romani, gettando le basi di Firenze, avevano accolto i profughi scampati alla distruzione della loro città. Il poeta riteneva che la propria famiglia discendesse dai Romani, quindi quanto detto dal suo mentore sembra confermare una divisione di fondo tra esso e i suoi concittadini, sfociato nel tempo nellʼodio provato contro di lui specialmente dai Guelfi di parte Bianca e di parte Nera; la prima, perché il poeta se ne allontanerà dopo la battaglia della Lastra – riferimento, questo, che si arguisce dalla profezia del suo antenato Cacciaguida, quando lo incontrerà in Paradiso; la seconda, in quanto avversaria di ʻpartitoʼ.

Ma Brunetto Latini si mostra certo che i suoi avversari non riusciranno a prevalere sul poeta – qui non sarà esattamente così – interpretiamolo pertanto come un augurio che Dante fa a sé stesso – perché un brutto giorno sarà esiliato insieme ai suoi compagni di sventura – e auspica loro di divorarsi a vicenda e di non toccare la pianta, i discendenti del sangue romano, la sementa santa che fu gettata nella fondazione della città, ammesso che se ne trovino ancora nel letamaio fiorentino.

O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

O Capaneo, in ciò che non s'ammorza

Capaneo. Uno dei “Sette contro Tebe”. I sei sovrani ellenici che diedero lʼassalto a Tebe, insieme a Polinice, per scacciarne Eteocle, fratello di questʼultimo. Dalla mitologia alla storia della letteratura, il cammino non è stato arduo. Lo ritroviamo, infatti, nel 14^ canto dellʼInferno, nel terzo girone del settimo cerchio infernale, tra chi spregiando Dio col cor, favella, come Virgilio aveva spiegato al poeta, durante la sosta dietro il sepolcro che conserva le spoglie di Anastasio II.

Capaneo, sulle mura della città, ebbro della vittoria appena conseguita, e sicuro della propria forza, aveva sfidato Giove a difendere la città, cosicché il capo degli dèi testé gli aveva scagliato contro scagliato un fulmine. Già colpito, rimase ancora in piedi per un poʼ, ed esalò lʼultimo respiro ergendo la testa verso le stelle, sì sconfitto ma nemmeno lontanamente pronto ad accettare il suo destino.

Dante, sulle orme di Stazio, colloca questo indomito personaggio nel sabbione dei violenti contro Dio, appunto i bestemmiatori, riverso sotto la pioggia di fuoco come i suoi innumerevoli compagni di sorte; ma mentre costoro agitano forsennatamente le loro povere mani, nella vana speranza di allontanare da sé le larghe falde che in eterno cadono su di essi, Capaneo se ne sta immobile, “tanto che la pioggia di fuoco non sembra che domi la sua arroganza ”, annota diligentemente il poeta.

Infatti, egli non vuol dare a Giove la soddisfazione di vederlo soffrire, e immediatamente appare a Dante in atteggiamento di sprezzo per tutto, mentre gira lo sguardo torvo attorno a sé. E non appena si accorge che Dante lo ha notato – perché sente che il poeta si è rivolto a Virgilio, domandandagli chi fosse quel tipo – egli si presenta.

Nessuno al mondo, perfino Giove, ha potuto e può farlo diventare un altro: “ebbe e par ch’elli abbia Dio in disdegno, e poco par che ʼl pregi”, non a caso evidenzia il poeta nel racconto di questo incontro. Dove Capaneo rievoca irato il suo ultimo giorno di vita; “perfino da morto, se Giove mi scagliasse di nuovo il suo fulmine, anzi se mi scagliasse tutti i fulmini che ha a disposizione Vulcano, facendo lavorare forsennatamente i Ciclopi fabbri, non potrebbe nemmeno ora avere una vendetta tale che lo possa appagare pienamente”.

A costui replica Virgilio, dicendogli con una veemenza inusitata – tanto che lo stesso Dante se ne meraviglia – che la punizione divina non consiste nellʼobbligarlo a sottomettersi, e a sopportare chissà quale pena, ma risiede proprio nella rabbia impotente che lo divorerà per sempre, vale a dire nello stesso inutile disprezzo che egli nutre per la divinità: “O Capaneo, in ciò che non sʼammorza la tua superbia, seʼ tu più punito…