In quel che s’appiattò miser li denti

In quel che s'appiattò miser li denti

Stanno ancora lì, piantati, di fronte a quel tronco rinsecchito e contorto, dalla cui ferita – provocata da Dante, avendone divelto un rametto – fuoriesce, mischiata al sangue, una voce dolente e tuttavia intrisa di dignità.

La voce ha appena detto ai due poeti che, nel caso dei suicidi, quando l’anima si allontana dal corpo, Minosse la scaraventa nel secondo girone del settimo cerchio, dove da seme di spelta diviene stelo d’erba e poi pianta selvatica. Le Arpie, nutrendosi poi delle sue foglie, feriscono quella pianta, dando modo al dolore di estrinsecarsi. Infine, nel giorno del Giudizio anche le anime come lei si presenteranno all’appello per riprendersi i corpi, che trasporteranno lì nella selva, dove resteranno sospesi al cespuglio corrispondente all’anima che è stata ostile verso il proprio corpo.

Canto 13^ dell’Inferno, nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, secondo girone del settimo cerchio dellʼInferno, in cui abbiamo intrapreso la strada verso la parte finale dello stesso.

E dove il poeta, nel proseguimento del racconto, conferma quanto detto in apertura: “Noi stavamo ancora concentrati sul tronco, pensando che volesse continuare a parlare con noi, quando fummo sorpresi da un rumore improvviso, similmente a quanto accade al cacciatore che dal suo covo avverte il sopraggiungere del cinghiale incalzato dai battitori, che ode abbaiare i cani, e vede le fronde agitarsi”.

A un tratto – continuiamo noi – appaiono due dannati, nudi e graffiati, che correndo spezzano tutti gli sterpi del sottobosco. Quello di testa grida: “Vieni, vieni, dannazione eterna!”. E il compagno, che sembra troppo lento, di rimando: “Lano, non andavi così veloce a Pieve del Toppo!”

E poiché forse non respira più, si ferma e si acquatta dietro ad un arbusto tutto ritorto. Nel frattempo dietro a loro la selva si riempie di cagne nere, affamate e sfrenate alla corsa.

In quel che s’appiattò miser li denti, e lo ridussero a pezzi; poi trascinarono via quel corpo straziato”, conclude il poeta.

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