In quel che s’appiattò miser li denti

In quel che s'appiattò miser li denti

Stanno ancora lì, piantati, di fronte a quel ramo troncato dalla cui ferita provocata da Dante, avendone divelto un ramoscello frondoso, fuoriesce con il sangue la voce dolente di Pier della Vigna. 

La voce di questi ha appena detto ai due poeti che, nel caso dei suicidi, quando l’anima si allontana dal corpo, Minosse la manda al punto di approdo del settimo cerchio, precipitando nella selva, dove da chicco di spelta si trasforma in stelo erboso e in pianta selvatica.

Le Arpie, nutrendosi poi delle sue foglie, producono sofferenza, e un’apertura da dove escono i lamenti. Infine, come le altre anime verranno sulla Terra per riprendere i loro corpi, ma non tuttavia che qualcuna se ne rivesta. Lì trasporteranno lì nella triste selva , dove saranno sospesi al cespuglio spinoso della sua ombra ostile. 

Canto 13^ dell’Inferno, nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, secondo girone del settimo cerchio dellʼInferno, in cui abbiamo intrapreso la strada verso la parte finale dello stesso. 

E dove il poeta, nel proseguimento del racconto, conferma quanto detto al principio: “Noi eravamo ancora attenti al ramo troncato, pensando che ci volesse dire altre cose, quando fummo colti di sorpresa da un rumore, analogamente al cacciatore che sente venire il gruppo dei battitori e dei cani verso il luogo del suo appostamento, che ode le bestie, e frusciare i ramoscelli frondosi.

“Ed ecco due dalla parte sinistra, nudi e graffiati, correre fuggendo così velocemente, che spezzavano ogni cespuglio della selva. Quello che stava davanti…”, ora continuiamo noi, invoca la morte di soccorrerlo. E l’altro, cui sembra di andare troppo lento, gli grida contro, chiamandolo Lano, che le sue gambe non furono così rapide negli scontri dalle parti del Toppo.  E dal momento che forse gli manca il fiato, si avviluppa strettamente a un cespuglio diventando una cosa sola con esso. 

“Dietro a loro la selva era affollata di cagne nere, piene di brame e sfrenate alla corsa come cani da caccia che fossero liberati dal guinzaglio. Addentarono quello che si era acquattato, e lo lacerarono pezzo a pezzo; poi si portarono via quelle membra doloranti”, conclude il poeta.

Non è nuova alli orecchi miei tal arra

Non è nuova a li orecchi miei tal arra

A un certo punto della conversazione tra Dante e Brunetto Latini, il primo ha risposto al secondo – dopo una lunga dissertazione di costui sui vizi dei Fiorentini, e del loro atteggiamento presente e futuro nei confronti del poeta – che se avesse potuto esaudire pienamente il suo vero desiderio, il mentore sarebbe ancora in vita.

Infatti, al poeta è rimasta impressa nella sua memoria la figura di padre benevolo assunta dal suo maestro, allorché via via gli dimostrava con il suo grande esempio come il ricordo negli uomini non cesserà mai a causa della gloria che solo i virtuosi possono avere; e tutto quanto il suo gradimento per questo, si dovrà riconoscere dalle sue parole.

Per la qual cosa egli ricorderà quello che il maestro gli ha rivelato sulla sua sorte, conservandolo come un bene prezioso, perché gli venga chiarito da Beatrice, nel momento in cui la incontrerà. Qui Dante si è fermato; stava per dire qualcosa dʼimportante, soprattutto a suo favore. E sorridendo al suo mentore…

Ci stiamo avviando verso la conclusione del 15^ canto dellʼInferno. E alla fine si sta avviando anche il dialogo tra Dante e Brunetto Latini, nella spianata sabbiosa che funge da terzo girone del settimo cerchio della voragine infernale.

Questo io voglio che vi sia chiaro”, riprende a dire il poeta, “solo che la mia coscienza non mi rimbrotti, che sono pronto per la Fortuna, come piace a lei. Non è nuova alli orecchi miei tal arra: pertanto la Fortuna giri la sua ruota come vuole, e il villano usi la sua zappa”.

Qui Virgilio, che precede entrambi gli interlocutori di una spanna su uno degli argini di pietra delimitanti il ruscello di sangue, piega la testa a destra e, girandosi, ribatte prontamente a Dante con voce ferma: “Ricordati che è un buon ascoltatore chi rammenta ciò che gli è stato detto”.

Né tuttavia tralascio di parlare con ser Brunetto”, racconta qui il poeta, “e gli domando chi sono i suoi compagni di sventura di più chiara fama e risonanza”.

E il vecchio maestro di Dante così risponde: “La conoscenza della condizione di qualcuno dei miei compagni è buona cosa; degli altri, invece, è meglio non parlarne, perché il tempo non basta per raccontare le loro gesta. Comunque, sappi che furono tutti religiosi e sommi e famosi letterati, che in vita si contraddistinsero per essersi insozzati della stessa colpa”. E non finisce qui!