Queste parole fuor del duca mio

queste parole fuor del duca mio

Dopo aver rimbrottato quel grande – Capaneo, per la cronaca – che, seppure da sdraiato, manifestava tutta la propria arroganza, irridendo la divinità, nella fattispecie Giove, e avergli descritto le sue gesta, Virgilio ha avvertito l’allievo di seguirlo, facendo attenzione a non calpestare la sabbia rovente, ma di camminare sempre rasente le ultime propaggini arboree dell’orrida selva dei suicidi e degli scialacquatori.

Avviatisi, l’uno davanti all’altro, nel terzo girone del settimo cerchio della voragine infernale, giungono senza aver bisogno di continuare a parlare nei pressi di un rivo, che sgorga appena fuori della selva, il cui colore rosso genera sgomento nell’animo del poeta, come egli candidamente confessa nella narrazione.

Siamo nel canto 14^ dell’Inferno, poco al di là della parte centrale dello stesso. Dove il poeta si riprende il filo di quella narrazione, dilettandosi in una interessante similitudine.

Leggiamola insieme: “Come dalla sorgente di Bulicame fuoriesce un corso d’acqua che poi le lavoranti addette alla pettinatura del lino e della canapa si dividono tra di loro, così quello si faceva strada verso il basso attraverso la sabbia. Il suo alveo e ambedue i fianchi erano costruiti in pietra, e pure i margini laterali; e perciò io mi avvidi che il varco era lì”.

Tra le diverse cose che ti ho mostrato, dopo aver varcato la porta dell’Inferno, tu non hai visto niente di notevole come questo ruscello, che spegne sopra il suo alveo tutte le falde di fuoco”.

Queste parole fuor del duca mio”, ci ricorda il poeta; “per la qual cosa io gli chiesi che mi spiegasse meglio ciò che egli volesse dire”. E resta in paziente attesa della risposta del maestro. Che, come solitamente avviene, non si fa attendere.

Surge in vermena e in pianta silvestra

surge in vermena e in pianta silvestra

13^ canto dell’Inferno. Oltre il centro.

Indugiò un poco, e poi il poeta mi disse: “Dal momento che egli si astiene dal parlare, non lasciarti sfuggire il momento opportuno; ma parla, e chiedi a lui, se desideri sapere altro”.

Pertanto io a lui: “Domandagli tu di nuovo su quel che stimi che mi accontenti; poiché non potrei, tanta è la compassione che mi addolora”.

“Possa compiersi per te spontaneamente ciò che esprimono le tue parole, spirito prigioniero, inoltre ti sia gradito di dirci come lʼanima si congiunge a queste piante dai rami nodosi; e dicci,  se tu puoi, se mai qualcuna si scioglie da membra così incredibili come queste”.

A quel punto il ramo troncato emise sospiri con forza, e poi con quel soffio si mutò in questo discorso: “Vi risponderò in breve. Nel tempo in cui l’anima crudele si allontana dal corpo da cui si è strappata essa stessa, Minosse la manda al settimo cerchio. Precipita nella selva, e non le è scelto un luogo; ma là dove la getta il caso, germina lì come un chicco di spelta”.

“Si trasforma in stelo erboso e in pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi poi delle sue foglie, producono sofferenza, e un’apertura da dove escono i lamenti. Come le altre  verremo per riprendere i nostri corpi, ma non dico tuttavia che qualcuna se ne rivesta, perché non è giusto avere ciò che ci si sottrae. Li trasporteremo qui, e i nostri corpi saranno sospesi nella desolata selva, ognuno al cespuglio spinoso della sua ombra ostile”.

Da leggere: In quel che s’appiattò miser li denti del 20.02.2019