Or mi vien dietro, e guarda che non metti

14^ canto dell’Inferno.

Quarta parte.

In quel momento la mia guida parlò con voce tanto forte e risentita, come non l’avevo mai udita così con forza: “O Capaneo, proprio in ciò che la tua superbia non si spegne, tu sei più punito; nessun tormento, tranne che la tua rabbia, sarebbe una sofferenza adeguata alla tua ira rabbiosa”.

Poi si volse a me con aspetto più benevolo e raddolcito, dicendo: “Quegli fu uno dei sette re che assediarono Tebe; ed ebbe e appare che egli abbia Dio in disprezzo, e appare che lo apprezzi poco; ma, come io gli dissi, i suoi disprezzi sono decorazioni assai convenienti al suo petto. Ora seguimi, e sta’ attento che non poni, anche, i piedi sulla sabbia riarsa; ma in ogni momento tieni i piedi vicini al bosco”.

@ OR MI VIEN DIETRO, E GUARDA CHE NON METTI

E quel medesmo, che si fu accorto

14^ canto dell’Inferno.

Terza parte.

Cominciai: “Maestro, tu che superi tutti gli ostacoli, eccetto che i demoni tenaci che ci si fecero incontro minacciosamente all’ingresso della porta, chi è quel grande che non sembra che prenda in considerazione il fuoco e sta disteso sprezzante e bieco, così che la pioggia non sembra che lo tormenti?”.

E quello stesso, che si era avveduto che io domandavo di lui alla mia guida, gridò: “Quale io fui da vivo, tale sono da morto. Anche se Giove rendesse stanco il suo fabbro da cui adirato afferrò la saetta appuntita da cui fui colpito il giorno della mia morte; o anche se egli rendesse stanchi gli altri a vicenda nell’officina oscura del Mongibello, incitando “Valente Vulcano, aiuto, aiuto!”, come egli fece nel combattimento di Flegra, e mi scagliasse saette con tutta la sua forza: non ne potrebbe avere la gioiosa soddisfazione di vedermi umiliato”.

@ E QUEL MEDESMO, CHE SI FU ACCORTO