Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia

Tacendo divenimmo là 've spiccia

Dante ha ascoltato con molta attenzione la risposta rabbiosa proveniente da un dannato dallʼaspetto forzuto, visto sdraiato e in disparte sulla spianata sabbiosa, che funge da terzo girone del settimo cerchio dellʼabisso infernale.

Questo dannato, udito il poeta che domandava a Virgilio chi mai fosse quel grande che si staccava dagli altri in modo tanto evidente, gli ha detto in modo arrogante che egli è la stessa persona, sia da vivo sia da morto. Per cui, sebbene anche ora Giove avesse stancato il prode Vulcano, o avesse sfiancato per la fatica tutti i Ciclopi messi insieme, invocando sempre Vulcano, come accadde nella battaglia di Flegra, per fabbricare i fulmini e li avesse scagliati su di lui con tutta la forza possibile, non avrebbe avuto che una gioia effimera.

Ci troviamo nel 14^ canto dellʼInferno, quasi nella parte centrale. Il luogo: lo abbiamo ricordato poco fa. Dove si legge di Virgilio, che si scaglia contro colui che ha risposto direttamente a Dante, e indirettamente a entrambi.

Così, con voce veemente: “O Capaneo, la punizione più grave sta nel fatto che tu non ti vuoi piegare e la tua arroganza lo dimostra; nessun altro martirio, eccetto la tua rabbia, sarebbe una giusta punizione per la tua empietà”.

Ciò detto, il maestro, con il volto sereno e con la voce improvvisamente pacata, si rivolge a Dante, che lo guarda al colmo della meraviglia, dicendogli: “Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe; e il suo disprezzo per la divinità sembra sia rimasto identico a quanto provava in vita. Tuttavia, come io gli ho detto in unʼaltra occasione, i suoi atteggiamenti sprezzanti sono la rappresentazione del castigo che si è meritato, come i fregi sono orpelli sul petto”.

A questo punto Virgilio sʼinterrompe e scruta con gli occhi vivaci lontano da sé, al di là della vasta spianata di sabbia – ricordiamo al fedele lettore che entrambi sono appena usciti dalla selva dei suicidi e degli scialacquatori, e si trovano appunto ai margini del sabbione. Fatto questo, si gira verso lʼallievo per concludere: “Ora stammi dietro, e staʼ attento a non poggiare i piedi sulla rena arroventata; ma procedi sempre vicino al bosco”.

E così entrambi riprendono il cammino, lʼuno davanti e lʼaltro a seguire. “Tacendo divenimmo là ʼve spiccia fuori dalla selva un ruscello, il cui colore rosso tuttora mʼincute paura”, chiosa il poeta. Dove andranno?

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