Io non osava scender de la strada

Io non osava scender de la strada

Il maestro! Colui che negli anni duri della sua adolescenza gli aveva fatto gustare il sapore della cultura, quella vera! Oh, il suo precettore era lì. Non gli sembrava vero al nostro carissimo poeta. E la sorpresa era stata enorme, al di là di ogni immaginazione.

E avutane subitanea conferma, egli si era fermato di colpo, mentre camminava a passo svelto dietro Virgilio sopra uno degli argini di pietra, quasi volesse rivivere con nostalgia quegli anni, scambiando le classiche due parole con ser Brunetto.

Perciò, quando gli era stato detto di non dispiacersi se Brunetto Latino poteva fermarsi, ovviamente non troppo a lungo, come diremo, egli non poteva chiedere di più: gli aveva risposto, infatti, che se non lo avesse chiesto il maestro, sarebbe stato lui a farlo; anzi, si sarebbe messo addirittura a sedere, ammesso chiaramente che Virgilio glielo avesse permesso. E con lʼindice glielo aveva additato.

Continua il canto 15^ dellʼInferno, quello dellʼincontro con Brunetto Latini, e ci troviamo nel settimo cerchio, terzo girone, nella zona riservata ai sodomiti.

Dove il mentore del poeta ribatte così al suo allievo prediletto: “O figliolo, chiunque tra i sodomiti si fermi è destinato poi a stare sdraiato a lungo senza che le mani gli servano a difendersi quando lo colpiscano le falde di fuoco. Per questo motivo vaʼ pure avanti: io ti verrò dietro; e soltanto dopo aver parlato con te, raggiungerò la mia masnada, che si lamenta a causa dei suoi eterni tormenti”.

Io non osava scender de la strada per camminare al suo stesso livello”, precisa il poeta; ed egli continua ad andare a testa bassa, come chi sta in atteggiamento di deferenza verso il proprio interlocutore.

Brunetto Latini allora ne approfitta, per chiedergli con voce colma di affetto: “Quale destino o volontà di Dio ti ha fatto arrivare quaggiù anzitempo? e chi questi che ti accompagna?”.

Durante la mia vita”, Dante gli risponde con tono prima contrito, poi orgoglioso, “mi sono smarrito nella selva del peccato e del dolore, non lontano dalla mezza età. Ma proprio ieri mattina, grazie alla mia guida, me ne sono allontanato: egli mi si è mostrato, mentre stavo di nuovo precipitando verso i meandri oscuri di quella selva, e adesso mi sta riportando sulla giusta via attraverso questo viaggio”. Bene. Il dialogo è appena agli inizi…

Piovean di foco dilatate falde

Piovean di foco dilatate falde

Chi sono quelle anime che Virgilio e Dante hanno davanti ai propri occhi, e che colmano con la loro presenza la superficie sabbiosa di una grande spianata?

Sì, le stanno guardando quasi studiandole – hanno, infatti, uno sguardo acceso dʼinteresse – dal margine del sabbione, che circonda la selva dei suicidi e degli scialacquatori appena visitata, e che rappresenta nellʼordinamento infernale il terzo girone del settimo cerchio.

Dal resoconto che il poeta ne fa a beneficio del lettore, nel 14^ canto dellʼInferno appena iniziato, apprendiamo che alcune di quelle anime stanno distese a terra – e sono i bestemmiatori, tra i quali si distingue Capaneo di cui avremo notizie quanto prima – altre siedono tutte ripiegate su loro stesse – e sono gli usurai – altre ancora camminano senza fermarsi mai – e sono i sodomiti.

Apprendiamo, inoltre, che la schiera che cammina incessantemente è decisamente quella più numerosa, mentre quella supina lo è di meno, ma si lamenta maggiormente.

Ma la descrizione non finisce qui – i dannati avrebbero esultato di ciò: infatti, dovʼè il supplizio?

Eccolo. Sopra tutta lʼestensione della spianata sabbiosa, con estrema lentezza, “piovean di foco dilatate falde”, racconta il poeta, “similmente alla neve che cade sulla cima delle montagne più alte quando non soffia il vento”.

A questo punto Dante si lancia in unʼardita similitudine, per dare lʼidea di quello che vede. Leggiamo: “Come Alessandro Magno nelle zone più calde del sub-continente indiano vide precipitare a terra sopra il suo esercito una pioggia di fuoco, per cui egli ordinò ai suoi soldati di pestare più volte il terreno coi piedi, affinché la materia incandescente si estinguesse intanto che lʼincendio era agli inizi: allo stesso modo scendevano le falde di fuoco senza tregua e senza fine; e la sabbia si arroventava, come la materia infiammabile brucia per la scintilla della pietra focaia colpita dallʼacciarino, ad accrescere la sofferenza dei dannati”.

A seguito della caduta continua delle falde di fuoco, i dannati non possono fare altro che ruotare le mani con un rapido movimento, ora da una parte ora dallʼaltra nellʼillusione di allontanare da loro le fiamme appena cadute. Appunto, nellʼillusione.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi

Eccoli. Ne vediamo a malapena le sagome che avanzano nella selva dei suicidi e degli scialacquatori, che funge da secondo girone del settimo cerchio dell’Inferno, schivando di qua e di là – chiaramente ciò riguardando soltanto Dante – i cespugli spinosi che la popolano in gran quantità.

Tutto ciò lo troviamo nella parte iniziale del 13^ canto dellʼInferno, dove i due poeti, lasciati ai margini della selva da Nesso, il quale, su ordine perentorio del suo capo Chirone, li ha scortati fin lì, si sono da poco inoltrati negli intricati meandri della stessa.

Virgilio non ha perso tempo nel dire a Dante dove essi sono finiti, anticipandogli anche che a breve avrebbe visto delle cose talmente fuori dal comune – sebbene gli scenari che aspettano il poeta di lì in poi non saranno meno straordinari – che se gliene avesse fatto cenno, il poeta non gli avrebbe creduto.

Finito Virgilio di parlare, il poeta ode da ogni punto lamentarsi e non vede nessuno che lo faccia; e perciò si ferma completamente turbato. “Io credo che egli credette che io credessi che i tanti lamenti provenissero, tra quei pruni, da dannati che non fossero a noi visibili”, egli chiosa.

Perciò Virgilio gli dice: “Se tu recidi qualche ramoscello frondoso di una di queste piante, i tuoi pensieri si riveleranno tutti falsi”, ben consapevole di ciò che Dante sta pensando.

Di conseguenza il poeta, ligio ai comandi del maestro, protende la mano un poco avanti e divelle un ramoscello da un grande cespuglio spinoso; e il suo ramo troncato grida: “Perché mi rompi?”.

Allorché diventa poi di colore scuro per il sangue, ricomincia a dire: “Perché mi strappi? Tu non hai nessun sentimento di compassione? Fummo uomini, e ora siamo diventati cespugli spinosi: tuttavia la tua mano sarebbe dovuta essere più pietosa, anche se fossimo state anime di serpi”.