I’ fui de la città che nel Batista

13^ canto dell’Inferno.

Ultima parte.

Diceva: “O Giacomo di Sant’Andrea, a che cosa ti è stato utile servirti di me come mezzo di riparo? che colpa ho io della tua vita peccaminosa?”.

Quando il maestro si fermò vicino a lui, disse: “Chi fosti, che attraverso tante ferite emetti parole dolenti con il sangue?”. 

Ed egli a noi: “O anime che siete arrivate per vedere la lacerazione indecorosa che ha staccati così da me i miei ramoscelli con le foglie, metteteli insieme alla base dello sventurato cespuglio. Fui della città che col Battista sostituì il primo patrono; ed egli per questo la rattristerà sempre con le lotte civili; e se non fosse che in capo del Ponte Vecchio all’Arno si tramanda anche ora di lui una figura comunque ridotta, quegli abitanti che poi la riedificarono sopra le rovine che rimasero dopo Attila, avrebbero fatto lavorare invano i costruttori. Io feci della mia casa un luogo di supplizio”.

@ I’ FUI DE LA CITTÀ CHE NEL BATISTA

In quel che s’appiattò miser li denti

13^ canto dell’Inferno.

Sesta parte.

Noi eravamo ancora attenti al ramo troncato, pensando che ci volesse dire altre cose, quando fummo colti di sorpresa da un rumore, analogamente a colui che sente arrivare il cinghiale e il gruppo dei battitori e dei cani verso il luogo del suo appostamento, che ode le bestie, e frusciare i ramoscelli frondosi. Ed ecco due dalla parte sinistra, nudi e graffiati, correre fuggendo così velocemente, che spezzavano ogni cespuglio della selva.

Quello davanti: “Ora soccorri, soccorri, morte!”. E l’altro, al quale sembrava di andare troppo lento, gridava: “Lano, le tue gambe non furono così rapide negli scontri dalle parti del Toppo!”. E dal momento che forse gli mancava il fiato, fece un solo viluppo di sé e di un cespuglio. Dietro a loro la selva era affollata da cagne nere, piene di brame e sfrenate alla corsa come cani da caccia che fossero liberati dal guinzaglio. Addentarono quello che si era acquattato, e lo lacerarono pezzo a pezzo; poi si portarono via quelle membra doloranti. A quel punto la mia guida mi prese per mano, e mi condusse al cespuglio che piangeva invano attraverso le fessure sanguinanti.

@ IN QUEL CHE S’APPIATTÒ MISER LI DENTI

Surge in vermena e in pianta silvestra

13^ canto dell’Inferno

Quinta parte.

Perciò ricominciò: “Ti si possa compiere spontaneamente ciò che le tue parole pregano, spirito prigioniero, ti sia gradito inoltre di dirci come l’anima si congiunge a queste piante dai rami nodosi; e dicci, se tu puoi, se mai qualcuna si scioglie da membra così incredibili come queste”. 

A quel punto il ramo troncato emise sospiri con forza, e poi quel soffio si mutò in questo discorso: “Vi risponderò speditamente. Nel tempo in cui l’anima crudele si allontana dal corpo da cui si è strappata essa stessa, Minosse la manda al settimo cerchio. Precipita nella selva, e non le è scelto un luogo; ma là dove la getta il caso, lì germina come un chicco di spelta.  

“Si trasforma in stelo erboso e in pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi delle sue foglie, producono sofferenza, e un’apertura da dove escono i lamenti. Come le altre verremo per riprendere i nostri corpi, ma non dico tuttavia che qualcuna se ne rivesta, perché non è giusto avere ciò che ci si sottrae. Li trasporteremo qui, e i nostri corpi saranno sospesi nella desolata selva, ciascuno al cespuglio spinoso della sua ombra ostile”.

@ SURGE IN VERMENA E IN PIANTA SILVESTRA