Tutti son pien di spirti maladetti

Tutti son pien di spirti maladetti

Una volta allontanatisi da Farinata degli Uberti, incontrato tra gli eretici del sesto cerchio dell’Inferno, i due poeti si riparano dietro il sepolcro che custodisce le spoglie di papa Anastasio II, per abituarsi al tremendo olezzo risalente dalle parti basse del baratro infernale.

Qui Virgilio dà il via a una lunga descrizione riguardante la tipologia dei dannati – di tutti, quelli già incontrati e quelli che dovranno incrociare – nonché le modalità attraverso cui la giustizia divina li ha suddivisi nelle varie partizioni dell’Inferno.

Così il maestro ricorda all’allievo che, fatta eccezione delle anime del Limbo e gli eretici del sesto cerchio, hanno fatto la conoscenza degli incontinenti: lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi, cioè coloro che hanno avuto in vita quella disposizione d’animo consistente nel cercare a tutti i costi il godimento fine a sé stesso, al di là di ciò che è ritenuto giusto e lecito dalla morale corrente.

Nei cerchi del basso Inferno, continua Virgilio, che tutti son pien di spirti maladetti, si troveranno a contatto, più o meno stretto, con i peccatori che ebbero come unico scopo della loro vita l’ingiuria, ossia l’infrazione della legge di Dio o della Natura, che sancisce rapporti e obblighi dell’essere umano nei confronti della Deità, rispetto a sé stessi e verso il prossimo.

La suddetta infrazione, specifica il maestro, può manifestarsi con la violenza o con la frode. E la seconda è tanto più grave quanto più è indirizzata contro chi, essendo legato a noi da vincoli, come la parentela, l’amicizia, la riconoscenza e l’appartenenza alla stessa patria, abbia motivo di fidarsi di più del nostro comportamento.

Per cui “Figliolo”, conclude Virgilio, “nel prosieguo del viaggio, t’imbatterai nei peccatori di violenza, nel settimo cerchio, poi nell’ottavo, ripartiti in dieci fosse concentriche, troverai i fraudolenti ‘contro chi non si fida’, e da ultimo, nel nono, divisi in quattro schiere, i fraudolenti ‘contro chi si fida’: i traditori, i peggiori in assoluto dei dannati”.

Insomma, il canto undicesimo dell’Inferno, quello dove si svolge quanto sopra – dove in verità di poesia ce n’è poca – “nel suo genere, è un modello di esposizione lucida, ordinata, ben distribuita nelle sue parti e giova a far meglio comprendere al lettore la qualità specifica dell’arte di Dante e la presenza in essa di un robusto e non trascurabile scheletro dottrinale”. Sapegno docet. Come dargli torto?

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