Se tu riguardi ben questa sentenza

Se tu riguardi ben questa sentenza

Dietro la pietra sepolcrale dell’avello del papa Anastasio II, Virgilio ha appena finito d’illustrare a Dante, nel sesto cerchio dell’Inferno, la situazione dei dannati che la giustizia divina ha inteso porre nei cerchi più bassi dell’Inferno, che il poeta – a quel punto immaginiamo impaziente alquanto, vista la lunga dissertazione del maestro – gli chiede conto del motivo per cui gli incontinenti, vale a dire gli iracondi e gli accidiosi, i lussuriosi, e i golosi, e gli avari e prodighi, non siano puniti nella parte interna della città di Dite, se Dio non li ha in inimicizia. Per la qual cosa il maestro gli intima di rivolgere un pensiero all’Etica nicomachea.

Se tu consideri attentamente questa tesi”, egli prosegue, “e ti ricordi chi sono quelli che fuori della città di Dite subiscono la pena inflitta come punizione, comprenderai sicuramente perché siano distinti da questi malvagi, e perché meno adirata li punisca la giustizia divina”. 11^ canto dell’Inferno, verso la fine.

Bene. Fermiamoci qui e fissiamo la nostra attenzione sull’opera aristotelica, analizzando, per quanto possibile, i rapporti tra il poeta e la stessa, e soprattutto l’utilizzo che Dante ne ha fatto nelle sue opere .

Anzitutto, che cos’è l’Etica nicomachea? Di certo è il più importante trattato di Aristotele sulla morale. Divisa in dieci libri, fu chiamata così perché probabilmente dedicata a suo figlio Nicomaco. A Dante pervenne previa la più nota traduzione in latino della sua epoca, eseguita da Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, tra il 1240 e il 1249, con il nome di Liber Ethicorum, che fu rivista nel 1260 da Guglielmo di Moerbeke – quella da cui il poeta trasse i maggiori spunti – da cui il commento di Tommaso d’Aquino nel 1266, anch’esso fonte preziosa per le citazioni dantesche.

L’Etica nicomachea fu senza dubbio l’opera del filosofo greco che Dante conobbe meglio e alla quale fu maggiormente legato – vedi appunto l’inciso da cui siamo partiti. Per questo egli la citò sovente nelle sue opere, e non ci fu libro o passo che non abbia studiato a fondo.

In sostanza, tutte o quasi le dottrine aristoteliche più di rilievo, furono da Dante riportate nelle sue opere, in specie nel Convivio, nel De Monarchia e nella Quaestio, oltre al riferimento sopra citato: dalle avvertenze circa il metodo della scienza alla dottrina del bene come fine e del fine come felicità, dalla classificazione delle virtù etiche alla dottrina della giustizia e dell’equità, dalla distinzione delle parti dell’anima alla trattazione della prudenza, dalla classificazione dei peccati, che sta alla base dell’ordinamento morale dell’Inferno, alla dottrina dell’amicizia e alla supremazia della vita contemplativa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...