Le sue parole e ‘l modo de la pena

Le sue parole e 'l modo de la pena

Sesto cerchio dellʼInferno. Mentre Dante dialoga in modo concitato con Farinata degli Uberti – il quale poco prima lo ha apostrofato con lʼepiteto di “Toscano” – unʼanima dannata si leva a un tratto dallo stesso avello, e si rende visibile fino al mento, come se fosse inginocchiata.

Questa, dopo aver lanciato di qua e di là uno sguardo ansioso, per verificare se con Dante vi fosse qualcun altro, chiede tra le lacrime perché mai suo figlio non si trovi in loro compagnia, visto che Dante è giunto fin lì, compiendo quel viaggio con la stessa eccellenza d’intelletto che appartiene di diritto anche a quegli.

E il poeta, che lʼha riconosciuto immediatamente – non a caso chioserà: “Il suo discorso e la specie del tormento mi avevano già manifestato il nome di costui” – risponde che sta facendo il viaggio che il suo Guido ebbe in disprezzo. Udendo ciò, Cavalcante de’ Cavalcanti – questo è il dannato levatosi in ginocchio – si drizza come se un tremendo sospetto lo avesse folgorato: “Visto che questi parla al passato, allora il mio Guido non vive più!”.

A questo punto, il poeta esita a rispondere, mostrando anchʼegli di essere sorpreso da un dubbio che, però, più in là gli chiarirà Farinata degli Uberti. E il nostro Cavalcante, credendo di cogliere in quella esitazione una conferma del suo sospetto, si accascia nellʼavello, scomparendo per sempre alla vista.

Lʼapparizione improvvisa di questo personaggio – che interrompe momentaneamente il ʻbotta e rispostaʼ tra Dante e Farinata degli Uberti, di cui Dante ci fa il resoconto nel 10^ canto dellʼInferno, quello degli eretici, tra cui spiccano gli epicurei – sʼinserisce con un mirabile equilibrio in quel dialogo, senza con ciò minarne la intrinseca drammaticità, sia per gli argomenti trattati, sia per il luogo in cui si svolge.

Cavalcante de’ Cavalcanti fu un nobile fiorentino vissuto alla fine del Duecento (morì intorno al 1280), imparentato con i Guidi e i Salimbeni, e padre del poeta Guido, il primo amico di Dante. Guelfo, e podestà di Gubbio nel 1257, subì gli effetti di quanto avvenne nella battaglia di Montaperti (1260), quando gli odiati Ghibellini danneggiarono le sue case nel Mercato Vecchio, a Firenze. Di lui Boccaccio scrisse: “Fu leggiadro e ricco cavaliere, e seguì lʼoppinion dʼEpicuro in non credere che lʼanima dopo la morte del corpo vivesse e che il nostro sommo bene fosse neʼ diletti carnali”.

Corrien centauri, armati di saette

Corrien centauri, armati di saette

Scendendo dal pendio, dopo aver sostato lungamente dietro il sepolcro del papa Anastasio II, i due poeti, entrati nel settimo cerchio dell’Inferno, intravedono in lontananza delle strane creature, che corrono lungo la riva del fiume di sangue bollente e vermiglio, che funge da primo girone del cerchio stesso.

Impegnate nellopera di sorveglianza dei violenti contro il prossimo, immersi nello stesso, esse si dedicano con impegno a colpirli con le loro saette, quando costoro si sollevano dalla superficie, nella vana illusione di alleviare, almeno in parte, la loro pena.

Queste creature sono i Centauri, i quali, per la loro duplice essenza – umana ed equina – e per la tradizione letteraria latina, che li presentava pronti alla violenza e al ladrocinio, rappresentano per Dante, come del resto il Minotauro, la bruta avidità dei beni terreni e l’ira dissennata, attraverso cui si manifesta la parte peggiore del carattere umano e viene esaltata la brutalità dei comportamenti; e per questo motivo, il poeta li fa diventare i veri protagonisti del 12^ canto dellʼInferno, attraverso le figure di Chirone e di Nesso.

Il progenitore dei Centauri fu Issione, re tessalo dei Lapiti, il quale, ospitato nellʼOlimpo, tentò di sedurre Era, la sposa di Zeus, il quale gli inviò prontamente una sosia di costei. Dal rapporto nacque Centauro, un ibrido tra un uomo e un cavallo. Issione poi fu punito per questo suo ardire, ma il figlio sopravvisse e, secondo quando narra Pindaro, si accoppiò con le giumente del Monte Pelio, generando molte creature simili a lui, appunto i Centauri.

Lʼavvenimento cardine in cui costoro sono entrati di diritto nella mitologia greca, la Centauromachia – ne parla anche Omero nellʼOdissea – si ricollega alle nozze di Piritoo, anchʼesso re tessalo dei Lapiti, con Ippodamia. Invitati alla festa, essi ben presto si ubriacarono, sicché uno di essi, Euritione, tentò di violentare la sposa e i compagni, per non essergli da meno, si scagliarono addosso alle altre donne. Lasciamo al lettore immaginare il parapiglia che ne scaturì – al quale prese parte pure Teseo, amico dello sposo – che si concluse con la sconfitta dei Centauri, che furono cacciati dalla Tessaglia.

I centauri non rappresentano altro che una umanità selvaggia e agli estremi del mondo civile e religioso greco, per cui la lotta alle nozze di Piritoo significa il superamento di un simile modus vivendi, lʼentrata a tutti gli effetti nel vivere ʻcivileʼ, in netto contrasto con il vivere ʻincivileʼ.

Se tu riguardi ben questa sentenza

Se tu riguardi ben questa sentenza

Dietro la pietra sepolcrale dell’avello del papa Anastasio II, Virgilio ha appena finito d’illustrare a Dante, nel sesto cerchio dell’Inferno, la situazione dei dannati che la giustizia divina ha inteso porre nei cerchi più bassi dell’Inferno, che il poeta – a quel punto immaginiamo impaziente alquanto, vista la lunga dissertazione del maestro – gli chiede conto del motivo per cui gli incontinenti, vale a dire gli iracondi e gli accidiosi, i lussuriosi, e i golosi, e gli avari e prodighi, non siano puniti nella parte interna della città di Dite, se Dio non li ha in inimicizia. Per la qual cosa il maestro gli intima di rivolgere un pensiero all’Etica nicomachea.

Se tu consideri attentamente questa tesi”, egli prosegue, “e ti ricordi chi sono quelli che fuori della città di Dite subiscono la pena inflitta come punizione, comprenderai sicuramente perché siano distinti da questi malvagi, e perché meno adirata li punisca la giustizia divina”. 11^ canto dell’Inferno, verso la fine.

Bene. Fermiamoci qui e fissiamo la nostra attenzione sull’opera aristotelica, analizzando, per quanto possibile, i rapporti tra il poeta e la stessa, e soprattutto l’utilizzo che Dante ne ha fatto nelle sue opere .

Anzitutto, che cos’è l’Etica nicomachea? Di certo è il più importante trattato di Aristotele sulla morale. Divisa in dieci libri, fu chiamata così perché probabilmente dedicata a suo figlio Nicomaco. A Dante pervenne previa la più nota traduzione in latino della sua epoca, eseguita da Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, tra il 1240 e il 1249, con il nome di Liber Ethicorum, che fu rivista nel 1260 da Guglielmo di Moerbeke – quella da cui il poeta trasse i maggiori spunti – da cui il commento di Tommaso d’Aquino nel 1266, anch’esso fonte preziosa per le citazioni dantesche.

L’Etica nicomachea fu senza dubbio l’opera del filosofo greco che Dante conobbe meglio e alla quale fu maggiormente legato – vedi appunto l’inciso da cui siamo partiti. Per questo egli la citò sovente nelle sue opere, e non ci fu libro o passo che non abbia studiato a fondo.

In sostanza, tutte o quasi le dottrine aristoteliche più di rilievo, furono da Dante riportate nelle sue opere, in specie nel Convivio, nel De Monarchia e nella Quaestio, oltre al riferimento sopra citato: dalle avvertenze circa il metodo della scienza alla dottrina del bene come fine e del fine come felicità, dalla classificazione delle virtù etiche alla dottrina della giustizia e dell’equità, dalla distinzione delle parti dell’anima alla trattazione della prudenza, dalla classificazione dei peccati, che sta alla base dell’ordinamento morale dell’Inferno, alla dottrina dell’amicizia e alla supremazia della vita contemplativa.

Vedi là Farinata che s’è dritto

Vedi là Farinata che s'è dritto

A un dato punto del suo viaggio nel primo dei tre regni ultraterreni, Dante incontra, tra gli avelli con le pietre sepolcrali sollevate del sesto cerchio dell’Inferno, lʼanima dannata di Manente degli Uberti, detto Farinata dai contemporanei e successivamente famoso nei secoli con tale appellativo.

Infatti, nei meandri di questi avelli – siamo allʼinizio del 10^ canto dellʼInferno il poeta, dopo aver risposto a Virgilio che non vuole più fare domande a sproposito, essendo stato proprio lui a indurlo a tacere – e ciò perché si è sentito quasi rimproverato dal maestro sul fatto che non gli manifesti il suo desiderio di parlare con quell’eretico – si sente chiamare in tal modo proprio dalla voce di costui che, improvvisamente, squarcia il silenzio del luogo: “O Toscano che te ne vai ancora vivo attraverso il sesto cerchio parlando così onestamente, voglia tu soffermarti in questo luogo”.

Dunque chi era Farinata, il più noto esponente della casata fiorentina degli Uberti, di parte ghibellina? Nato a Firenze agli albori del ʼ200, quasi quarantʼanni dopo diverrà il capo di quella famiglia e di tutto il partito ghibellino. In tale veste, nel 1248, darà un rilevante contributo alla messa al bando dalla città di molti rappresentanti del partito guelfo, tra i quali alcuni Alighieri, grazie anche al sostegno dellʼimperatore Federico II.

Ma, rientrati costoro a Firenze tre anni più tardi, e riprese più cruente che mai le lotte intestine, verrà esiliato nel 1258 in compagnia di parecchi sodali. Riparato a Siena, col soccorso di Manfredi di Svevia riorganizzerà, in breve tempo, le schiere ghibelline. Le quali, il 4 Settembre 1260, sbaraglieranno in una sanguinosa battaglia un numeroso contingente guelfo a Montaperti.

Riconquistato così alla causa ghibellina il governo di Firenze, deciderà la seconda messa al bando dei Guelfi. Ma, nella successiva riunione di Empoli dei capi ghibellini, dove verrà proposta, in specie dai Pisani, la distruzione della “città del giglio”, egli sarà il solo che vi si opporrà con fermezza. E tale episodio sarà rivendicato con orgoglio proprio da lui, nel decimo canto dellʼInferno dantesco.

Dopo la sua morte nel 1264, e la sconfitta definitiva degli Svevi a Benevento, due anni dopo, il partito guelfo bandirà i Ghibellini dalla città, radendone al suolo le case, in primis e non a caso, quelle degli Uberti. Processati a posteriori, il buon Farinata e i suoi, tutti subiranno una condanna per eresia, o meglio per epicureismo, la dottrina filosofica per i cui seguaci lʼanima non era immortale.