Quivi si piangon li spietati danni

Quivi si piangon li spietati danni

Virgilio ha spiegato a Chirone – che in vita fu il precettore di Aristotele – di essere giunto fin lì, sulla riva del fiume di sangue bollente e vermiglio, il primo girone del settimo cerchio dell’Inferno, accompagnando Dante, perché unʼanima del Paradiso venne a trovarlo nel Limbo, per conferirgli un compito eccezionale: rendergli noto l’Inferno, attraverso il viaggio che stanno intraprendendo, e ciò per farlo ritornare sulla retta via che ha smarrito, perdendosi nei meandri del peccato.

Pertanto, gli assegnasse un suo sottoposto, atto a portare lo sventurato sulla schiena – aveva chiesto a Chirone – e fargli così guadare il fiume senza problemi.

Dopo tale perorazione, Chirone si era rivolto a Nesso – il Centauro che aveva avvistato per primo i due poeti – intimandogli di scortare costoro fino al guado. Così Dante era salito sulla schiena di Nesso e Virgilio si era affiancato a costui, non prima di aver lanciato uno sguardo comprensivo al poeta. 12^ canto dellʼInferno. Verso la parte finale dello stesso.

Allora si avviano con Nesso lungo la riva del fiume sopra citato, in cui i violenti gridano aspramente. E il poeta, nel vedere dannati immersi fino agli occhi, si sente dire da Nesso: “Essi sono tiranni che uccisero i sudditi e si impadronirono in modo violento dei loro beni. Lì si scontano i danni crudelmente fatti agli altri; lì si trova Alessandro, e il feroce Dionisio che procurò alla Sicilia un lungo di tempo di dolore. E quella fronte che ha la capigliatura così scura, è Ezzelino; e quell’altro dannato che è biondo, è Obizzo II dʼEste, il quale in verità fu ucciso dal figlio snaturato tra i vivi”.

Udendo ciò, Dante si rivolge a Virgilio, e il maestro a sua volta dice: “Questi ti sia ora il primo maestro, e io il secondo”.

Poi fanno pochi passi, e Nesso si ferma presso dannati che danno l’impressione che emergano dal sangue bollente fino alla gola. E additando un’ombra, che se ne sta sola da una parte, ai due poeti  dice laconico: “Colui fesse in grembo a Dio lo cor che ‘n Tamisi ancor si cola”. E prosegue imperterrito, senza ulteriori spiegazioni, lasciando il povero Dante naufrago nel gran mare della curiosità.

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