D’ogni malizia, ch’odio in cielo acquista

D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista

Nel momento in cui i due poeti celano le loro persone – quella di Virgilio incorporea, quella di Dante materiale – dietro il sepolcro di Anastasio II, il papa che fu allontanato dal diacono Fotino dalla vera parola di Dio, il maestro spiega allʼallievo i motivi di questa scelta: conviene a entrambi abituare le loro preziose narici al terribile olezzo che proviene dagli abissi infernali; poi potranno riprendere il cammino in tutta tranquillità.

Intanto, Dante vuol sapere in che modo passeranno il tempo, Virgilio replicando, mentre un risolino si fa largo sulle sue labbra : “Ci sto pensando”. Undicesimo canto dellʼInferno, appena iniziato: quello della sosta.

Figliolo caro”, comincia poi a dire il maestro, guardandosi attorno furtivamente, come se temesse di essere ascoltato da orecchie indiscrete, “sotto questi sassi vi sono tre cerchi che digradano, simili a quelli che stai per lasciare. Sono tutti colmi di spiriti dannati; ma affinché poi ti sia sufficiente solamente la loro visione, sappi il modo e il motivo essi vi sono radunati.

Dʼogni malizia, chʼodio in cielo acquista, lo scopo è di fare danno, e ogni esito uguale oltraggia gli altri o con la forza o con la frode. Ma poiché la frode è un peccato proprio degli esseri umani, a Dio rincresce di più; e per questo ciò i fraudolenti si trovano in basso, e sono aggravati da una pena maggiore.

Il primo cerchio dei tre di cui ti parlo è tutto colmo di violenti; ma poiché si commette violenza contro tre specie di persone, è suddiviso e allo stesso tempo riunito in tre gironi”.

O tu che leggi, non temere; la spiegazione del maestro non finisce mica qui. È lunga e laboriosa, e devi armarti di santa pazienza.

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O Tosco che per la città del foco

O Tosco che per la città del foco

Virgilio, non ti rivelo il mio pensiero se non per parlare poco, e tu mi hai non soltanto adesso preparato a ciò”.

Un Dante alquanto nervoso risponde in tal modo al maestro, il quale poco prima lo ha rimproverato, davanti agli avelli degli epicurei, di non manifestargli il desiderio che il poeta ha: quello di vedere Farinata degli Uberti, che egli sa, da Ciacco il goloso, trovarsi in quel cerchio.

Decimo canto dell’Inferno, dalle parti dell’inizio, quando una voce apparentemente giuliva lacera il silenzio: “O Tosco che per la città del foco cammini ancora vivo esprimendo il tuo pensiero in un modo così nobile, ti sia gradito fermarti qui. Il tuo accento rivela che sei nato a Firenze alla quale forse arrecai troppo danno”.

Colpo di scena! Farinata degli Uberti, proprio colui che cerca Dante, si erge a busto intero dal margine di un sepolcro infuocato, posto non lontano a lato dei due poeti. Sicché il poeta, udendo la voce improvvisa, si accosta, intimorito, un po’ di più a Virgilio.

Il quale lo rimbrotta, con occhi di fuoco: “Ma che fai? Guarda là, si è appena alzato Farinata: lo vedrai completamente dalla cintola in su”.

Io già lo stavo fissando; ed egli si drizzava col petto in fuori e con la fronte alta come se nutrisse per quel luogo di dolore un disprezzo estremo”, chiosa a questo punto Dante nella narrazione, come a voler precisare che l’avvertimento del maestro gli appare superfluo.

Virgilio, tuttavia, lo sospinge con sollecita premura tra le arche fino al dannato, raccomandando al suo pupillo di essere all’altezza di quel dialogo che di lì poco, egli sa, si svilupperà tra i due.

E quando Dante perviene, spostandosi di poco, davanti all’avello di Farinata degli Uberti – che continua a fissarlo insistentemente – si sente chiedere da costui in modo spocchioso: “Chi furono i tuoi antenati?”

Udendo ciò, il poeta da par suo, non distogliendo lo sguardo – facendo così credere al proprio interlocutore di non avere alcun timore reverenziale nei suoi confronti – sorride, quasi un preludio a ciò che accadrà.

Così prendemmo via giù per lo scarco

Così prendemmo via giù per lo scarco

Che spettacolo deve essere stato per Dante vedere il Minotauro in persona saltellare per la rabbia che non riesce a smaltire in altro modo, dopo che Virgilio, avendolo visto tutto appiattito sopra alcuni affioramenti rocciosi, lo ha rimproverato aspramente! 

Non è Teseo, colui che ti uccise nel mondo, ad essere sceso fin quaggiù”, gli ha detto Virgilio con voce stentorea. “Non ti preoccupare, non è lui. Ora, però, fatti da parte, bestia; perché costui non è stato mandato da tua sorella, ma lo vedi qui soltanto perché sta percorrendo tra i dannati la via della redenzione”.

E così, “com’è un toro che tenta di sciogliersi dai lacci, mentre ha già avuto la botta finale, il quale non ce fa più a camminare, ma si muove a piccoli salti da una parte e dall’altra, così io vidi il Minotauro fare altrettanto”, chiosa Dante nel racconto.

Per cui il maestro, davanti alla scena del mostro – in funzione di guardiano del settimo cerchio – che non riesce a starsene buono, ma zampetta come un ossesso di qua e di là, si rivolge al poeta e gli urla contro: “Corri alla frana: finché esso è infuriato, è buona cosa che tu scenda”.

Lettore, siamo giunti nel canto dodicesimo dell’Inferno, e da poco ci siamo addentrati nelle viscere dello stesso.

Così prendemmo via giù per lo scarco di quei massi”, ci informa il poeta, in realtà, una vera e propria frana, i sassi della quale si spostano sotto i piedi di Dante, a causa del peso insolito che sono costretti a sopportare.

Mentre scende, stando attento a dove mette i piedi – e seguendo le indicazioni del maestro,  “Io andavo meditando”, dice Dante – si sta chiedendo il motivo della presenza di quel dirupo.

E il maestro, voltandosi di scatto, presagendo il dubbio che assilla l’allievo, gli si rivolge con voce affettuosa, dicendogli: “Figliolo, so che stai pensando a questa frana, che è difesa dal Minotauro. Devi sapere allora che l’altra volta in cui scesi nella parte bassa dell’Inferno, questa rupe ancora non era precipitata…”

E qui si ferma, additando il fondovalle.

Lo nostro scender conviene esser tardo

Lo nostro scender conviene esser tardo

Caro lettore, siamo giunti all’undicesimo canto dell’Inferno, e la narrazione in forma di parafrasi della prima cantica della Commedia presenta a questo punto una brusca fermata o una messa a punto, scegliete voi, come se il Sommo Poeta avesse bisogno di riprendere il fiato.

Poco prima, Virgilio, dopo aver avvisato Dante di non dimenticare quanto gli ha appena detto Farinata sul proprio destino – “non passeranno cinquanta mesi, che tu sperimenterai sulla tua pelle quanto sia arduo imparare il ritorno in patria” – e dopo che, precisando ulteriormente, mentre solleva un dito a mo’ di ammonimento, sarà Beatrice (e Cacciaguida, in Paradiso, aggiungiamo noi) a presagire il suo futuro, si avvia verso sinistra, seguito da un poeta visibilmente turbato, entrambi prendendo via verso il centro del sesto cerchio, quello degli eretici.

E uno stretto sentiero, che si dipana dalle mura della città di Dite attraverso le arche infuocate, da dove le strida dei dannati non si placano mai, ferendo non poco l’udito dei due pellegrini, permette loro di pervenire ben presto sul margine di un declivio franoso, che è formato da macigni spezzati e radunati in una mezzaluna in posizione dominante rispetto alle profondità abissali del basso Inferno.

Proprio tra questi massi, “a causa del fetore nauseabondo che esala in eccesso il basso Inferno, ci accostammo, indietreggiando”, prosegue il poeta nel racconto, “al coperchio di un grande avello, sopra il quale io lessi una scritta che recitava: ‘Conservo le spoglie di Anastasio II papa, il quale Fotino allontanò dalla retta via’.

Una volta sistematisi dietro al sepolcro, evidentemente al solo scopo di ripararsi dal terribile odore che risale dal baratro, Virgilio, respirando con un sibilo, spiega al poeta il motivo della sosta in questi termini: “Lo nostro scender conviene esser tardo, in modo che l’olfatto si abitui in qualche modo e prima a questo fetido odore; e poi non vi faremo più caso”.

Per la qual cosa, Dante, arricciando il naso: “Sì, ma trova subito qualche rimedio, tanto che il tempo non vada sciupato”.

Allora Virgilio, mostrando il volto fintamente offeso, su cui si fa largo un sorriso sornione: “Ci sto già pensando, figliolo”.

Tra ‘l muro della terra e li martìri

Tra 'l muro de la terra e li martìri - Copia

Certo, lo scenario è inquietante: sopra una vasta spianata, vediamo spuntare un gran numero di sepolcri con le coperture alzate, ai lati delle quali serpeggiano sinuose e altissime lingue di fuoco. Non solo: ad appesantire la vista, grida laceranti fuoriescono dai sepolcri, andandosi a mischiare con il brontolio provocato dalle fiamme, che in eterno arroventano le pietre.

Lettore, siamo giunti al canto 10^ dell’Inferno, dove Dante – dopo che il maestro gli ha preannunziato le anime che troveranno di lì a poco – esordisce scrivendo: “A questo punto Virgilio s’inoltra per uno stretto sentiero, tra ’l muro della terra e li martìri, e io lo seguo”.

Bene. Quella terra è la città di Dite, ossia tutta la zona inferiore dell’Inferno, e i martìri sono le arche infuocate, dove scontano la loro pena eterna gli eretici, e tra costoro gli epicurei.

Stiamo parlando del luogo in cui i due pellegrini, dopo che i diavoli hanno tentato d’impedire che il loro viaggio proseguisse, e dopo che l’inviato celeste, rimbrottando severamente quelli,  è riuscito ad aprire la porta con l’ausilio di una piccola verga – dando loro la possibilità di non interrompere prima del tempo il viaggio stesso – e sono finalmente entrati.

E ora udiamo Dante – ripresosi dallo scoramento e tornato a essere pieno di baldanza, perciò preoccupato quanto basta dallo scenario di cui si è resa contezza all’inizio – chiedere subito con trasporto: “O maestro dalle grandi doti, che mi guidi per i cerchi infernali com’è gradito a te, parla con me, e appaga la mia curiosità. Potrei vedere i dannati distesi nei sepolcri? Tutte le coperture sono sollevate e puntellate, e nessuno fa  la guardia”.

Al che Virgilio, trovando la domanda fuori luogo, lancia al poeta uno sguardo severo, e di conseguenza replica quasi indispettito: “D’accordo, ma prima devi sapere che questi avelli torneranno a chiudersi quando le anime faranno ritorno qui dopo il giorno del Giudizio coi loro corpi che hanno lasciati in Terra. Guarda: da questo lato sono sepolti Epicuro e tutti i suoi seguaci, quelli che negarono l’immortalità dell’anima. Questa è la mia risposta; inoltre soddisferò anche ciò che non mi chiedi”.

Udendo ciò, Dante scruta accigliato il maestro, e ribatte: “Maestro caro, non ti rivelo quello che penso se non per parlare poco, e ti ricordo che sei tu ad avermi messo in questa situazione”. Poi rivolge lo sguardo altrove, verso i sepolcri.