E quando vide noi, sé stesso morse

E quando vide noi, sé stesso morse

Ricordati la Genesi. E siccome l’usuraio è preso da tutte altre cose, disprezza il lavoro umano, come la natura, quindi indirettamente denigra Dio. Ma ora basta; stammi dietro, perché dobbiamo andarcene. L’alba si avvicina, e laggiù vedo il punto giusto per scendere”.

In tal modo Virgilio a Dante, fissandolo con occhi severi – nella chiusura dell’undicesimo canto dell’Inferno – dopo che in poche, ma significative battute, dopo aver scomodato perfino Aristotele, gli ha risolto il dubbio sugli usurai, sollevato non senza qualche apprensione dal Sommo Poeta.

Al quale, poco prima, non era stato ben chiaro il motivo per cui i dannati posti fuori della città di Dite, fossero costretti a patire una pena meno gravosa rispetto a quella di tutti gli altri, confinati invece nel basso Inferno – plasticamente rappresentato proprio da quella città.

Dunque abbandonato il sepolcro di Anastasio II – dietro il quale i due pellegrini si sono rifugiati sia per ripararsi dal terribile fetore proveniente dal baratro, sia per abituarsi gradualmente allo stesso – essi si avviano nel breve cammino che si ritrovano a dover fare per raggiungere il punto di discesa.

Il luogo in cui giungemmo che permette di scendere il pendio, era scosceso e, per quel che pure si vedeva di lì, in una posizione tale, che ogni sguardo sarebbe restio a fissarcisi”. Così Dante in apertura del dodicesimo canto dell’Inferno.

A questo punto lo stesso si diletta a paragonare quel che vede sotto i suoi piedi a quella ruina che nel fianco di una montagna arriva a colpire la sponda dell’Adige, o a causa di un terremoto o causa di un appoggio venuto meno, la quale dalla vetta, da cui è precipitata, fino alla pianura fa vedere una rupe erta, ma non al punto tale che chi dovesse scendere potrebbe percorrerla in qualche modo.

E chi c’è, tutto appiattito sopra alcune sporgenze di roccia, affioranti dal bordo del malagevole declivio? Nientemeno che il Minotauro, il quale – dice il poeta: “… e quando vide noi, sé stesso morse”- e verso cui Virgilio si rivolge con lo sguardo glaciale: “Non penserai che qui sia giunto Teseo, che ti uccise sulla Terra? Mi dispiace per te, ma non è lui. Scansati, bestia: perché questi non viene istruito da tua sorella, ma fa il suo viaggio per imparare dai patimenti dei dannati”.

Udendo ciò, la mostruosa creatura – che in questa sede funge da guardiano del settimo cerchio – si alza di scatto, e comincia a saltellare di qua e di là, per finire di nuovo sdraiato sulle prominenze di roccia con la faccia contrariata.

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