Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo

Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo

Uno degli enigmi più celebri della intera Commedia è rappresentato dal personaggio che viene in soccorso ai due poeti – nella fattispecie, ad aprire loro la porta della città di Dite, nel quinto cerchio dell’Inferno – dopo che i diavoli l’hanno chiusa in faccia a Virgilio con un’arroganza non nuova, poiché già osarono mostrarla verso Cristo.

Dei due, è Virgilio che sa di qualcuno che verrà a togliergli le cd. castagne dal fuoco. Anzi, né è addirittura certo. Ricordiamo che a Dante, rassicurandolo riguardo a quella tracotanza, ha detto che dopo la porta dell’Inferno intanto stava scendendo il pendio infernale, “muovendosi attraversando i cerchi senza guida, un certo essere da cui ci sarà aperta la città di Dite”.

Siamo nel cuore del 9^ canto dell’Inferno, quando l’aiuto divino ai due poeti si manifesta con un rumore violento e improvviso, che spinge i dannati, immersi nelle acque putride dello Stige, a rifugiarsi sulle sponde in preda al terrore, e Virgilio a intimare a Dante di rivolgere l’acume della vista su per l’antica superficie schiumosa.

E che vedrà Dante? Una sagoma umana che cammina sulla superficie delle acque putride, allontanando con un moto di fastidio i cascami della caligine, che gli si addensano sul volto e che riuscirà ad aprire la porta della città di Dite, appoggiando appena sulla stessa un’insegna di comando, non senza poi rimbrottare duramente i diavoli, nel frattempo rintanatisi all’interno delle mura.

Ma di chi si sta parlando? Chi è questo inviato celeste tanto bramato da Virgilio?

Orbene, identificare con sicurezza chi sia questo personaggio misterioso, è un esercizio che, nei secoli, i più raffinati commentatori danteschi hanno provato a fare. Dunque partiamo dall’angelo, meglio un arcangelo (Gabriele, Michele), passando nell’ordine per Mercurio, Ercole, Marte, San Pietro, Enea, e finire a Enrico VII.

Orbene, l’ipotesi che ha trovato più largo seguito – ancora la più accreditata, del resto – è quella che ha voluto vedere in tale personaggio un angelo, proveniente, peraltro, non dal Paradiso, ma dal Limbo. Che altro significherebbe, secondo i fautori di tale ipotesi, la puntualizzazione che Dante mette in bocca a Virgilio, a proposito del riferimento che dopo la porta dell’Inferno intanto stava scendendo il pendio un “certo essere”? E che cosa c’è dopo la porta dell’Inferno, e dopo il vestibolo, aggiungiamo noi, se non il Limbo?

Di un fatto siamo tutti certi: l’intervento di Dio si è reso necessario per la seconda volta – manifestandosi il primo proprio tramite Virgilio – perché il peccatore superi una buona volta le proprie titubanze e prosegua spedito nel cammino di redenzione.

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