In etterno verranno a li due cozzi

In etterno verranno a li due cozzi

Come accade nello stretto di Messina, in cui le acque dello Ionio s’infrangono in quelle del Tirreno, così nel quarto cerchio dell’Inferno le anime sono costrette a ballare. Stiamo parlando degli avari e dei prodighi, che appaiono ai due pellegrini subito dopo che Virgilio ha inveito contro il demone Pluto, inducendolo “con le buone maniere” a lasciarli passare.

Il vizio di questi dannati, che Dante ci presenta nel settimo canto dell’Inferno, ha come motivazione il tronfio desiderio delle ricchezze che gli uni accumulano per il diletto del mero possesso, e gli altri per sperperarle senza fondamento alcuno. E sono posti dal poeta subito dopo i lussuriosi e i golosi – mentre in Purgatorio, si vedrà, sono collocati sulla cornice precedente a quelle di costoro.

La pena degli avari e dei prodighi è di muoversi, distinti in due gruppi contrapposti, lungo un semicerchio spingendo dei grossi massi con il torace. Entrambi, quando si scontrano in un punto preciso, si ingiuriano e si rinfacciano a vicenda le loro colpe; gli avari chiedendo “Perché tieni?” e i prodighi “Perché burli?”, per voltarsi e ripetere lo stesso movimento, e ancora scontrarsi sulla parte opposta del semicerchio, e così all’infinito.

In questo cerchio, riporta Dante, i dannati sono decisamente più numerosi che nei precedenti cerchi visitati fino a quel momento – quasi a voler sottolineare la preminenza di questo vizio sugli altri prima trattati (leggasi lussuria e gola) – e tra di essi spicca una nutrita rappresentanza di chercuti, cioè di ecclesiastici. Dante non ne riconosce nessuno, e Virgilio gli dice che ciò è dovuto al fatto che la loro vita sulla Terra è stata tanto priva di discernimento, che all’Inferno identificarli è pressoché impossibile.

Per specificare poi che, nel giorno del Giudizio, i membri di entrambe le schiere rivestiranno le loro spoglie: gli avari col pugno chiuso e i prodighi con i capelli recisi. E, a proposito di questi ultimi, una speciale forma di prodigalità è quella trattata nel secondo girone del settimo cerchio, dove sono castigati, insieme ai suicidi, gli scialacquatori e dilapidatori di ricchezze.

Di certo il poeta, in tal caso, ebbe a mente il pensiero di Aristotele al riguardo, laddove per il grande filosofo greco lo sperpero delle ricchezze con cui l’uomo sostenta la propria vita, è una vera e propria distruzione della loro intima essenza.

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