Dove in un punto furon dritte ratto

Dove in un punto furon dritte ratto

Fermi davanti alla porta della città di Dite, Virgilio e Dante non sanno che cosa fare. Poco prima i diavoli guardiani, impedendo loro di entrare, li hanno spinti in un vicolo cielo, determinando una classica impasse. Il viaggio rischia di finire ancor prima di entrare nel vivo! Virgilio stesso, d’altro canto, esclamando: “Oh non vedo l’ora che qualcuno giunga qui!”, ne è perfettamente consapevole. Che figura avrebbe fatto con Dante se…

Poi, come se non bastasse, tra i merli della torre di guardia da dove sono partiti i segnali per Flegias, si drizzano in piedi a incutere spavento ai due poeti tre creature infernali rigate di sangue, dalle membra che pullulano di idre, con piccoli serpenti al posto dei capelli, e che si graffiano il petto con le unghie e si percuotono con le mani unghiate, mentre urlano come ossesse a tal punto, che il Sommo Poeta si accosta al maestro dimostrando con ciò tutta la sua paura.

Siamo nel nono canto dell’Inferno, vv. 37-54, dove facciamo la conoscenza di Aletto, Megera e Tesifone: le Furie. Nate dal sangue di Urano, quando costui fu mutilato dal figlio Crono, il padre di Giove, nella mitologia greca furono considerate dee delle vendetta, perché perseguitavano gli omicidi. E non appena il colpevole otteneva dagli dèi l’assoluzione sotto forma di purificazione, esse diventavano benevole: le Eumenidi.

Nella letteratura latina, invece, esse, figlie della Notte, hanno un aspetto orrendo e dimorano nell’Ade. Quando vi escono, sotto forma di mostri alati e dietro specifica richiesta di Giunone, seminano la discordia tra gli uomini.

Aletto è la più tremenda delle tre: è lei che, nell’Eneide di Virgilio, induce gli indigeni a ribellarsi contro Enea e i suoi, spargendo qua e là equivoci, rancori e rappresaglie. Tesifone, per non essere da meno, inculca nella mente di Atamante la follia che lo porterà a uccidere la moglie e i figli – episodio ricordato da Dante nel canto 30^, vv. 4-7 dell’Inferno. Di Megera, preposta a suscitare l’invidia e l’infedeltà matrimoniale tra gli esseri umani, ne parla Stazio nella sua Tebaide, vv. 509-511.

A detta della maggior parte dei commentatori, che nel tempo si sono sbizzarriti a cercare un significato allegorico – tentativo perlopiù rivelatosi inutile – non pare che le Furie assolvano a una funzione precisa. E ammesso che ne abbiano una, sempre dai più, la stessa sarà da ricondurre a semplici rappresentanti di Medusa. Della quale, poco dopo la loro apparizione, invocano l’intervento – “Venga Medusa: così lo trasformeremo in pietra” – quasi a mostrare la loro completa inadeguatezza.

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