Più non ci avrai che sol passando il loto

Più non ci avrai che sol passando il loto

Leggiamo da Natalino Sapegno, l’illustre dantista (a tal proposito, alzi la mano chi non lo ricordi, in quanto studente, più o meno bravo, della Commedia) che, chiosando il personaggio di Flegias nell’8^ canto dell’Inferno, scrive: “Figlio di Marte e Crise, per vendicarsi di Apollo che gli aveva sedotto la figlia, diede fuoco al tempio del dio a Delfi. Dante lo trasforma, come in altri esempi, in un demone con la funzione di nocchiero dello Stige e di guardiano dei dannati puniti nel quinto cerchio dell’Inferno. Viene assurto a simbolo dell’ira, perché questo peccato si traduce in un cieco impulso di vendetta e distrugge negli uomini il timore e il rispetto per la divinità. Flegias è una figura vivente dell’ira, alla quale le fonti classiche hanno dato a Dante poco più che lo spunto iniziale e il nome”.

Come non essere d’accordo? Infatti, il poeta sembra aver tratto le sembianze demoniache di questo personaggio in piena autonomia, visto che le citazioni provenienti dalle cd. fonti classiche (su tutte, l’Eneide, libro VI, di Virgilio e la Tebaide, libro I, di Stazio) non lo hanno certamente confortato ai fini di una precisa e attendibile caratterizzazione, benché solo e squisitamente mitologica.

Dunque, il Flegias dantesco nulla a che vedere con il Flegias del mito. Questi è l’unico nocchiero di una piccola imbarcazione che attraversa lo Stige alla velocità di un freccia – così il poeta descrive il suo arrivo inaspettato, anticipato da alcuni segnali luminosi lampeggianti nelle tenebre, che coprono la palude come un macabro sudario.

E a Virgilio, che lo sente gridare: “Adesso sei arrivata, anima malvagia!” ancor prima di essere approdato, non resta che ribattere che lui e Dante resteranno con lui soltanto per il tempo necessario ad attraversare la palude. E Flegias, udendo ciò, si affloscia come il tale che si trova davanti a una realtà non prevista, mentre i due poeti possono imbarcarsi in tutta tranquillità.

Durante il breve viaggio nello Stige e il violento diverbio fra Dante e Filippo Argenti, cui assiste impassibile, Flegias non parla mai e ritrova la parola soltanto quando, arrivato non senza aver fatto prima un gran giro lungo le mura della città di Dite, avvisa i due viaggiatori che sono giunti all’ingresso della stessa, quindi possono uscire dalla barca. Così ci ricorderemo di lui per due sole battute, all’arrivo e nel congedo. Comparsa? Sì, ma molto significativa.

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