Tal cadde a terra la fiera crudele

Tal cadde a terra la fiera crudele

Venimmo al punto dove si digrada: quivi trovammo Pluto, il gran nemico”.

Così Dante chiude il 6^ canto dell’Inferno, in cui egli e Virgilio, in prossimità del varco che conduce al quarto cerchio infernale – dove sono puniti gli avari e i prodighi – si avvedono di una figura dai vaghi tratti umanoidi, volto lupesco e ali di pipistrello – vedi una nota miniatura trecentesca tratta dal Codice Laurenziano –  il quale si erge in tutta la sua potenza fisica, quasi a sbarrare loro il passaggio.

Questi strabuzza gli occhi e butta la testa indietro, mentre ringhiando pronuncia parole terribili, quasi un’invocazione diretta al suo signore e padrone, Plutone, re degli Inferi. Parole che, a distanza di secoli, rappresentano ancora uno degli enigmi più ardui da risolvere di tutta l’opera, oggetto come sono di ricerche tematiche circa il loro effettivo significato.

Stiamo parlando di Pluto, antica divinità ellenica nativa dell’isola di Creta, figlio di Iasione e di Demetra, e all’inizio patrono dell’abbondanza agreste, per essere in un secondo tempo celebrato come il dio della ricchezza.

Si ritiene che Dante abbia avuto notizie di questo personaggio da una fonte imprecisata. Di qui poi a trasformarlo in un demone guardiano, nella fattispecie del quarto cerchio dell’Inferno quale simbolo della cupidigia (si noti, peraltro, il reiterato abbinamento avarizia – lupa, riscontrato nel 1^ e nel 7^ canto dell’Inferno, anche nel 20^ canto del Purgatorio, essendo questo vizio, per il poeta, il più serio impedimento alla salvezza dell’uomo), il passo deve essere stato breve.

Demone guardiano che viene prontamente zittito da Virgilio – il quale prima rincuora il poeta dicendogli di non aver paura, perché comunque riusciranno a superare l’ostacolo – con una formula simile nella sostanza a quella pronunciata in precedenza nei riguardi di Caronte e Minosse.

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